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In fuga dalla bocciofila

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Maid | Il Dyson

29 Novembre 2021 di Elisabetta Meccariello

 

L’inquilino del piano di sopra fa le pulizie alle 23.30. Ha un Airbnb. Distesa sul letto, guardo il soffitto vibrare e trattengo il respiro aspettando che finisca. Potrei stendere il braccio e indicare col dito l’esatto andare su e giù dell’aspirapolvere. L’inquilino del piano di sopra, quando fa le pulizie alle 23.30, sposta sedie, mobili, poltrone e altri oggetti che presumo abbiano grande dimensione o peso considerevole. Il suo appartamento deve estendersi per chilometri perché il trascinamento continua per svariati minuti. 
Anna è accanto a me. Alza le gambe fino al petto e si afferra i piedi, poi rotola sul fianco. I muscoli facciali si contraggono per esplodere nel pianto. Allora la avvicino al seno e lei ne sente l’odore e il calore, in un attimo la bocca è attaccata al capezzolo. Bastano pochi minuti e il viso si distende, il respiro rallenta. La piccola mano, che stringeva forte il mio indice, allenta la presa.
L’aspirapolvere lavora ancora a pieno regime. Una volta ho provato a lamentarmi, l’inquilino del piano di sopra ha risposto che i pianti notturni di Anna lo sommergono di recensioni negative e gli stiamo rovinando gli affari. Alla fine mi sono scusata io. 

«Potremmo comprare un Dyson».
«Perché mai?».
«Quando Anna inizierà a gattonare potrebbe far comodo». 
«Non ci serve un Dyson». 
«Non essere assolutista, pensiamoci». 
«È solo marketing, la fatica di pulire resta anche con un Dyson». 
Potevamo comprare un Dyson ma ci abbiamo pensato e abbiamo deciso che non ci serve. Così abbiamo comprato un aspirapolvere Rowenta da 119,00 euro in offerta all’Unieuro. 

Il pavimento di casa è sempre sporco. È un pavimento bianco, di quelli che andavano negli anni Novanta, con grandi mattonelle quadrate e fughe scure. Una briciola, un capello, un chicco di riso, basta un sospiro, un cruccio, un pensiero e il pavimento sembra una discarica abusiva. Sarebbe sporco anche se fosse nero o marrone ma si noterebbe meno e mi sentirei una madre migliore. Spazzo via così tanti capelli che quando mi guardo allo specchio mi meraviglio di averne ancora in testa. In casa non indossiamo scarpe ma calzini neri comprati in un negozio che stava chiudendo per fallimento. Ne abbiamo venti o trenta paia, sono comodi, caldi, morbidi ma non scivolosi, insomma: sembravano un acquisto dignitoso. Col tempo invece abbiamo constatato che perdono pelucchi, tanti pelucchi, ovunque, a ogni passo lasciamo una traccia, sembriamo gli Hansel e Gretel del misto lana. 
Anna vede lo sporco da lontano, smette di giocare e lo punta. Inizia a gattonare senza farsi distrarre dai sonagli su cui inciampa o dai pupazzetti che parlano appena li sfiora, quando lo raggiunge si ferma. Lo osserva, lo schiaccia col ditino, prova a tirarlo su battendo la mano a terra, cerca di afferrarlo con la presa a pinza e alla fine in qualche modo ce la fa. Soddisfatta, si porta le mani alla bocca.

Non sai pulire. 
Non sai farla dormire. 
Non sei informata.
Non sai allattare. 
Non sai smettere di allattare. 
Non sei abbastanza. 
Non sei in ordine. 
Non sai cucinare. 
Non sai vestirla. 
Non sai cambiarla. 
Non sai lavarla. 
Non sei importante. 
Non sei profumata. 
Non sai perché piange. 
Non sai. 
Non sei. 

«Potremmo comprare un Dyson».
«Perché mai?».
«Quando Anna inizierà a mangiare sul seggiolone potrebbe far comodo».
«Non ci serve un Dyson». 
«Non essere assolutista, pensiamoci». 
Potevamo comprare un Dyson ma ci abbiamo pensato e abbiamo riparato la defunta scopa elettrica facendoci spedire dalla Cina una batteria nuova a 29,90 euro. Abbiamo comprato alla Lidl un aspirabriciole Parkside da 49,00 euro. Abbiamo aggiunto al nostro arsenale una scopa Swiffer da 12,99 euro e dieci confezioni di panni umidi lavapavimenti da 8,99 euro l’una, tutto Esselunga con i prezzi corti. 
No, non ci serve un Dyson. 

Siamo in macchina, in un parcheggio. Dallo specchietto vedo Anna che dorme nel seggiolino, stringe in una mano il suo libro degli animali del mare. Resto seduta, non sgancio nemmeno la cintura. Ho guidato per un’ora o due? Quando siamo uscite di casa? Fuori ci sono tre grandi alberi ingialliti dall’autunno inoltrato, il sole del tardo pomeriggio trema dietro ai rami, il vento muove le foglie. Ho il bagagliaio pieno di detersivi, c’era una svendita due giorni fa al Conad, ho fatto scorta ma le buste pesavano e non riuscivo a portarle in casa con Anna in braccio perciò sono ancora lì. Sento l’odore dell’ammorbidente, temo si sia aperto il flacone, penso a come dovrò ripulire. Sono passati venti minuti, forse ho chiuso gli occhi un attimo, forse ho ricordato qualcosa del passato e mi sono persa, forse sono rimasta lì a fissare gli alberi e la vita è andata avanti, senza aspettarmi. 
La nebbia sale, i vetri si appannano. Accendo il quadro per abbassare il finestrino, Anna apre gli occhi. 

Se mia madre fosse viva le chiederei che consistenza aveva il tempo quando avevo sei o sette mesi. Quante volte si alzava durante la notte per dirmi di non aver paura? Come si misura il tempo quando sei piena e vuota allo stesso tempo? Si misura in pezzi di cibo buttati a terra? Si misura in dita minuscole che stringono il braccio? Si misura in guance appiccicate al petto? Si misura in occhiaie e decaffeinati? Oppure non si misura niente, si aspetta e basta. Si sta. 

«Potremmo comprare un Dyson».
«Perché mai?».
«Quando Anna inizierà a camminare potrebbe far comodo, pensiamoci».
Ci abbiamo pensato e abbiamo deciso che avere un Dyson a casa serve solo a riempirti la bocca quando dici “noi a casa abbiamo un Dyson”. Così non abbiamo comprato altro. Non puliamo mai davvero, ci limitiamo a eliminare lo strato superficiale in attesa di quel giorno in cui sì, puliremo tutto, da cima a fondo. Anche se quel giorno non arriva mai. 

Per quanto ti sforzi di pulire, strofinare, lucidare, il passato resta sempre sotto al tappeto, dietro al divano, sul fondo dei cassetti. A volte è laniccio, altre volte è una matassa informe di capelli. Oppure è il filtro di una sigaretta sotto alla suola della scarpa, altre volte un pezzo di vetro di un bicchiere rotto.
Per quanto ti sforzi di riordinare, rassettare, sfaccendare, quello che cerchi di nascondere trova una strada per farsi vedere. Basta un lembo, un filo, un orlo. E quando inizi a tirarlo, quel lembo, quel filo, quell’orlo, ecco che le bugie, le delusioni e i rimpianti vengono fuori e più tiri, più sembra non finiscano mai perché nei loro angoli oscuri si sono nutriti e adesso sono gonfi di lacrime e risentimento e frustrazione e riempiono tutta la stanza. Sporcano tutta la stanza di vergogna. 

A Natale ci hanno regalato un Dyson. Generosità, difficile, commiserazione, possibile. Sono passati sei mesi, non l’abbiamo mai usato. E se aprissimo quella confezione e ci accorgessimo che potremmo avere una vita diversa? Potrebbe essere migliore, potrebbe essere peggiore. Potremmo essere altre persone. Mentre passiamo ore a pensarci, ipotizziamo un prezzo plausibile per rivenderlo all’inquilino del piano di sopra.

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Postato in: Lo sfogone, Oceani di autoreferenzialità Tag: andie macdowell, elisabetta meccariello, maid, margaret qualley, netflix, serie tv 1 commento

Commenti

  1. Monica dice

    1 Dicembre 2021 alle 19:26

    Fantastica Elisabetta

    Rispondi

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