di Giulia Viola Pacilli
Ricordo che il giorno in cui ci siamo sposati, dopo la cerimonia, iniziò a piovere. Io aprii l’ombrello; Rebecca, invece, scese di corsa i gradini, buttò indietro la testa, aprì le braccia e iniziò a girare e a ridere. Sembrava l’avesse pensata lei la pioggia, sembrava un trucco programmato perché tutti gli invitati vedessero quanto fosse stupenda.
Mi sentii un deficiente con quell’ombrello in mano.
La guardai e desiderai che fosse vecchia e fragile. Forse anche brutta, ma soprattutto senza forze. La immaginai a ottant’anni, seduta su un prato, che mi chiedeva aiuto per alzarsi, perché senza di me non ce la faceva. Ricordo che a quel pensiero sorrisi.
Ora è sdraiata a letto e finge di dormire. Non c’è niente della sua fragilità che mi faccia tenerezza. So che è una fragilità subdola, che la userà contro di me.
Nella gioia e nel dolore significa quando tu sei per me la gioia e quando tu sei per me il dolore. E questa è una promessa troppo grande da fare, a chiunque.
Passo davanti alla camera di Tommi.
L’ultima volta che siamo usciti tutti insieme si è messo a correre sui ciottoli, è caduto e si è sbucciato un ginocchio. «È grave?» mi ha chiesto, per sapere se dovesse piangere o no. «Ma va’», gli ho risposto, «niente di che».
Era bastato quello per fermare il dolore.
È tre giorni che non mi rivolge la parola. Se gli parlo fa finta di non sentirmi. Solo ieri sera, quando sono passato per la buonanotte, mi ha chiesto: «Papà, è grave?»
Non sono riuscito a rispondere.
Arrivo in sala seguendo con la mano lo schienale del divano. Quando Tommi era piccolo, dopo averlo messo a letto, chiudevamo la porta e venivamo qui. Rebecca suonava delicata il pianoforte e io cercavo di stare sveglio. Non ci riuscivo mai. Vorrei che qualcuno me l’avesse detto: «Guarda che questa è l’ultima volta che fai addormentare tuo figlio. È l’ultima volta che tua moglie suona per te».
È tardi, so che devo andare, l’abbiamo deciso settimane fa.
Mi siedo un’ultima volta in cucina e faccio strisciare la sedia. Spero che Rebecca mi senta, scenda e mi preghi di restare. Spero che Tommi si svegli e mi dica: «Papà, non andartene mai». Mi copro il viso con le mani. Sono diventato un uomo che desidera far pena alla propria famiglia.
Vorrei qui mio padre. Ora l’ascolterei quella sua storia per cui l’amore va trattato come il grano. «Se l’aspo gira troppo veloce», diceva, «il frumento te lo schiaccia. E se gira troppo lento te lo lascia a terra». Quella sua storia per cui l’amore è un lavoro contadino che riempie le carriole, ma solo al prezzo di mani sudate e callose.
Salgo in camera nostra, ma Rebecca non c’è più, non è nemmeno in bagno. Mi affaccio in camera di Tommi. È lì, abbracciata a nostro figlio. Dormono e si tengono strettissimi. Rebecca ha le mani sulle guance di Tommi, come se si fosse addormentata asciugandogli le lacrime. In quell’abbraccio non c’è più posto per me.
Stanno soffrendo, e anche io sto soffrendo, ma siccome ci sono troppe cose che non ci siamo detti, non possiamo nemmeno soffrire insieme.
Torno in sala, prendo la borsa con le mie cose ed esco.
«Guarda che questa è l’ultima volta che questa è casa tua».
Chiudo la porta. Lascio le chiavi nella buca delle lettere. Vado via.

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