di Martina Buoncuore e Marialaura Grandolfo (essi vivono)
Le braccia erano appartenute a Wilhelm Beck. Era morto a vent’anni. Vaiolo — per questo la pelle era piena di cicatrici e pustole. Ma era stato un contadino, e i suoi muscoli erano rimasti forti e sani. Doveva essere stato facile impossessarsi del suo cadavere: era stato l’ultimo della sua famiglia ad ammalarsi, e nessuno aveva presenziato nella camera mortuaria.
A ricordarlo rimaneva solo la sua fidanzata del tempo, adesso sposata con un altro. Raccontò che Wilhelm, nonostante la sua stazza, era stato un ragazzo molto sensibile. Amava i suoi campi e tutti i suoi animali, tanto che faceva fatica a ucciderli, nonostante fosse parte del lavoro.
Il cuoio capelluto era stato di un tale Martin Huber. Avendo sempre portato i capelli rasati, sarebbe stato difficile attribuirgli la lunga chioma attuale. Eppure, raccontava la madre, li aveva sempre avuti folti e belli, da quando era venuto al mondo. Gli ricrescevano troppo in fretta per i suoi gusti, e se ne era lamentato spesso nelle lettere che le aveva scritto dal fronte. Aveva avuto tanti vizi, dai sigari al cibo, ma la vanità non era stata uno di questi.
Una singola ciocca bionda che spuntava dalla massa di capelli neri di Martin era stata impossibile da identificare. A lui, in un punto vicino alla tempia, non erano più cresciuti dopo una caduta da bambino.
I denti non sembravano completamente umani e, se non fosse stato per le foto dell’originario proprietario, Karl Muller, si sarebbero potuti attribuire a un grande primate: i canini appuntiti, la mascella prominente. Da bambino, per Karl, erano stati oggetto di derisione. Scimmia, vampiro: da adolescente aveva deciso di usare i suoi denti, se non come punto di forza, almeno per far ridere. Tutta la strada dove aveva vissuto ricordava quando faceva scappare i bambini e fingeva di mordere le fidanzate dei suoi amici. Scartato per la leva per via di una gamba difettosa, era morto di polmonite a quarantasei anni.
Le gambe, invece, erano perfette. Solide e lunghe, erano appartenute a un soldato di nome Georg Brandt. Prima di combattere, era stato il garzone di un panettiere, incaricato delle consegne. Era noto per la sua velocità; se si trattasse di virtù o di necessità, dato che aveva una fobia dei cavalli e insisteva ad andare sempre a piedi, a nessuno era chiaro. Fatto sta che, una volta al fronte, era diventato un messaggero. Non era morto per un ordigno né per un proiettile — il suo corpo, intonso, era crollato al suolo tra un lungo passo e l’altro.
Il cuore e i polmoni appartenevano alla stessa persona. Johann König aveva diciassette anni quando venne giustiziato, ponendo fine alla sua lunga carriera da ladro. L’impiccagione non aveva rovinato quei suoi organi, più che funzionali fino all’attimo prima — ovvio, visto tutto il fiato che doveva essergli servito nella sua breve vita sempre in fuga. Il fratello ci tenne a precisare che non c’era mai stato bisogno di rubare, che la sua famiglia era povera ma dignitosa. Quella di Johann era una compulsione: il furto era l’unica cosa che gli avesse mai fatto battere il cuore oltre alle donne.
Per gli occhi la questione si faceva spinosa: uno era dello stesso colore del terreno bagnato e della cioccolata, l’altro del Danubio e del cielo che ci si specchiava dentro. Erano appartenuti a due sorelle morte di influenza, Margaret e Katharina, le cui tombe dovevano essere state violate assieme. Nessuna delle due portava gli occhiali, da qui la scelta — non certo per i colori o per la bellezza. Avevano cresciuto i rispettivi figli tutti insieme, come fratelli, nella grande casa di famiglia. Alcuni di loro ci vivevano ancora, e tenevano i loro ritratti, vicini, nel salotto.
La Creatura era sempre stata accolta da paura e urla quando aveva fortuna, e da rabbia e colpi di fucile quando non ne aveva. Non nutriva grandi speranze mentre raccontava cosa cercava: la storia delle parti che lo rendevano uno.
Ma trovò questo e molto altro. L’amata di Wilhelm gli prese le mani, grosse e ruvide: pianse quando le trovò fredde, ma le accarezzò con una delicatezza che nessuno gli aveva mai riservato. La madre di Martin insistette per raccogliere i suoi capelli in una treccia e ne tagliò due dita da tenere in un barattolo. Gli amici di Karl gli insegnarono le smorfie e i versi che faceva lui, e gli fecero promettere di spaventare i bambini in suo onore. I compagni di Georg vollero sfidarlo a guardie e ladri e persero con gioia. I figli del fratello di Johann, troppo piccoli per aver conosciuto lo zio, si fecero portare sulla sua schiena, a due a due, per tutto il quartiere, riferendogli che il padre, invece, si stancava subito. La famiglia di Margaret e Katharina parlava con lui divisa a metà, un gruppo guardando un occhio e uno l’altro, sorridendo tra le lacrime.

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