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In fuga dalla bocciofila

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È solo la fine del mondo | Buone feste a te e famiglia

20 Dicembre 2016 di Francesca Corpaci

Per sopravvivere ai pranzi di famiglia ho una strategia. Immagino di avere una grande notizia da comunicare, un’informazione deflagrante, che esploda dalla mia bocca per propagarsi nella stanza con un’onda d’urto straordinaria. Il lampadario si staccherebbe dal soffitto sfracellandosi sul pavimento in un carnevale di schegge taglienti; le posate, i piatti e i tovaglioli verrebbero spazzati via per finire frantumati contro le pareti; i vetri delle finestre polverizzati dall’impatto con cento spalle invisibili; i quadri uno dietro l’altro andrebbero giù dai chiodi, le pesanti cornici schiantate con colpi secchi; le tappezzerie, strappate via dai divani, oscillerebbero per un attimo nell’aria prima di adagiarsi a terra. Tra schizzi di vino e grumi di cibo sospesi in attesa di incontrare un ostacolo, sarei salva.

Potrei alzarmi e annunciare che mi sposo, sono incinta, o anche meglio, sto morendo, non è colpa di nessuno, è andata così. Il peso di un senso di colpa sganciato a tradimento, il silenzio solido e compatto, le lacrime trattenute, l’entità del dramma. Poi di botto le posizioni composte che si disarticolano, le frasi pensate in fretta e furia che vengono fuori tutte sbagliate, la preoccupazione, la disperazione, l’empatia, l’autocommiserazione, la compassione; al tempo stesso soli e insieme, inglobati dall’enorme massa umida del disastro, siamo fratelli e ogni cosa è possibile.

Il cataclisma: da sempre riscatto e salvezza dei pavidi.

Dopo il boato, circonfusa dalla rassegnazione mistica di chi non ha niente da perdere, comunicherei il desiderio di passare il resto della mia vita, o quel poco che ne rimane, affiliandomi a una causa nobile e pericolosissima, ritirandomi in luoghi remoti, o in ogni caso scomparendo, dandomi alla macchia, emigrando, imparando a costruire case con pelli di capra nei deserti dell’Asia o abitando un microscopico appartamento in qualche megalopoli del Nord America, dove le tubature congelano durante nove mesi d’inverno e i pasti si cucinano su tristissime piastre elettriche appoggiate sui comodini. Un giorno, forse, sentirete di nuovo parlare di me.

Ma nella realtà non ho un bel niente da dire e sto qui, seduta al solito posto, con le spalle alla credenza, osservando infiniti frattali di tartine all’uovo. Di fronte a me, una spumosa e leggerissima nuvola di filamenti bianchi, e sotto di lei mia nonna che picchietta il bicchiere con una posata da dolce. Sono passati anni da quando ci siamo seduti, stiamo invecchiando con i gomiti poggiati sulla tovaglia, aspettando pietanze grasse che saranno seguite da altre pietanze grasse che saranno seguite da altre pietanze grasse e così via via per sempre, finché non ci scioglieremo e di noi non resteranno altro che piccole pozze in attesa di evaporare.

Mio padre mi chiede che c’è di bello al cinema, dice che ha letto la recensione di questo film canadese, una cosa molto teatrale con un tizio che torna a casa dopo quindici anni per dire alla famiglia che sta morendo. Domanda se l’ho visto e io dico si, che il regista mi piace molto però questo nuovo insomma, si può vivere senza: un’ora e mezza di crisi isteriche mentre un giovane grazioso dispensa sorrisi enigmatici e annusa con trasporto l’odore di materassi polverosi. Che poi dai, con una famiglia così insopportabile che sembra uscita dal compendio universale del disagio, il fatto che non volino i tavoli dopo dieci minuti è di per sé quasi offensivo, quasi lesivo della dignità, perché devo stare a guardare questo scempio, e rovescialo quel tavolo, rovescialo, caccia un bercio, gira i tacchi e vattene, fai qualcosa che non sia sospirare languido o muori adesso, perdio.

Te la sei meritata la mamma progressista, la sorella tatuata, il fratello violento e la la di lui moglie muta. Te li sei meritati tutti perché sei peggio di loro, sei come un’alga inerte, sei come il muschio che cresce sugli alberi.

Ricominciamo a mangiare. E’ Natale e non sto partendo per la Siria, non faccio parte di oscure organizzazioni destabilizzanti per le superpotenze mondiali, vivo a due passi dai miei e scoppio di salute. Accanto al piatto un bigliettino decorato con slitte e fiocchi di neve contenente cinquanta euro, circa un decimo della pensione di mia nonna. Sopra, il mio nome scritto a caratteri incerti e un augurio stampato in lettere brillanti. Buone feste a te e famiglia.

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Postato in: Oceani di autoreferenzialità Tag: cannes, famiglia, Solo la fine del mondo, xavier dolan Fai un commento

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