• Chi siamo
  • Contattaci

In fuga dalla bocciofila

  • Home
  • Categorie
    • Anatomia di un fotogramma
    • Cartoline dal foyer
    • La scena tagliata
    • La sindrome del personaggio secondario
    • Lo sfogone
    • Oceani di autoreferenzialità
    • Recensioni vere
    • La recensione di Ferruccio Morandini
    • La vertigine della lista
  • Festival
    • Festival dei Popoli
    • Festival di Cannes
    • L’arte dello Schermo
    • Lo Schermo dell’Arte
    • Torino Film Festival
  • Haiku
  • Archivio
    • Indice Alfabetico
    • Archivio per mesi
  • Cerca

Il ragazzo e l’airone | Come un’onda

3 Febbraio 2026 di Carlo Benedetti

«Come un’onda che ritorna al mare»
«E poi?»
«E poi niente»
«Come? Poi che succede?»
«Tesoro mio, non succede niente: cosa succede quando un’onda torna nel mare? Diventa il mare»
«E come fa a sapere che gli voglio bene?»

Il silenzio di certi pomeriggi mi ricorda quelli da sola in camera, da bambina, a leggere per ore la Storia Infinita, fino a quando gli occhi bruciavano e mio padre sequestrava il libro per costringermi a uscire, a sedermi a tavola, a mangiare. Mi ricorda le ore che passavo nella biblioteca di York, immensa, finestroni a perdersi sulla campagna inglese e libri che pulsano dai carrelli agli scaffali e poi di nuovo al prestito, come un cuore. Quante righe, quante parole – che è un altro modo di dire: quanti pensieri – ho letto? Ho pensato abbastanza? Sento una fitta che riconosco, chiudo gli occhi, è già passata. A volte fuori c’è luce, a volte no. Che differenza fa?

«Come una candela che si spegne perché ha finito la cera»
«Non mi piace questo gioco»
«Lo so, neanche a me»
«Posso giocare alla Lego?»
«Va bene, poi facciamo merenda»
«Voglio pane e prosciutto. E mozzarella. In forno, che si scioglie»

Qualche mese fa mi sono accorta che il mio mondo si è ristretto: non avrei più visto i pescatori sui loro pali in Sri Lanka, il caldo del tramonto infinito. Non avrei più mangiato crêpe Suzette sull’île Saint-Louis a capodanno, innamorata o forse solo giovane. I luoghi sono stati I primi a sparire: ne rimanevano sempre meno. Poi le persone, quelle che incontravo ogni tanto, i colleghi, il barista che sapeva benissimo come fare il mio cappuccino chiaro e tiepido. Poi i ricordi: quante altre volte avrei pensato al mio primo bacio? A quella notte passata a parlare sulla spiaggia? Tutto diventava più piccolo: sbattevo contro gli spigoli del mondo. Un’ingiustizia, un errore imperdonabile, pensavo, senza sapere chi avesse sbagliato o quando o perché.

«Come una pera: quando è matura cade, è normale»
«E dove va?»
«Cade per terra, amore mio»
«E le fa male?»
«Forse sì, un po’ male fa»
«A me non piacciono le pere»

All’inizio volevo fare esattamente tutto quello che avevo sempre fatto. Uscire, lavorare, andare in palestra. Ogni volta che ero troppo stanca per finire la scheda, con i suoi pesi, le sue ripetizioni, era una sconfitta universale. Lavoravo più di prima: mandavo email la notte, distesa a letto, intontita dalle pillole. Speravo non controllassero l’orario di invio, non venissero a chiedermene conto. Ogni volta che non avevo voglia di uscire mi maledivo e uscivo lo stesso. Nessun passo indietro, pensavo, ogni passo indietro è irreversibile. Ogni passo indietro sono cinque minuti in meno. Tenevo una contabilità implacabile, mi sentivo in trincea. Parlavo a voce più alta, più velocemente. Se qualcuno mi offriva di sedere dovevo trattenermi dal prenderlo a schiaffi. Non doveva cambiare niente, non mi sarei riposata, non avrei rallentato. Fanculo il riposo, pensavo

«Vedi come brucia il legno? Vedi la cenere?»
«Ma sono la stessa cosa»
«Certo, ma anche due cose diverse»
«E come si fa a essere la stessa cosa e due cose diverse?»
«Si brucia, così una cosa diventa un’altra»
«Puzzi di pollo se bruci»

E poi, un pomeriggio di maggio, uno di quei pomeriggi meravigliosi, in cui il giardino è affettato da una luce calda, piena di speranza, il glicine verde di nuove foglie lungo la veranda, mi distesi a terra. Non avevo voglia di muovermi, di parlare, di pensare. Ero vetro nero, solido: come avrei potuto alzarmi, rispondere al telefono? Non riuscivo a lavarmi, non potevo neanche sollevare la testa. A cosa sarebbe servito? Stavo distesa e contavo i nodi del tappeto in cocco. Erano delle piccole colline, viste da così vicino, delle dune di un deserto dal quale era impossibile uscire. Ne vedevo 188. A volte 190. Avevo 33 anni. Mi misero a letto e non mi alzai neanche da lì. Fu tutto molto tranquillo: qualcuno mi sollevò e depositò su delle lenzuola pulite. Continuavano a chiedermi come stavo e non sapevo cosa rispondere. Ero vetro nero e niente avrebbe potuto cambiarmi, né sfiorarmi, né riflettersi su di me. Occupavo spazio per sbaglio, non meritavo i due metri di lenzuola che erano il mio universo. Non avevo bisogno di muovermi, ero un solido blocco di vetro nero, senza riflessi, senza luce.

«Come svegliarsi da un incubo: apri gli occhi ed è finito»
«A me non sembra un incubo, mamma»
«È perché sei piccolo»
«Non sono piccolo, sono grande»
«Tu sei il mio piccolo tesoro perduto»
«Ma se sono qui, accanto a te»

Non ricordo quando: dall’angolo della finestra apparve un’aquila. Faceva avanti e indietro per ore, sempre nello stesso punto, sempre alla stessa ora. Mi ci vollero un paio di settimane per notarla, un altro paio per alzarmi dal letto e cercare di vedere meglio. Ancora una per trovare il coraggio di chiedere al mio vicino perché mettesse fuori quell’aquila di carta tutti i giorni alla stessa ora, legata con un filo a una canna da pesca. Un aquilone che mi aveva costretta a uscire dal letto, a vedere di nuovo il mondo, a parlare. Disse che era per i suoi nipoti, la vedevano dal palazzo di fronte, anche se stavano crescendo e presto si sarebbero stufati di quel gioco. Disse che vederli crescere era la cosa più bella e terribile: due fili d’erba nella giungla. Disse che li amava moltissimo.

«Ti ricordi la montagna?»
«Con la neve e lo slittino?»
«Esatto. L’albergo te lo ricordi?»
«Certo, era tutto di legno»
«Ecco: è come un albergo, solo che io torno a casa, e tu ti fermi ancora un po’»
«E poi chi mi porta a casa?»

Il silenzio di certi pomeriggi mi ricorda quelli da sola in camera, da bambina, quando non c’era niente da fare e pioveva. Il mio mondo è stretto e breve, visto da qui, ma solo se lo guardo io. Se lo guarda lui diventa un castello magico, un regno da esplorare. Sei mesi sono un’infinità di tempo per aspettare i regali di Natale. Un tempo troppo lungo, è vero. Sei mesi sono un pomeriggio, è vero, un battito di ciglia. Mi chiedo che fine farà il mio filo d’erba nella giungla, se sarà più felice o più triste di me. E in questi silenzi, nelle poche ore senza dolore, senza sonno, mi accorgo che ho solo domande senza risposta. Aspetto si faccia buio per giocare ancora un po’, mangio, dormo, provo a non avere aspettative, proprio come l’onda che ogni sera entra dalla finestra e riempie la stanza, piano piano – odore di mare, di scogli e alghe. Solleva il letto verso il soffitto, mi tiene lassù un paio d’ore, così vicino che riesco a contare i pori dello stucco, poi la marea cala e rimangono dei lunghi steli di poseidonia a seccarsi sul copriletto, sulle ciabatte, sul comodino. E l’odore di salmastro: è di nuovo estate.

Condividi:

  • Facebook
  • LinkedIn
  • Twitter
  • E-mail

Postato in: Haiku, La scena tagliata Tag: airone, anime, benedetti, carlo, morte, myiazaki, ragazzo, vita, zen 2 commenti

Commenti

  1. Porn Pics dice

    8 Febbraio 2026 alle 4:34

    Wishing you a happy day, every day!

    Rispondi
  2. porntude dice

    8 Febbraio 2026 alle 4:48

    A really good blog and me back again.

    Rispondi

RispondiAnnulla risposta

  • Chi siamo
  • Contattaci

© 2026 · In Fuga dalla Bocciofila · Website designed by Alessio Pangos · Privacy Policy"In fuga dalla bocciofila" cerca di fare molta attenzione a non pubblicare materiali che possano ledere in alcun modo il diritto d’autore. Tutti i media [immagini, video ed audio] sono pubblicati a bassa risoluzione, in pieno rispetto del comma 1 bis dell’articolo 70 della Legge sul Diritto d’Autore che consente “la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”. Chiunque ritenga che sul sito siano presenti testi, immagini, audio e/o video non opp​o​rtunamente licenziati, contatti i soci per chiarimenti.

Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, o continuando con la navigazione acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui / CHIUDI
Privacy & Cookies Policy

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA