Mio nipote di 4 anni mi ha chiesto: «Chi è Hans Werner Henze?». In realtà non lo ha detto proprio così, ha detto una cosa tipo hanzeiderenz tanto che inizialmente pensavo contasse in tedesco. Stava pure finendo di masticare la sogliola. Gli ho risposto, mentre toglievo i bicchieri colorati in plastica rigida dal tavolo: «era un compositore tedesco con la Maserati che fumava troppo». Nel dirlo, ho notato che i poveri chiamano le automobili per metonimia, utilizzando cioè il nome del brand per indicare l’auto, con l’articolo femminile. I ricchi fanno lo stesso, ma col maschile. Il Maserati, il BMW, il Porche, il Ferrari. A dire la Ferrari, la BMW, la Maserati, sono solo quelli che queste automobili non possono permettersele.
Fleabag | Sorridere
di Stefano Tarquini
Ti guardi in uno specchio rarefatto di prosecchi
Con tutta la tua vita che corre velocissima
Non fai altro che mentire a te stessa
Non chiami tuo padre, non ricordi il cognome di tua madre da bambina
Summertime | Uccello a Venezia
di Antonio Casto
Tedesconi, americanoni, inglesoni, austriaconi, francesi meno estesi ma altrettanto prestanti. Tutti tassativamente sopra il metro e ottantacinque e sotto i ventott’anni. È il regno di quella peluria bionda che attrae Dirk Bogarde e che solo nel Veneto, per qualche motivo, svetta spesso fresca, opaca e stopposa.
Nazarín | Virgin Colada
di Selene Mattei
Stavano facendo una gita di un giorno, lei e lui, la strada ansante sotto la caldana guidava verso il mare gli unici quadrupedi capaci di avanzare a quelle temperature: i dinosauri a motore, in fila uno dietro l’altro, strisciavano le ruote consunte verso l’ultima pozza, meta ingloriosa piena di brandine e ombrelloni disposti a formare una texture allegra e colorata di cerchi e rettangoli che preventivavano piedi in ammollo e conversazioni fiacche, destinate a capitolare in angosciosi «Oggi non ci si sta».
Mediterraneo | L’effetto noventa
di Piergiorgio Andreani
Bevo un bicchierino di ouzo ogni sera, prima di cena. Ho iniziato a farlo pochi giorni dopo essermi trasferito a Kastellorizo. Di solito a casa, altre volte, come stasera, in uno dei locali vicino al porto, a un passo dalla riva.
Vivendo qui ho conosciuto la differenza tra il silenzio di città e il silenzio della natura. Artificiale ed effimero l’uno, ovattato e limpido l’altro. È così anche per gli odori: sono più saturi. Il mare cambia perfino il gusto dei mezedes, gli stuzzichini di pesce che accompagnano il mio aperitivo. Quest’isola mi ha insegnato che niente, in città, sa davvero di ciò che dovrebbe sapere.
La casa dalle finestre che ridono | Granturco
di Stefano Bonazzi
C’è questa strada che parte dal retro di casa nostra e finisce dritta in mezzo ai campi. Su un lato ci piantano le fragole, l’erba medica e un’altra pianta piccola e verde di cui non mi ricordo il nome (ma faccio finta di saperlo altrimenti papà mi tira uno dei suoi scappellotti sul coppino che mi arriva la scossa fin dietro le orecchie). Sull’altro lato invece ci sta il granturco, con i suoi fusti duri e larghi quanto un pugno, tutti puntati verso l’alto.
Jesus Christ Superstar | in difesa di Penteo
di Francesco D’Isa
La prima volta che vidi Jesus Christ Superstar ero in una condizione del tutto inadatta a godermi lo spettacolo. Avevo circa diciannove anni, vivevo coi miei genitori e non riuscivo a prendere sonno; sottomano avevo solo qualche libro e una vecchia televisione in bianco e nero (sì, esistevano). Optai per la tv, l’accesi e trovai il musical a metà.
Fantozzi | Il Piero cerca la felicità in un lavoro soddisfacente
di Simone Tempia
Il Piero si sveglia nel cuore della notte pensando: “La felicità è un lavoro soddisfacente”. Subito dopo questo pensiero, il Piero aggiunge: “Il mio lavoro fa schifo”. Il mondo, affogato nella notte che si percepisce dalle stecche delle persiane, dorme un sonno sudaticcio da un agosto torrido. Dorme anche Betta, al suo fianco e dorme anche la piccola Maria Attila, nel suo lettino abbracciata al suo coniglio di peluche a cui ha tagliato la testa. «Le orecchie mi facevano il solletico» aveva detto la bambina. Il Piero non aveva trovato di che obiettare.
Ladri di biciclette | A noi non ci ferma nessuno
di Beatrice Salvioni
La mattina che mio padre disse: «Stasera ti porto alle giostre», fu la prima volta che lo vidi piangere.
Eravamo a tavola, ai nostri soliti posti. Io spalle alla finestra, avevo la faccia pesante di sonno, sulla schiena il sole di maggio. Lui aveva lo sguardo ficcato nel fondo della tazza di caffelatte e non diceva niente. Indossava la tuta da lavoro, rigida dallo sporco del giorno prima, grossi aloni imbiancati sotto le ascelle. La sera non era tornato in tempo per farsela lavare e quella di ricambio era ancora appesa allo stendino.
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