di Piergiorgio Andreani
Bevo un bicchierino di ouzo ogni sera, prima di cena. Ho iniziato a farlo pochi giorni dopo essermi trasferito a Kastellorizo. Di solito a casa, altre volte, come stasera, in uno dei locali vicino al porto, a un passo dalla riva.
Vivendo qui ho conosciuto la differenza tra il silenzio di città e il silenzio della natura. Artificiale ed effimero l’uno, ovattato e limpido l’altro. È così anche per gli odori: sono più saturi. Il mare cambia perfino il gusto dei mezedes, gli stuzzichini di pesce che accompagnano il mio aperitivo. Quest’isola mi ha insegnato che niente, in città, sa davvero di ciò che dovrebbe sapere.
Nel periodo turistico le radio dei bar mandano spesso il sirtaki per compiacere gli stranieri. Ora si interrompe e parte un dolce pezzo di chitarra classica. Prendo il cellulare. Shazam dice Timelaps, di Thé Green Music.
Quando misi piede qui per la prima volta e si fece sera, qualcosa scattò in me. Era come aver vissuto decenni senza aver mai ammirato la luna vera. Come se riservasse il meglio solo per Kastellorizo.
Arrivai celibe, senza figli e con in mano l’urna delle ceneri di mia nonna, svuotata in mare con l’aiuto di un pescatore, non troppo lontano, spero, da dove è morto mio nonno.
Nonostante il rifugiarmi in un posto sperduto, però, l’effetto Noventa ha appena colpito ancora.
Lo usavo quando ero consulente matrimoniale e l’ho fatto di nuovo stasera, parlando con quest’uomo, Maurizio, venuto qui per stare da solo e non pensare al suo matrimonio che è sull’orlo del naufragio. E chissà che non gliel’abbia salvato. Quasi gratis, per di più.
«È sbagliato rimanere prigionieri di un amore finito ma, prima di gettare la spugna, assicurati di aver fatto tutto il possibile, prova a capire se vi unisce ancora qualcosa», ho detto al mio nuovo amico. Che mi ascoltava, triste ma attento.
«Sai perché sono su quest’isola? Anni fa venni qui per la prima volta a causa dell’ultimo desiderio di mia nonna. Voleva che le sue ceneri fossero sparse al largo di quest’isola, perché fu lì che il nonno, presumibilmente, morì. Si chiamava Corrado.
Durante la seconda guerra mondiale la sua brigata fu mandata a Kastellorizo, ma rimase isolata a causa di un guasto radio. Vissero qui per tre anni, prima di venire scoperti per caso da un pilota italiano che fece un atterraggio di fortuna. Quel gruppo di sventurati non sapeva nulla di com’era andata la guerra, che il fascismo era caduto e l’Italia era passata dalla parte degli alleati. Mesi dopo venne inviata una nave inglese a prenderli e tornarono a casa, ma mio nonno era sparito, vittima del troppo amore per la nonna, che era incinta di mia madre.
Già prima di finire su quest’isola provò a disertare la guerra tante volte. Arrivò persino una lettera dell’Esercito a casa. Il soldato Corrado Noventa, in paese, diventò appunto Il Disertore, e la nostra famiglia subì pregiudizi e malelingue.
Quando i suoi compagni tornarono da Kastellorizo, furono loro a raccontare la sua storia alla nonna. Lui le scrisse centinaia di lettere, ma non ci fu mai modo di farle arrivare in Italia.
Gli inglesi arrivarono qualche mese dopo che uno dei soldati si era sposato con una ragazza di qui. Mio nonno, però, era già scappato. Approfittò dei festeggiamenti per il matrimonio e rubò una piccola barca.
A casa non ci arrivò mai. Una tempesta, il mare mosso, chissà. Per affrontare il Mediterraneo con poco più che una zattera ci voleva fegato, oltre che un devastante desiderio di rivedere la nonna. Se avesse aspettato sarebbe tornato insieme agli altri, ma non sapevano ancora con certezza se e quando qualcuno sarebbe andato a prenderli. E lui non resisteva più.
Mia nonna non ebbe mai altri uomini. Portò avanti il suo dovere di madre da sola, in attesa di potersi ricongiungere col suo amore e riposare lontano dal paese che lo aveva trattato come un reietto. Qui c’è perfino il suo volto. Il loro tenente era insegnante e amava l’arte. Ridipinse le pareti della chiesa e usò i visi dei suoi soldati.
Dopo aver eseguito il volere della nonna, mi sono innamorato di questo posto e ho deciso di rimanere. Sono scappato anch’io, in un certo senso. Com’è che diceva Laborit nell’Elogio della fuga? In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per restare vivi e continuare a sognare. Qualcosa del genere».
Maurizio ha sorriso e ha ammesso di aver appena sentito una storia degna di essere ricordata.
«Spero non sia tutto perduto», ha sussurrato. Poi mi ha ringraziato e si è offerto di pagare anche per me. Ho accettato con piacere. È stata la mia parcella per l’effetto Noventa. Gli auguro la felicità, comunque vada.
Torna il sirtaki. Agito il bicchierino vuoto facendo finire in gola l’ultima goccia di ouzo e mi incammino verso casa, innamorandomi, una volta ancora, del golfo di Kastellorizo.

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