di Raffaele Calvanese (essi vivono)
A ventitré anni della vita conoscevo solo quello che si poteva studiare sui libri. Studiavo perché dovevo laurearmi senza perdere tempo, tanto che dopo la tesi ho pensato che avevo avuto troppa fretta, che avrei dovuto rallentare, godermela di più. E invece non mi godevo niente perché pensavo sempre a quando avrei fatto sul serio. Pensavo che prima mi laureavo e prima avrei cominciato a lavorare. Erano gli anni che mi chiedevo: ma quando è che si fa sul serio, quand’è che si vive davvero? E alla fine, quando mi sono laureato, ho detto che doveva essere per forza quello il momento in cui si cominciava a vivere.
Sudore, la vita vera puzzava di sudore. L’ho scoperto qualche mese dopo quando ho iniziato uno stage a Roma e coi soldi che avevo potevo permettermi solo un posto letto in una doppia con un ragazzo di nome Lorenzo. Io non sapevo nemmeno farmi un piatto di pasta ma sapevo perché la crisi dei missili a Cuba si era risolta pacificamente. Mi alzavo presto, andavo in bagno e mi lavavo nella vasca perché non avevamo la doccia, mi mettevo il vestito della laurea, facevo il nodo alla cravatta e uscivo. Quando tornavo, sul pianerottolo mi toglievo la cravatta e tiravo fuori la camicia dai pantaloni e mi sembrava di essere meno strano. Lorenzo a cena beveva succo d’arancia con la carbonara, la pasta la mettevo sempre io.
Lo stage non era pagato ma lo facevo lo stesso perché poteva venirne fuori qualcosa di buono, non si sa mai, Lorenzo non capivo nemmeno cosa studiasse, quando tornavo lui usciva per fare allenamento con la squadra di basket. Erano quelli gli unici momenti in cui ero solo e per combattere la puzza avevo preso a disseminare la camera di Arbre Magique, li ficcavo nei posti più impensabili. Quando tornava si toglieva i vestiti sudati e li buttava nell’armadio, il giorno dopo dallo stesso armadio prendeva un jeans e una felpa e andava all’università. La cosa peggiore o forse la migliore dell’essere umano è che si abitua a tutto, così io mi stavo quasi abituando a quella puzza e a quella vita e quella noia delle giornate in ufficio.
Ci avevano parcheggiati in dieci in uno stanzone dove passavamo il tempo a stampare i curriculum che portavamo negli uffici delle aziende che cercavamo sull’elenco telefonico. Li portavamo ovunque sperando ci chiamassero almeno con un rimborso spese, non ci chiamavano mai. Passavamo le giornate a chiederci quand’è che si vive, quand’è che si comincia a fare sul serio? La sera dopo cena con Lorenzo guardavamo le puntate di una serie tv sul computer. È lì che ho scoperto che studiava medicina. Capitava che scendessimo sotto casa a mangiare una pizza dagli egiziani o un supplì alla rosticceria all’angolo, a bere una birra ai giardini in fondo alla strada. Pure con lui ogni tanto, quando smettevamo di ridere o di parlare, quando c’era silenzio e guardavamo nel vuoto, sembrava che ce lo chiedessimo: ma quand’è che si vive?
Dopo qualche mese lo stage è finito e a quel lavoro non mi hanno preso e così ho lasciato la casa e sono tornato dai miei. A Roma sono finito tempo dopo, per un concorso che ho vinto. L’altro giorno in ufficio è entrato un uomo distinto, voleva informazioni per un mutuo, quando si è seduto l’ho riconosciuto subito. Era vestito bene ma a me è sembrato di sentire ancora l’odore della nostra stanza. Adesso è un medico. Ci siamo abbracciati ripensando a quel posto, a come vivevamo allora, e in quel momento mi è sembrato di capire che quelli erano i momenti in cui si viveva davvero. Quando ancora non sapevo che fare, dove andare a sbattere la testa e non avevo nemmeno una lavatrice. Il completo della laurea poi l’ho venduto con un’app per vestiti di seconda mano, l’ho tirato fuori dall’armadio, dopo anni che non lo mettevo, e ho trovato un Arbre Magique nella tasca.

Rispondi