Il titolo originale del film di Hirokazu Kore’eda che ha fatto sballare i critici al festival di Cannes è Manbiki kazoku, che in giapponese significa più o meno “la famiglia dedita al taccheggio”. Come spesso avviene, tuttavia, in italiano il titolo è stato reso in maniera piuttosto libera, facendo sparire ogni genere di riferimento ad appropriazioni indebite e tenendo invece l’unica parte che interessava alla distribuzione: la famiglia. La manovra, certamente giustificata da beghe di traduzione e marketing, ha tuttavia qualcosa di profondamente ingiusto, e ricorda quelle storie in cui il giovanotto ordinario con la testa sulle spalle rimedia il cabinato e l’impiego di lusso, mentre al ragazzetto scapestrato con un innegabile parterre di talenti non resta che sgobbare in qualche laido magazzino e sposare una rigida dieta di alcool e carboidrati. Per quanto non troppo attraente se sbattuto su manifesti 40×60, il limpido concetto di taccheggio è pur sempre intriso di un mix di creatività, adattabilità e disperazione mai eguagliato da nessun altra forma d’arte e/o pratica sportiva, ed è triste saperlo iniquamente estromesso dalle bacheche dei cinema italiani. In un intempestivo moto di contrappasso ecco dunque quattro storie di taccheggio come ciò che in effetti è: autorappresentazione, atto performativo, rivendicazione estetica, affermazione sociale e in una parola principio di realtà.
Lady Bird | Continuerà a crescere tranne che in quel punto
Esiste quest’opera, di un artista italiano. Il titolo è: “Continuerà a crescere tranne che in quel punto”. Ecco come è fatta, e come si può rifare.
The shape of water | La storia del polpo
Quando andavamo al mare mia madre ci raccontava la storia del polpo. È un fatto divertente che le era capitato prima di avere me e mia sorella, prima di sposarsi, prima di conoscere suo marito ovvero nostro padre. Durante una vacanza in barca con certi amici, evento già di per sé notevole dato che mia madre non ha mai imparato a nuotare, avevano ormeggiato in una caletta. Mentre gli altri facevano il bagno e lei stava lì a guardarli, con i piedi in acqua e le gambe che sporgevano dallo scafo, aveva sentito qualcosa toccarle la caviglia. Sarà un pesce, un’alga, aveva pensato. Poi la cosa le si era aggrappata a un piede e aveva iniziato a tirare.
Happy Winter | Il lungo addio
Durante il dibattito il regista spiega che dal 2020 le cabine sulla spiaggia di Mondello verranno eliminate per sempre. I bagnanti che estate dopo estate le hanno dotate di televisori a schermo piatto, carta da parati, docce da campo e coperture isolanti, convertendole di fatto in residenze vista mare, dovranno trovarsi un altro modo per passare le ferie.
Detroit | Cosa rimane?
A Detroit se le sono date di brutto, poi hanno chiuso le fabbriche ed è davvero finito tutto. Ogni tanto esce un articolo sulla presunta rinascita della città: turisti attratti dallo skyline in decomposizione, cooperative sociali che piantano orti tra i palazzi, giovani imprenditori che trasferiscono le aziende in edifici dall’affitto irrisorio, artisti che lasciano monolocali sulla costa per occupare illegalmente enormi loft in cemento. Sono tutte cazzate, dici tu. Farà anche sensazione un posto che in pratica è ridotto al set di un film, ma cosa rimane di una città se gli togli il lavoro? Cosa rimane dell’uomo?
Mysterious Skin | Karate
L’estate è la stagione della morte, oltre che l’unica stagione in cui, io credo, dovrebbe essere lecito morire. Il calore, le mosche, l’odore dell’immondizia che spacca i cassonetti, il tanfo dei gatti randagi, le cispe incrostate agli angoli degli occhi, le pieghe della pelle unte, scivolose. Il sudore. L’estate.
Manifesto | Storia dell’arte
Mi ricordo le lezioni di storia dell’arte al liceo. Avevo un professore abbastanza giovane per la media del corpo insegnanti, il cui metodo didattico consisteva nel portarci una volta alla settimana in aula video e proiettare delle diapositive. Metteva la cartuccia nel caricatore, chiedeva a qualcuno di spegnere la luce e partiva con la prima, un dipinto fiammingo o un capitello corinzio, a seconda del programma. Quando appariva l’immagine ci chiedeva se sapessimo di cosa si trattava. Poi, senza neanche aspettare la risposta, recitava sconsolato titolo e autore del capolavoro in questione, rimaneva silenzioso per qualche secondo, respirava forte e passava alla successiva. Pare che avesse scritto anche dei libri, ma nessuno di noi ne aveva mai letto uno.
Liebster Award | Sant’Antonio facci la grazia
Un giorno ci siamo svegliati e quell’amabile mini poni di Silvia Costantino ci aveva infilati in una catena di Sant’Antonio. “Maledetta!” – abbiamo pensato. Poi ci siamo persi nello stupore del concetto stesso di catena di Sant’Antonio, uso o costume che credevamo estinto nei primi anni Novanta, e invece. Disperati all’idea di doverci piegare a questo giro di schiaffi, abbiamo chiesto al pietoso patrono di farci la grazia, ma ci ha ignorati. Allora pazienti ma anche un po’ riconoscenti, come si è riconoscenti al fuoco sempre di Sant’Antonio che ti insegna che cos’è il dolore vero, abbiamo seguito le istruzioni e ora siamo qui.
Sicilian ghost story | Vacanze negli anni ’90
Giugno, prima di ogni altra cosa, è quando finisce la scuola. Finisce, la scuola, anche adesso che ho trent’anni, anche adesso che non finisce più per me, perché per me è finita tanto tempo fa. Quando la scuola finisce iniziano le vacanze estive: un’automobile familiare con il baule magnetico sul tettuccio, la borsa frigo, i blocchi di ghiaccio sintetico e lunghe ore di attesa in autostrada senza aria condizionata, controllando gli aggiornamenti sulla viabilità.
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