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In fuga dalla bocciofila

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Nomadland | Diventare grandi

11 Maggio 2021 di Salvatore Cherchi

Era il 1998, avevo 18 anni e il mio primo, regolare, lavoro: contratto, busta paga, stipendio. Facevo il lavapiatti nella cucina di un villaggio vacanze capace di ospitare, a pieno regime, oltre 1000 persone. Non avevo di che lamentarmi.

Era il 1998, lavoravo come addetto alla preparazione di frutta e insalata nel ristorante di un campeggio. Si lavorava 15 ore al giorno ma ne pagavano 6. L’alloggio del personale era composto da delle roulotte dismesse. Dall’esterno aveva l’aria di un accampamento rom abusivo. Erano i sobborghi del campeggio, le banlieue, un luogo che i turisti si guardavano bene dall’avvicinare, scansandolo come una cacca di cane sul marciapiede.

Era il 1998, lavoravo in un ristorante a conduzione familiare. Il proprietario, che da poco ho rivisto in TV guidare la rivolta dei ristoratori contro le restrizioni per la pandemia, mi diceva tutti i giorni “domani ti porto il contratto”. Non me l’ha mai portato. Una sera, insieme a un cameriere, ci ha fatto nascondere tra i sacchi dei rifiuti nel retro del locale per sfuggire a un controllo.

Se non ricordo male, era il 1998 l’anno in cui una famosa rivista che si occupava di temi sociali e impegnati, mi pagò un pezzo di diecimila battute, scritto in una settimana, 35 euro. A 60 giorni. Ero lo stesso anno in cui chiesi a un giornalista che si spendeva nel denunciare il sistema a caste del giornalismo italiano, come proporre un pezzo a una rivista per cui scriveva. Con garbato giro di parole, mi disse di stare alla larga da quella rivista.

Era il 1998, ero disoccupato e volevo ufficializzare la mia posizione, perché non volevo apparire nelle statistiche tra i neet. Ci tenevo. Al centro per l’impiego, un’impiegata molto cortese mi fece iscrivere a un programma regionale di ricerca intensiva di lavoro. L’intensità di questa ricerca dipendeva da me, così come la capacità di trovare lavoro. Allora a cosa serve, ho chiesto all’impiegata gentile. Eravamo in videochiamata, ma sono certo di aver visto passare, nei suoi occhi, un riflesso lucido.

Nel 1998 lavoravo nel settore logistica per una gigantesca azienda italiana che, grazie a cavilli legislativi, pescava a strascico tra le sacche di giovani disoccupati da usare, letteralmente, come “scorta” per i suoi dipendenti regolari. Agrumi freschi da spremere fino a che la polpa non finisce, dopodiché una pacca sulla spalla, grazie di tutto, e da domani qui per te non c’è più posto. Ma adesso parliamo di quanto è cattiva Amazon.

Era il 1998, l’anno in cui partecipai a diverse fiere del lavoro, luoghi dove la mattina i disoccupati si presentano tirati a lucido e pieni di aspettative, ma più passa il tempo, più l’autostima cala in maniera inversamente proporzionale alla pila dei CV che si forma sui banchi di recruiter sempre meno sorridenti. Ne scrissi qui.

Era il 1998, l’anno in cui mi candidai per lavori quali commesso, autista, facchino, e i recruiter mi domandavano sempre cosa ci facessi lì, perché non cercassi lavoro nel mio settore. Allora pensai all’ultimo colloquio di lavoro fatto nel mio settore, a quel reclutatore che, già diffidente verso la mia formazione letteraria, volle comunque darmi una possibilità, e mi fece fare un test in cui mi chiese di scrivere un comunicato stampa, correggere due testi scritti per un blog, sviluppare una serie di grafiche per i social network, analizzare dei dati estrapolati da analytics, impostare una veloce campagna pubblicitaria su un motore di ricerca, per poi farmi delle domande su programmazione web, uso di content manager system, etc. Il tutto, si intende, per un posto da tirocinante in una piccola start-up dinamica e giovane, con ampie prospettive di crescita, formata da ragazzi ambiziosi che, dall’alba al tramonto, si dedicavano anima e corpo al progetto. Senza rimborso spese, va da sé, perché le start-up sono modelli di business in perdita, lo sanno tutti, non possono permettersi di retribuire. Se l’avessi saputo, se non avessi chiesto questa cosa banale e stupida, oggi quel posto sarebbe mio.

Era il 1998 l’anno in cui, a seguito di una pandemia globale, la mia domanda per avere un aiuto dallo Stato fu respinta perché i miei precedenti contratti di lavoro non avevano valore legale, erano carta straccia, li potevo usare come carta igienica nel caso avessi terminato i soldi per comprarla. Era lo stesso anno in cui aprii la partita iva, perché il mercato era cambiato, non si assumeva più, era impossibile mantenere un dipendente, poi non lo fai mica per andare a raccogliere pomodori, sei fortunato. 600 euro per tre mesi di lavoro? Lo sapevi che con la cultura non si mangia, e poi a te piace, intanto ti fai un nome, conosci gente, qualcosa ne viene fuori.

Era il 1998, l’anno in cui la mia domanda di disoccupazione fu respinta senza una precisa giustificazione. Era il 1998 l’anno in cui dovetti chiedere ai miei genitori le garanzie per firmare il contratto d’affitto e un aiuto per pagare l’assicurazione dello scooter.

Era il 1998 l’anno in cui avevo 12 anni, e l’unica preoccupazione era quella di trovare qualcuno per fare una partita di pallone, o aspettare l’estate per vivere qualche avventura alla stand by me: erba gialla e secca, sole a picco, frinire di cicale e rumore di pneumatici di bicicletta che solcano una via sterrata che passa sotto un cavalcavia, incrocia il passaggio a livello di un treno, un torrente umido e una discarica abusiva. Era il 1998: avevo 12 anni e non vedevo l’ora di diventare grande.

 

 

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Postato in: Lo sfogone Tag: 1998, 2021, Chloé Zhao, Frances McDormand, Golden Globe, lavoro, leone d'oro, nomadland, Oscar, salvatore cherchi Fai un commento

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