1) Scavo a sezione aperta per sbancamento eseguito con qualsiasi mezzo meccanico
All’inizio credevamo che questo vetro nero, solido, opaco – questo terribile e silenzioso mostro, quest’urlo cristallizzato – avrebbe presto lasciato spazio a della buona terra su cui costruire. Martellavamo convinti di poter raggiungere il fondo, passandoci a catena secchi di schegge rotte e taglienti, e sorridevamo vedendo quanto fosse facile scavare, quasi che il vetro non aspettasse altro di schiantarsi. Più la buca si allargava, richiedendo contrafforti e putrelle, più in profondità ci spingevamo, distinguendo a fatica il nero sotto dal nero sopra, più accese diventavano le liti e le urla. Alzando la testa, la luce era un vago chiarore che sfarfallava lontanissimo, illuminando un pozzo labirintico e arrotolato in una fuga verso l’abisso.
Ora dobbiamo ammettere che non c’è terra: che il vetro continua all’infinito, o meglio, fino al centro che per noi, umani e stanchi, è la stessa cosa. Che è stata tutta un’illusione e che non c’è modo di gettare fondamenta qui. Vorremmo solo tornare fuori e ci fanno rabbia i nostri figli, nati e cresciuti quaggiù, così bianchi e fragili, con i loro sguardi di sfida, come a chiedere: è davvero meglio, lassù? Cosa ci manca? Continuiamo a scavare, sordi al frastuono degli attrezzi, senza scopo, per non ucciderli, per non gettarli giù dai parapetti che percorrono come strade di casa.
2) Muratura di mattoni pieni e malta opportunamente confezionata e dosata a uno o più fronti
La cucina aveva bisogno di più aria: aria e luce. L’architetto, se avesse potuto manipolare le leggi della gravitazione universale a modo suo, avrebbe rimosso ogni sostegno solido, ogni colonna, ogni parete che limitava aria e luce, lasciando quindi un pavimento e un soffitto galleggianti a pochi metri l’uno dall’altro, soffusi di una luce corpuscolare, sfarinata, in cui gli oggetti perdono i contorni e sembrano sempre rotondi. Anche gli arredi avrebbero dovuto limitarsi a pareti incassate bianche o, ancora meglio, mancare del tutto: uno spazio vuoto e illuminato, spazzato da una continua brezza.
Verso la fine – ma si può davvero parlare di una fine – lo odiavamo. Si aggirava per tutto il piano terra, scandagliando centimetro per centimetro e ogni volta, irrimediabilmente, la raccomandazione era la stessa: togliere. Alleggerire. Svuotare. All’inizio indossava maglioni scuri a collo alto che con il tempo lasciarono spazio a tuniche sempre più lunghe e chiare. Alla fine, camminava scalzo, avvolto in un mantello di lino. Era invecchiato e i capelli si confondevano sulle pareti che ci costringeva a ridipingere in continuazione.
A volte, appoggiava l’orecchio a terra e annuiva.
«Manca poco, molto poco ormai» sussurrava alle mattonelle in gres porcellanato, accarezzandone le fughe e gli angoli smussati con le lunghe dita da vecchio. Lo imitavamo, ma a parte un lontano ronzare, come di formiche, non sentivamo nulla. Mangiavamo di nascosto, accovacciati negli angoli, stando bene attenti a non lasciare tracce. Dormivamo stretti gli uni agli altri, sempre pronti a sparire, facendoci piccoli dietro la penisola, strisciando verso il soggiorno ribassato o lo studio a vista, nomi esotici nella geografia casalinga che, nostro malgrado, abitavamo.
3) Riparazione e rifacimento di solai e coperture in legno
Noi crediamo che lo scopo di ogni tetto sia collassare, abbandonarsi alla gravità, cedere alle centinaia di tarli che hanno consumato la trave centrale svuotandola dall’interno, alla carezza molle della pioggia che allenta le fibre una ad una, separandole come lontani pronipoti di una famiglia un tempo chiassosa e unita. Sebbene passiamo la vita a riparare tegole, coibentare guaine consumate, sostituire pluviali e grondaie, crediamo che prima o poi, senza scampo, i nostri tuguri, costruiti con coppi rotti e lamiere bucate, crolleranno giù portandosi dietro anche noi.
Nelle giornate di sole è difficile credere: tutto sembra così solido, i nostri chiodi, la terracotta delle tegole nuove. Tutto urla: futuro, progresso, vita. Ma basta una mattinata di pioggia, la nebbia sotto i piedi a consumare il mondo, e ognuno percepisce la fine, l’inevitabile disfatta dei nostri sforzi che mirano al pareggio. Appoggiamo i piedi scalzi alle tegole scivolose e percepiamo un tremore sordo. Non dovremmo avere paura, ma siamo solo umani. Ed è anche la paura che ci fa stringere ogni vite con attenzione, che regga ancora un giorno – uno solo – la falda sbilenca sopra la camera padronale, il lucernario in stile.
4) Subtotale
Ecco, eccoci: spogli di tutto, alla fine e all’inizio di ogni cosa. Firmiamo, firmiamo quello che c’è da firmare, firmiamo purché finisca, dateci le chiavi, non pensiamoci più. Solo ieri stavamo giocando con un futuro appena fuori dalla porta, e ora siamo qui a firmare e contare quanto rimane ogni mese. Una casa intera, con giardino, posto auto, in zona residenziale ma ben servita. Una casa nostra, da arredare, manutenere, far crescere con noi. «L’architetto avrà un migliaio d’anni» mi sussurri all’orecchio «dev’essere più vecchio della casa» e sorridi con il tuo sorriso che giustifica il mondo.
Eccoci: siamo qui, i nostri predecessori ormai ci guardano spauriti e non osano confessare che tocca a noi. Nessuno sa nulla di cosa succeda. Non loro, né noi che adesso usciamo con un fascicolo color avorio stretto al petto e dentro una casa intera. Non ci dicono che ereditiamo l’infinita catena di errori, ripensamenti, manutenzioni approssimative che ora vedono chiaramente e che, malgrado gli sforzi di ignorarla, costituisce tutta la loro vita.
“Scaveremo solo un po’, per un nuovo garage” mi viene da pensare proprio mentre giro la chiave, nel ronzio sordo che ci aspetta in ogni casa.

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