di Rebecca Moore «Come sta tua madre?» le chiedevano ormai tutti, dopo l’incidente. «Bene, sta bene,» rispondeva lei.
Talk to me | Il nero di quegli occhi
di Moïse Leon Rutz (essi vivono)
Horny-Torinco Night | Prossimità
di Daniele Montorsi
Horny-Torinco Night | Miracolo
di Matthew Licht
Intervallo di terza | Il bagno
LEGGI LE PUNTATE PRECEDENTI di Rebecca Moore Ha aperto gli occhi. Sguardi curiosi la fissavano dall’alto, facce scure contro un cielo che era già di nuovo limpido e azzurro. Tutti gli altri erano ancora presi da quella lotta all’ultimo sangue, lanciandosi addosso gli ultimi pezzi di ghiaccio, a rischio di scivolare anche loro, per guardarsi intorno e notare cosa era appena successo. Qualcuno le ha passato gli occhiali. Allora la Manna si è tirata su, forse con uno scatto un po’ sgraziato, volendo evitare ogni altra attenzione, ché già si vergognava a sufficienza. Temeva che la mandassero in infermeria e che avrebbe perso del tempo prezioso. Le girava un po’ la testa, ma stava bene.
Intervallo di terza | Il cortile
LEGGI LE PUNTATE PRECEDENTI di Aquiles José Martínez Pérez «Tutto a posto, secchioncella?» ha detto Biagio. «Si… Credo…» «Ma sei sbiancata, ragazza. Guarda che forse non spaccia, o forse non è il ragazzo che dici tu.» «Cioè, si, sto bene.» Anzi, sicuramente non è lui. Te l’ho detto: quello di cui parlo io è stato sospeso. E poi…» «Tutto a posto, Biagio. Davvero».
Pane e cioccolata | Ad Hatfield si respira aria pesante
Essi Vivono ST02, Ep 17 di Giulio Fusco Cercando su internet le curiosità di Hatfield, piccolo villaggio industriale a nord di Londra dove vivevo da qualche anno, scoprii che aveva dato i natali a Guy Ritchie, regista di Snatch, capolavoro del cinema pulp, e che aveva anche ospitato il concerto di Sting e i Police quando per la prima volta suonarono Message in a bottle.
TAR | Il Conte
di Aquiles José Martínez Pérez Alle superiori, le lezioni di Storia erano strazianti. Le teneva un professore anziano, un po’ sordo e minuto, che forse per i suoi vecchi abiti larghi, eleganti e polverosi, chiamavamo il Conte. Entrava in aula con qualche minuto di ritardo, appoggiava la ventiquattrore sulla cattedra e subito iniziava un soliloquio, camminando lentamente con lo sguardo fisso a terra, dalla scrivania alla porta e viceversa. A un certo punto si fermava, si tirava su i pantaloni, stringeva la cintura e ci rivolgeva uno sguardo sorpreso, come se solo allora si fosse accorto della nostra presenza. Poi ripartiva con la sua lunga camminata, e le nostre palpebre cadevano e si rialzavano al ritmo dei suoi passi fino a quando non suonava la campanella.
65 – Fuga dalla Terra | Estraneo
di Luca Giommoni Mia moglie mi lasciò poco prima che il mondo smettesse di provare affetto. Mi disse che ormai ero solo un estraneo e, tre settimane dopo, la pioggia cadeva non per bagnare esistenze ma per affogarle, il sole sempre più vicino sembrava un bambino che si diverte a bruciar formiche con la lente d’ingrandimento, la luna se ne fregava delle maree così come i nonni se ne sbattevano altamente dei nipotini, la polizia arrestava studenti e la scienza arrestava le sue ricerche, gli amici pensavano solo a loro stessi e la politica non pensava più a nessuno.
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