Ho intervistato David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008), mandandogli messaggi Navajo nell’oltretomba, per sapere cosa ne pensasse di questo film tratto dal celeberrimo reportage intervista di David Lipsky edito in Italia da Minimum Fax.
Revenant | Una recensione visiva
Disegni e testi sono opera integralmente integrale di Stefano Mutolo
A bigger splash | Una certa idea di ricchezza
Guadagnino, sai qual è il paradosso della ricchezza? (Il paradosso della ricchezza riguarda tutti, salvo gli aborigeni che rifiutano il denaro, ma forse neanche loro ne sono completamente esclusi. Riguarda me che scrivo adesso e riguarda anche i miei vecchi genitori fricchettoni che si sono trasferiti a vivere nei boschi con la comunità degli Elfi. Investe come rovina il più tamarro dei tamarri, è ovvio, ma raggiunge perfino il più elitario degli snob. Perché la ricchezza nelle diverse forme in cui si manifesta, è sempre la stessa cosa: soldi. Ma forse non è chiaro cosa intendo. Procediamo quindi con ordine)
The Revenant | L’importante è respirare
Partendo dal presupposto che Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) dovrebbe morire ogni circa 7 minuti di pellicola e che il film dura circa 154 minuti, per una media di 22 decessi in tutto, senza considerare quelle morti per infezioni o ipotermia o infarto o blocco respiratorio che non potrebbero verificarsi nei tempi filmici, The Revenant è una storia potente e quasi muta, un western ai limiti del mondo
Alla ricerca di Vivian Maier | Vivian chi?
Vivan Maier, dicevamo lasciando la sala del cinema, non ho mica capito se facesse delle belle foto, ma non potrai negare che non abbia una bella storia. Bah, un bel look, vorrai dire.
Carol | Trenini
La prima scena di Carol è una citazione. Il film citato è Breve incontro di David Lean (1945), uno dei migliori film inglesi di sempre. Nell’ultima scena di questo film un uomo e una donna stanno per dirsi addio (ma si amano ancora) al tavolo del bar della stazione – per tutto il film i due si sono incontrati casualmente finendo per innamorarsi, ma qualcosa ha sempre frenato la nascita di un vero rapporto.
Il ponte delle spie | Di cosa parliamo quando parliamo di Steven
C’è chi pensa alla storia come a un convoglio corazzato che sfreccia sicuro sulle autostrade del tempo, alimentato da solide relazioni di causa-effetto che portano senza indugio alcuno dal punto A al punto B perché è così che deve essere, in un percorso forse tortuoso ma certamente sensato che ad ogni svolta sembra intonare un inno all’evoluzione socio-economica del genere umano. C’è anche però chi la vede più come una berlina coi freni scassati, lanciata a casaccio su un magma ribollente di umori, intrighi, ambizioni e bassezze che generano catastrofi sempre più improbabili e fantasiose. Si può solo continuare ad andare avanti nell’attesa di venire inghiottiti da un cratere, e probabilmente non sarebbe neanche l’epilogo peggiore.
Il ponte delle spie | Il film non parla di
Il film non parla di Carol, figlia di un importante avvocato, che s’innamora – ricambiata – di un giovane collega del padre, un entusiasta novellino che si farà le ossa nel celebre “caso Abel”; i due si metteranno insieme all’insaputa del padre e si faranno piedino durante le cene a cui lui sarà invitato per lavoro e con la scusa degli arretrati si tratterrà ancora un po’. Ma dovranno infine lasciarsi, tra strepiti e schiamazzi, in seguito alla cupezza dell’avvocatura che avvolgerà il cuore del giovane.
Quo vado? | Adelphi
Si dice che la casa editrice Adelphi abbia avuto la funzione storica di portare i borghesi rivoluzionari ad assumere posizioni più reazionarie dagli anni settanta in poi.
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