Per sopravvivere ai pranzi di famiglia ho una strategia. Immagino di avere una grande notizia da comunicare, un’informazione deflagrante, che esploda dalla mia bocca per propagarsi nella stanza con un’onda d’urto straordinaria. Il lampadario si staccherebbe dal soffitto sfracellandosi sul pavimento in un carnevale di schegge taglienti; le posate, i piatti e i tovaglioli verrebbero spazzati via per finire frantumati contro le pareti; i vetri delle finestre polverizzati dall’impatto con cento spalle invisibili; i quadri uno dietro l’altro andrebbero giù dai chiodi, le pesanti cornici schiantate con colpi secchi; le tappezzerie, strappate via dai divani, oscillerebbero per un attimo nell’aria prima di adagiarsi a terra. Tra schizzi di vino e grumi di cibo sospesi in attesa di incontrare un ostacolo, sarei salva.
Juste la fin du monde | Da qualche parte
Di Matthew Licht Spesso i film in cui non succede niente sono quelli che si ricordano meglio. Sono belli anche film lunghi e monotoni che poi finiscono con massacri, scontri tra Lamborghini e Maserati, orge, messe nere, esplosioni e musiche dei Pink Floyd. In questo film non succede nulla, ma è il nulla nullo, non quello Zen o nichilista. E finisce con un numero di finto blues-gospel, piagnucoloso ma ballabile.
Xavier Dolan | To be or not to be (safe)
Ho letto da qualche parte che il mese scorso la Cineteca di Bologna ha dedicato una retrospettiva a Xavier Dolan. Xavier Dolan, per chi non lo sapesse, è un regista canadese che recentemente sta facendo innamorare un po’ tutti, complice il fatto di essere (molto) giovane, (molto) bello e soprattutto (molto) bravo.
Mommy | 1:1
Un paio d’interventi infelici li ho fatti, durante il film, piccole cose che mi ritrovo a dire per rompere quella tensione che rimane sempre attorno, quando esco e sono con gli altri – sparo parole a salve, le sparo nell’aria per tenere tutti alla debita distanza – ma Francesca accanto a me riesce a distinguere le parole di piombo da quelle a salve e ignora platealmente le seconde. Perciò quando mi giro verso di lei e le farfuglio qualcosa, come se mi sentissi in dovere di alleggerire una scena troppo patetica, a lei basta far brillare gli umori che a stento trattiene negl’occhi per rigettarmi dentro il film con la coda fra le gambe – non le è scesa una sola lacrima, a quanto ne so.
Mommy | Almeno lo hai fatto per te
Lui inizia a correre, l’inquadratura si allarga e parte Lana Del Rey. Titoli di coda. Per cinque minuti buoni rimango in una specie di comunione molecolare con la poltrona, come se di colpo la gravità all’interno della sala fosse aumentata e il mio corpo, schiacciato da un peso che non è abituato a sostenere, non potesse fare altro che rimanere immobile dove si trova. Non so bene se fare qualche commento pertinente, piangere o mettermi a urlare. Nell’indecisione leggo con attenzione tutti i credits che posso, fino ai cuochi di set (tre, forse quattro cinesi, il resto francesi/canadesi). Quando arrivano le specifiche della colonna sonora la gravità inizia a normalizzarsi.
Ho ucciso mia madre | Mia madre mi odia
Ho ucciso mia madre seduto su una roccia, lei che mi abbraccia,





