Si può invertire una tendenza? Si può fare un film su un tema universale come il binomio caso-destino, oppure rileggere un tema come per esempio, vediamo… uno qualunque, facciamo il tema del delitto perfetto? Sì può? Si può partire per capodanno, andare a trovare qualcuno che sta lontano e nemmeno si dormirà con lui, ma in un albergo in centro, in quel paese sperduto sulle montagne, con il rumore di un trolley che ci accompagna? Si può? Partire così, invertire una tendenza, andare al cinema alle 18 a vedere Star Wars e poi alle 21.30 a vedere Bella e perduta di Pietro Marcello? Ma quando si mangia? Si può scrivere un pezzo su Guadagnino in cui si parla della ricchezza, di Pantelleria, di Dobermann che scivolano tra le nostre gambe come pesci di fiume, si può? Si può tornare a vedere Allen malgrado tutto, malgrado non abbia più niente da dire, ecco qua, niente di niente, che la sua voce sia solo una rilettura di temi universali che non faranno invertire nessuna tendenza, ma la confermeranno. Così le nostre partenze per Capodanno, i nostri amori spacciati a riempire questi giorni di ferie, le fughe a casa, le sbronze distanti, a sancire che anche domani è vacanza, e certo i nostri cinema a sottolineare niente, dai quali usciremo così, con la nebbia intorno e le micro-particelle d’acqua in bocca. Irrazionale, dici?
Due parole sul 56esimo Festival dei pop(oli)
Già che anche per quest’anno è passato il Festival e Ernestina mi guarda dietro ai suoi occhiali dalla montatura leggera, sotto al cappellino, con occhi scintillanti e dice: cosa faremo adesso delle nostre sere? Mentre intorno a noi una piazza assume il venerdì sera come evento reale e in un certo senso qualcosa di cui è vero noi necessariamente assegneremo un valore morale (il lavoro quale alienazione, il week-end quale pillola compensatoria, il capitalismo come continuazione e dispiegamento di concetti giudaico cristiani), ma che di fatto è semplicemente qualcosa che accade, in quella piazza, a quei tavolini, e Ernestina appunto con i suoi occhiali, il suo viso da gran visir del documentario, che poi con fare perentorio (perentorio?) continua il suo discorso dicendo: mi ricorderò sempre di questo Festival, perché Staron mi ha cambiato la vita, come farò a tornare alla fiction dopo questa meraviglia?
L’arte dello schermo | Un cordiale anti
Possiamo affermare senza nessuna volontà, per esempio usando la parola sì. Possiamo assumere posizioni politiche, geografiche, interiori. Possiamo affermare che ogni oggetto se messo in luce darà ombra. Possiamo affermare che se alla parola arte si aggiunge schermo o se alla parola schermo si aggiunge arte i risultati cambiano. Possiamo affermare che lo Schermo dell’arte e L’arte dello schermo sono due iniziative differenti. Possiamo affermare che dell e dello hanno una forza del tutto differente. Possiamo affermare che dell vorrebbe essere la magia di una grande varietà di contemporaneo vecchio e didascalico. Possiamo affermare che dello ha dentro di sé l’economia semplice di chi in dell vorrebbe esserci. Possiamo affermare che l’arte oltre essere unica bella e affascinante è un luogo. Possiamo affermare che un luogo è fatto di persone. Possiamo affermare che le persone guardano i luoghi e le persone. Possiamo affermare che le persone vogliono stare nei luoghi. Possiamo affermare che i luoghi sono persone. Della mia esperienza da inviato all’arte dello schermo mi sono portato a casa un luogo. Sembra a volte di sommergersi di idee Senza mai desiderare la bellezza e la violenza Le semplici idee che ci mangiano la giornata Schiacciando il nostro desiderio. Questo anti istituzionale a me piace Mi eccita. La questione è quanto sia un’idea per raggiungere dell o un desiderio per la bellezza del mondo. Vostro Massimilano Hollebeck di Massimiliano Hollebeck, caricato sul blog di In Fuga dalla Bocciofila da
33TFF | Bocciofila goes to Torino
Nei giorni di Torino non ho scritto una riga, solo deambulato in uno stato febbrile tra una sala e l’altra e tra un bar e un ristorante cinese e uno torinese e la casa di Claudio in Corso Regio Parco (grazie Claudio, tra l’altro). Sono stato bene come si sta bene ai Festival in cui si è totalmente liberi di vedere, non vedere, scrivere non scrivere, fare tardi, perdersi, sentire freddo caldo medio, mettere una sciarpa non metterla, la canottiera, la camicia, rimbombarsi tutto il giorno la testa dalla mattina alla sera dentro al cinema, non pensare ai problemi della vita, che ne sarà di me la mia famiglia l’Europa mio nonno Brunello, strafarsi di cinema e basta: quella libertà là.
Un testo facile e uno difficile sullo Schermo dell’Arte
1. Passare dal mondo dell’ufficio, del lavoro, del chiacchiericcio, al mondo del cinema, dello schermo dell’arte, della video arte, è quanto più prossimo io penso sia lo shock culturale. E’ un salto impossibile, è un incontro non dato, è il respingimento, è respingente contro respingente. Il mondo fuori e lo spazio dentro, le mie colleghe e i loro discorsi, il televisore nuovo da acquistare, i figli, e questo vetro incomprensibile, queste superfici, mattonelle che vengono proiettate, con un rumore di sottofondo, una nota continua. Eppure mi sembra che quello che proiettano qui sia un continuo tentativo di rispondere a questa domanda: come spiegare queste immagini incomprensibili ai miei colleghi di lavoro, come spiegare questo reciproco respingimento? 2. Il Giovedì è la serata che conta. Il momento antitesi. Dopo lo sfarzo (il classico) del primo giorno, dei lustrini, delle file fuori, delle luci della prima sera, è il secondo giorno quello più difficile, quella serata che può spiegare davvero un festival. Lo schermo dell’Arte, cos’é? Arriviamo di corsa, alla spicciolata, donne del sud strappano i nostri biglietti (ma non c’è nessun biglietto da strappare), donne del sud al festival ci hanno pure fatto entrare, seppur in questo caso l’accento sia milanesissimo, e altre donne ancora siedono tutto intorno a noi: hanno i pantaloni “colore denim”, lo stesso lavaggio identico. Non è un caso, è solo la moda del momento. Scrivo qui in ultima fila una breve nota su un fogliaccio di carta assorbente, già pronto a partire per il festival di Torino, affranto per quello che mi perdo qui, per la serata tre (le esplosioni che sono il Venerdì, senza le preoccupazioni del domani, il Marzo), senza pensare al Sabato (l’apoteosi), senza pensare alla depressione della Domenica (ma di certo Domenica sarò di nuovo di ritorno in città). Andare via nel momento migliore, schermo dell’arte, con la tua presentatrice perfetta d’altri tempi flemmatica, con quella sua voce scivolata, quella sua cadenza nobile, quella freddezza e pantaloni larghi dove devono, ma che sto dicendo? E Ester che bella, non si può proprio dire niente al riguardo. Schermo dell’arte, che cosa bella siete voi che mi sedete a lato, che mi attendete su un divano, che mistero, che cosina che io non so dire, schermo dell’arte, già a scrivere queste righe su un pezzo di carta, lo so, io vi sto facendo un mezzo torto.
Fiori d’equinozio | Il discorsetto prima del film
Di martedì siamo tornati al cinema anche se lei era cotta per il doppio lavoro, e il mio coinquilino stava messo ancora peggio, tutto il giorno in un posto chiamato “il Giogo”, che solo a sentirlo nominare si capisce che giornata era stata. Anche io ero stanco, anche se il lunedì e il martedì non avevo lavorato affatto, solo “lavorato” ai miei testi del futuro. Ma con loro avevo fatto attenzione a non sottolineare troppo quella mia stanchezza.
Dheepan – Una nuova vita | Cose che sarebbe meglio non fare in dopo sbronza
Partendo dal presupposto che in dopo sbronza non è piacevole fare nessuna cosa, ci sarebbe da aggiungere che alcune sono particolarmente da s-preferire. Penso ad esempio all’essere chiamati al telefono. Io odio il telefono sempre, ogni giorno della mia vita e dell’anno, ma sarebbe assolutamente da non accendere in quelle giornate specifiche, quelle in cui la sera prima si è bevuto del gin cantando i tormentoni cingalesi.
La prima luce | Film che non ho finito di vedere al cinema
Uno. Grindhouse Un tempo aveva un’amante. Si incontravano a casa di un amico, o nei dintorni della casa dell’amico che era un po’ fuori città e i rischi di incontrare gente conosciuta erano minimi. Si incontravano una volta a settimana o anche meno. Lui là aveva un qualche lavoretto saltuario per cui che fosse da quelle parti non stupiva nessuno. Lei lo raggiungeva con la sua panda bordò, perché era una studentessa e aveva molto tempo libero. I rispettivi compagni, chissà se sapevano qualcosa, o no, ma magari qualcosa potevano sospettare, comunque quella situazione era a tratti bella e a tratti faticosa. Molto faticosa sopratutto mentalmente, cosa ho detto a chi, che registro usare in un caso e nell’altro, frasi ripetute più volte. Perché dopo un po’ che durava la storia clandestina anche quella iniziava a normalizzarsi e si entrava in dinamiche di abitudine, come dall’altro lato, nella relazione solare. Poi una sera lei insistette per andare al cinema, a vedere Grindhouse, in un cinema del centro, che oggi non esiste nemmeno più. Era mercoledì sera e lui lo sapeva che non era una buona idea accettare, ma accettò. Perché era stufo di quella situazione, di segreti, di bugie. E al cinema preciso nella poltrona dietro la loro c’era seduto il miglior amico della ragazza, di quella ufficiale, ecco come fu. Lui a metà film si alzò e andò via perché era certo di esser stato riconosciuto e perché il film comunque gli sembrava un po’ una cacata.
Due parole due sul 2nd Florence Short Film Festival
Questa discussione non è mai avvenuta. Non si è svolta nel salotto di casa mia (salotto nel senso letterale del termine, non letterario). Con questo discorsetto non si vuole risolvere una questione, ma semmai sollevarla. È un discorso ampio: su chi dovrebbe fare le cose, su chi non dovrebbe, su cosa legittima qualcuno a fare qualcosa, se uno si legittima da solo, oppure se sono altri, o delle competenza specifiche. Si parla del Florence Short Film Festival (da ora in avanti FSFF) che si è tenuto al cinema Odeon di Firenze. Si parla in verità anche di me, di noi della Bocciofila, del nostro scrivere di cinema, del nostro scrivere in generale. Questo dialogo che non è avvenuto si è svolto tra me (SL) e un curatore di eventi culturali ipotetico (da ora in acanti CDEC).
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