La prima volta che ho sentito sul mio corpo l’odore di vecchio ero in via della Colonna, nel tratto che sbocca in Piazza Santissima Annunziata, dove la strada si restringe e si infila nella Volta degli Innocenti, costringendo le auto al senso alternato. Stavo ferma sulla bici, le mani sul manubrio e la punta del mocassino sul marciapiede, aspettando che l’autobus 14 attraversasse la strettoia. Il casco di mia figlia legato al seggiolino sobbalzava a ogni buca. Non era freddo, nemmeno caldo. Non ascoltavo musica, non indossavo occhiali da sole. Non era il giorno di un compleanno né di una visita medica. L’ho sentito arrivare e ho pensato: ecco, sono vecchia. Ho ripreso a pedalare, i due putti sulla Volta hanno benedetto il mio passaggio.
In via Gramsci c’era un deposito di camion. Mi accucciavo sul balcone della cucina e contavo i pacchi impilati davanti alle saracinesche dei magazzini. Sapevo contare fino a cento. Una volta ho visto una scatola cilindrica così grande che sarei potuta entrarci dentro. Ho smesso di respirare sperando che l’aprissero. La mattina dopo non c’era più. Sono rimasta seduta accanto alla porta della sezione blu, con le braccia lunghe e gli occhi fissi sul corridoio, aspettando mia madre. Qualche anno dopo, hanno demolito il deposito per costruire un grande supermercato.
Non vedevo l’ora di diventare grande quando in palestra i due capitani sceglievano i compagni di squadra e io restavo in piedi contro il muro. Non vedevo l’ora di diventare grande quando la luce si spegneva e i mostri si infilavano sotto al letto. Quando mi dicevano no a un piercing, no a una festa, no a un viaggio con gli amici. Riordina la tua camera, hai fatto solo il tuo dovere, non puoi tornare dopo mezzanotte. Non vedevo l’ora di.
In via delle Belle Donne, e poi svoltato l’angolo in via della Spada, io e Margherita pensavamo che a trent’anni saremmo state vecchie. Sfilavamo in via de’ Tornabuoni ripetendo: a trent’anni saremo vecchie. Come i nostri genitori, gli zii, i nonni e ancora prima i bisnonni e i trisavoli e i nostri avi tutti. Li vedevamo il sabato sera al pub, i trentenni, e i nostri occhi si cercavano: eccoli, i vecchi. Ma quando la strada si allargava su Piazza Santa Trinita e ci appariva la Colonna della Giustizia, i nostri pensieri cascavano in Arno. Camminavamo più veloce, col dizionario di latino nello zaino e il fondo dei pantaloni sdrucito sotto le Converse. Camminavamo più veloce mentre l’odore delle alghe schiacciate contro i piloni dei ponti si attaccava alle nostre code di cavallo.
Ho mangiato per la prima volta le ciliegie in via Bracona.
Ho dato un bacio in piazza Isidoro del Lungo.
Ho ascoltato gli Smiths sulla statale 719.
Parcheggiavamo i motorini dopo via S. Vito, dove c’era il monumento ai caduti. Appoggiavamo i caschi al muretto per bere alla fontana. Poi restavamo a raccontarci ogni cosa sulle panchine di marmo. Fino a pochi anni prima conoscevamo solo Piazza San Nicola, via Asilo infantile e il primo tratto della via vecchia, anche se la sera faceva spavento. Restavamo a giocare a nascondino davanti alla chiesa, contare fino a dieci ci sembrava un’eternità. Adesso i nostri passi avevano fretta di arrivare dappertutto.
In via Cupido pensavamo che saremmo stati ragazzi per sempre. Le strade erano un labirinto di muretti bianchi, cespugli di buganvillea, cancelli dipinti. Ci cercavamo nei cunicoli chiamando forte i nostri nomi, gridandoli alle terrazze, alle finestre socchiuse. Correvamo più forte per incontrarci, senza curarci dei vicoli ciechi, dei guaiti dei cani, dell’ora del silenzio. Arrivavamo senza fiato davanti al mare. Profumavamo di belle di notte e alberi di fichi. Ce lo promettevamo con gli occhi chiusi sotto un lampione spento, che saremmo stati ragazzi per sempre, lo urlavamo dal finestrino della macchina. Sul muretto del Poggio, ai tavolini di Francois, alle cabine telefoniche accanto al parcheggio. Ci abbracciavamo stretti in mezzo alla pista di una discoteca.
Ho imparato a giocare a Machiavelli in piazza Brunelleschi. Avevamo contratti a progetto o a chiamata e molti spiccioli per le macchinette del caffè. Guardavamo almeno tre film a settimana, il venerdì in aula B. Qualcuno parlava di trasferirsi a Berlino.
Potremmo essere in un posto qualunque, camminare con le mani in tasca. Dare un calcio a un sasso appuntito. La tua giacca profumerebbe di gomma da cancellare. Mi chiedi se ho ancora un barattolo di bottoni, ti tolgo una foglia dai capelli. Potremmo saltare sui gradini di una chiesa, distenderci su una panchina del parco. Ti dico che adesso ho una scatola di conchiglie, che con i bottoni abbiamo costruito le decorazioni per l’albero di natale. Potremmo svoltare in una strada sconosciuta e riconoscere le pietre del lastricato.
In Borgo Pinti, alle tre di notte, con mia figlia attaccata al seno, il tempo è diventato il ronzio del frigorifero in cucina, una lampadina accesa nel corridoio, il respiro di qualcun altro. Odora di temporale e nastro adesivo e stracci di cotone, la notte, quando ti senti sola.
Le scarpe da ginnastica numero ventinove, due paia. La visita oculistica. Gli occhiali nuovi. Il saggio di danza, il centro estivo. I cerotti con gli unicorni. Il pacchetto di figurine, solo uno per favore mamma. Lo spray antizanzare, la protezione cinquanta. L’accappatoio per la piscina, la rata del corso. I pennarelli. Il ladro di foglie, di sole, di pioggia, di neve. Le spese sportive si possono detrarre solo per i figli che hanno più di 5 anni e comunque sono il 19% su un massimo di spesa di duecentodieci euro, quindi puoi recuperare al massimo trentanove euro e novanta centesimi.
A maggio siamo stati all’Italia in Miniatura. Ci ero stata da bambina, avrò avuto quattro o cinque anni. Di quella gita non ricordo niente. Né il viaggio, né cosa abbiamo mangiato a pranzo, non ricordo l’odore dei sedili della macchina di mio padre. C’è una fotografia nell’album di famiglia: indosso una gonnellina bianca con file di cuori rossi, blu e verdi, una canotta con le cuciture arancioni, sandali marroni con un fiore, ho i capelli corti spettinati, il ciuccio in bocca. Sono in piedi davanti alla miniatura della Torre di Pisa, una mano sull’orecchio, le gambe sbilenche e un piede sollevato, come per correre via. L’avrò vista cento volte, quella foto. Ce ne sono altre, tutte simili: con la faccia imbronciata, senza il ciuccio, più vicine o lontanissime, con le braccia alzate. Così quando siamo arrivati alla Torre di Pisa ho chiesto a mia figlia di fermarsi. Mettiti lì ti faccio una foto uguale a quella di mamma da piccola. Si è messa in posa mostrando i denti, poi ha fatto una smorfia, poi la linguaccia. Mamma guarda ho la lingua rossa. Mamma senti come puzzano i piedi.
A casa di mio padre ho preso l’album dallo scaffale del soggiorno. Ho trovato subito la foto. C’erano la gonnellina bianca con le file di cuori, la canotta, i sandali marroni, il ciuccio. Le gambe sbilenche, la mano sull’orecchio. Non c’era la Torre di Pisa. Ho girato una pagina, poi un’altra. Poi un’altra ancora.

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