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La teta asustada

La teta asustada | Tuberi

10 Luglio 2024 di Elisabetta Meccariello

Lineas Entre dos Mundos

Il primo reggiseno era stato bianco, in cotone morbido, con un ricamo lungo il bordo. Lo aveva comprato zia Stefania, alla merceria del paese, dicendole che il seno ballonzolava ed era una vergogna. «O metti il reggiseno o smetti di correre con i maschi in mezzo alla strada» aveva detto. Lei aveva undici anni e smise di correre con i maschi in mezzo alla strada. Quando la zia le chiese perché non portasse il reggiseno, lei rispose che la strizzava da non respirare. La zia la chiuse in camera: «Ci vuole già la seconda misura». Tornò con un pacchetto identico al primo dal contenuto più abbondante. 
Evitava di mostrarlo, il reggiseno. Teneva sempre una canottiera sotto la maglietta, anche d’estate. «No che non ho caldo, si sta benissimo» diceva. Quando si accorse che i maschi si interessavano alle sue forme, curvò le spalle, tirò indietro il petto e sputò l’aria fuori dal torace.

Alla prima mestruazione il telefono di casa squillò molte volte. Parenti e amici manifestavano giubilo, assicuravano un futuro radioso. La signora Marradi la fermò sul pianerottolo: «Complimenti! Sei diventata signorina, devi essere felice». Quella sera nascose gli assorbenti nella tasca dello zaino, si inginocchiò accanto al letto e, con le mani strette, promise a Dio, alla Madonna e ai Santi tutti che non avrebbe fatto mai nulla di male per il resto della sua vita, «ma usare l’assorbente a scuola no» scongiurò. Già l’indomani si accorse che le sue preghiere non erano state ascoltate. C’era qualcosa di primitivo in quel sangue che le colava tra le cosce, mai abbondante, sempre pastoso, grumoso, dall’odore di colpa, per qualcosa che ancora non aveva fatto. Signorina? Lei non voleva essere una signorina. Piantò i piedi nel terreno e annaffiò le caviglie, aspettando di germogliare. 

Quando Fiorenzo Bandini detto Il Banda, amico di suo fratello dalle scuole elementari e assiduo frequentatore della loro casa, le appoggiò la mano sul fianco, nel corridoio, e poi prese la sua di mano, spingendola nei pantaloni, lei credette di non potersi tirare indietro. Allora le sue gambe scavarono di più, fino a trovare l’umido, fino a stanare il buio. Fu così che diventò un tubero. 

Negli anni successivi incontrò un numero non quantificabile di persone che le dissero chi era, cosa fare, chi diventare, dove stare. Persone che tenevano la schiena dritta. Si chiamavano Marco, Andrea, Claudia; tanti cognomi con la M o con la B; una lista di Dott. dai meriti sconosciuti; alcuni Illustri, pochi memorabili. 

«Dovresti fare qualcosa ai capelli, sono proprio secchi. Ti dò il numero del mio parrucchiere, fa miracoli».
«Pensa di avere bambini nei prossimi cinque anni?».
«Mettiti quel vestito scollato per la riunione col cliente, vedrai che chiudiamo il contratto».
«Forse è colpa tua se tuo marito fa certe cose».
«Forse è colpa tua se tuo figlio fa certe cose».
Lei stava in piedi davanti allo specchio con un frammento di vetro nell’occhio. 
Poi curvava le spalle, tirava indietro il petto e sputava l’aria fuori dal torace.

Se ne stanno nascosti, i tuberi. Lontani da occhi, mani, orecchie, labbra, denti. Lontani dalle domande a cui, la maggior parte delle volte, non sanno dare risposta. Non per ignoranza, non per incapacità di comprendere. Soltanto per l’impossibilità di emettere suoni. 

Imparò a crescere a testa all’ingiù.
A distillare la pioggia, a centellinare l’assenza di luce.
A bere il gelo della notte, dormire sotto un secchio di fiori.
Imparò ad allungarsi nei detriti, a rimpicciolire nelle crepe.
I suoi capelli scavano ramificate gallerie sotterranee.
Le sue dita germogliano nei ciottoli.
Il suo corpo diventa seme, radice, frutto, nutrimento: capace di rendere fertile il terreno, di adattarsi a ogni condizione e temperatura, di opporsi all’oscurità, all’istinto di sopravvivenza.
Quando arrivò il tempo della raccolta, i raggi del sole rivelarono una fibra sconosciuta. 
Fu quel giorno che ricordò di avere un nome.

Dove stai andando?
Me ne sto andando in cielo,
a cogliere fiori,
a cogliere fiori.

—
Questo racconto fa parte della rubrica Lineas Entre dos Mundos, percorso di avvicinamento all’edizione 2024 del festival Entre dos Mundos, dedicato al cinema iberoamericano, che si terrà a Firenze dal 19 al 22 settembre 2024.
Da giugno a settembre, ogni settimana, pubblicheremo un racconto ispirato a un film scritto, diretto, girato e prodotto in un paese dell’America Iberica.

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Postato in: Entre dos Mundos Tag: elisabetta meccariello, entre dos mundos, film peruviani, il canto di paloma, la teta asustada Fai un commento

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