di Filippo Cerri
Sotto un cielo color carta di caramella, sul parapetto di un grattacielo, misuro la distanza tra me e il suolo. Calcolo a occhio duecento metri di caduta. Poi lo sguardo cede a una vigliaccheria: riempie il vuoto con quello che trova. Due palazzi che si chiudono in un abbraccio lamierato, uffici e spazi di vita, insegne di banche, negozi, cantieri con gru a riposo, punti rossi nel cielo, segnali di posizione.
Si scioglie in me una sensazione implacabile come una fame, indescrivibile come un leggero appetito, la stessa di un ritorno a casa dopo tanto, quando le cose sono nello stesso posto. Tutto è familiare, ma i mobili, esattamente dove li hai lasciati, ti interrogano: sei ancora tu, che ritorni?
Ci sono moti verso il nulla la cui ragione sfugge alla contabilità di una vita: bene o male, motivi per vivere, motivi per non vivere. L’eccesso di entusiasmi, la mancanza di motivazione. Una marea che sale, un’onda che sommerge. Non mi lancio per una ragione particolare, mi lancio perché non ho ragioni. Un ultimo respiro, quindi avanzo verso un muro di luce e vento. Gli occhi si sottomettono a un contrasto feroce. Fatico a tenerli aperti.
La caduta sembra rallentare appena supero i primi metri, il suolo si fa attendere, una serie di visioni mi colpiscono alla rinfusa. Deve essere uno scherzo del cervello. E invece è la mia vita.
180 metri.
Una gita al mare, pochi anni, braccioli rossi e il sorriso di una madre sorpresa di una felicità così banale e gratuita.
Il costume di Batman, indossato per una serie di carnevali di fila.
La prima volta che ho visto Irene nel suo vestito nero, l’imbarazzo e l’orgoglio di una cena fuori, la sua camminata incerta sui tacchi.
L’eredità di una scatola di vinili. Una copertina con un signore con dei sandali neri su una poltrona, un cane davanti a un megafono. Poi: un uomo che apre la finestra, si affaccia su Saturno. L’avanguardia di altri mondi.
La timidezza del complimento sincero di mio padre alla laurea, quel sono fiero di te rimastogli tra i denti.
I piedi che mia nonna altalena a pochi centimetri da terra sulla sua poltrona gialla, una giornata di pioggia, il racconto di una guerra assurda, fatta di tedeschi figli di panettieri, più buoni degli americani ladri di maiali.
150 metri.
Un viaggio a Parigi e il ricordo, marchiato a fuoco, di una serie di immagini museali: quell’indifferenza, quella sensualità e quell’abbandono, cercati da allora invano in decine di corpi e sguardi.
Ci vediamo a Natale. Un abbraccio all’aeroporto due mesi dopo.
Il silenzio della stanza di quando ero ragazzo.
130 metri.
I fari delle auto proiettati sul soffitto della casa di un fuori sede. Teatro di luci che scioglie, aiutato dal vino, un balsamo di felicità nel petto.
Irene in un letto sfatto.
100 metri.
Il derby. Gol all’ultimo minuto. Mai più riacciuffata una gioia così solidale. Apice e conclusione della mia carriera calcistica. Di lì a poco l’infortunio e la fine.
Grecia. Case bianche e squadrate, su cui un sole antico ci muore addosso. Irene su sfondo azzurro promette un’infinità di cose, promette la gioia dello stare, il qui e l’ora.
Festa comandata. Ritorno in paese. Pomeriggio sdraiato sull’argine dove Dino mi parla di una vita lontana e sperata, di città sognate e promesse, ora una croce con foto a bordo strada.
50 metri
Un Blockbuster di provincia in un tetro venerdì sera, senza amici. Noleggio Jules e Jim.
Mi appare una donna in un bianco e nero stordente, il suo sorriso immobile, i suoi vestiti da uomo. Quattordici anni. Per la prima volta, l’idea dell’amore.
Ti accompagno a casa? Irene, quattro parole magiche come un abracadabra.
Una storia d’amore finita con la stessa frase, quattro anni dopo, ma deviata in affermazione.
10 metri.
Una febbre lunga e preoccupante. Il tepore dell’accudimento di mia madre. Pasta in bianco. Il profumo resuscitante del parmigiano e dell’olio.
La nevicata del ‘96.
0 metri.
Vedo il suolo davanti a me, allungo le mani a parare l’inevitabile, chiudo gli occhi. Tutto quello che sono stato si esaurisce alla maniera di un fiume d’estate in una dimensione in cui una luce fortissima fa svaporare le immagini, elimina ogni profilo alle cose. Dimentico la mia vita. Si azzerano le possibilità, lascio andare ciò che sono stato come ci si scorda di un ombrello sul treno.
Poi qualcuno mi chiama per nome, mi riconsegna i limiti di un’identità.

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