Ho letto da qualche parte che il mese scorso la Cineteca di Bologna ha dedicato una retrospettiva a Xavier Dolan. Xavier Dolan, per chi non lo sapesse, è un regista canadese che recentemente sta facendo innamorare un po’ tutti, complice il fatto di essere (molto) giovane, (molto) bello e soprattutto (molto) bravo.
Ammetto di avere un problema abbastanza serio con le mode. Questo nuovo gruppo piace a tutti? Eviterò di ascoltarlo per non correre il rischio che possa piacere anche a me. Più di due persone mi parlano dello stesso film? Cancellerò il titolo dalla lista di quelli da vedere, magari tra quattro o cinque anni lo troverò per sbaglio su un canale di streaming russo. Sì, sono uno di quegli individui odiosi che godono del fatto di non essere aggiornati (o di fingere di non esserlo). Ognuno ha i suoi problemi, poteva andare peggio.
Xavier Dolan, dicevamo. Ha venticinque anni ed è ospite fisso a Cannes da quando ne aveva ventuno. Fa un nuovo film, Mommy, di cui tutti scrivono come se fosse la rivelazione che stavamo aspettando. Cerco di ignorare platealmente la faccenda finché non mi ritrovo dentro a un cinema, si spengono le luci e in meno di due ore il disastro è fatto: non solo mi piace Dolan (siamo sinceri, mi piace moltissimo), ma mi piace anche Lana Del Rey (capitolare così rovinosamente dopo una resistenza durata anni un po’ scoccia). In meno di una settimana mi guardo tutto quello che ha fatto (Xavier, non Lana), leggo interviste, e mentre studio il videoclip di sei minuti che ha girato per gli Indochine mi domando: qual è la formula magica? O in altre parole: perché siamo tutti innamorati di questo tizio col ciuffo?
Ci sono un sacco di risposte possibili – tipo perché a meno di trent’anni sa esattamente come fare un film, o perché ha un gusto impeccabile nella scelta degli attori, musiche, costumi, formati e suggestioni varie – ma al di là di tutto credo che la mia sia: perché parla solo di cose che conosce, e lo fa sì con una buona dose di citazioni magniloquenti, ma anche con una quantità di cuore a cui non siamo più abituati.
Quando quelli della mia generazione avevano vent’anni componevano opere decadenti immaginandosi adulti e alle prese con tutte quelle mogli, ex-mogli, relazioni distrutte o complicazioni dovute all’abuso di alcool/droghe/farmaci o all’assenza di denaro che le serie tv ci mostravano con dovizia di dettagli. Cose di cui avevamo letto o sentito parlare ma di cui in realtà non sapevamo assolutamente niente, visto che la maggior parte di noi ancora viveva con i genitori e al massimo si prendeva qualche sbronza nel fine settimana. Non ci saremmo mai sognati di raccontare quello che vivevamo tutti i giorni – l’amore, il dolore, i rapporti con la famiglia, il non sentirsi capiti – cose che ci sembravano orribilmente noiose, né di farlo nell’unico modo sensato: con la pancia (cos’è la pancia quando puoi cercare di imitare Kerouac? Questo non per liberare il signor Dolan da tutti i suoi debiti con i grandi del passato, ma bisogna prendere atto che quando uno riesce a parlare di pancia mentre cita Truffaut l’unica cosa da fare è applaudire).
E quindi eccola qui la vera forza di questo giovincello québécois, senza nulla togliere a quel pezzo dei Moderat che parte in sordina proprio quando deve partire, a quel bell’attore biondo, a quella tizia grandiosa con i capelli rosso fiamma o a quel dialogo perfetto. Racconta cose che ha toccato e lo fa con una dose di sofferenza sincera, ancora libera da quella che alcuni chiamerebbero ironia e altri paraculaggine. Che c’entra, poi queste cose le mette anche in una cornice meravigliosa, ma alla fine che cos’è che vi fa piangere di nascosto tra le poltroncine del cinema? L’uso sapiente del formato 1:1 o la violenza di una conversazione con la madre che probabilmente avete avuto anche voi (la conversazione, non la madre. O magari anche la madre)?
Nel terzo film (su cinque) di Dolan, Laurence anyways, il protagonista – un uomo eterosessuale che ha deciso di cambiare sesso – accusa la propria donna di aver abbandonato il loro amore perché troppo pericoloso. “Our love wasn’t safe, but it wasn’t dumb”, le dice. Neanche il cinema di Dolan è “safe”, né per lui né per noi. È pieno di dolore esagerato, gioia insensata e rabbia feroce. Sentimenti crudi e spesso ingenui che gli appartengono e che non ha paura di mostrare, che ci colpiscono in faccia come uno schiaffo e ci guardano dallo schermo per dirci con aria di sfida: “piantatela di nascondervi, ci avete provati anche voi”.

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