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In fuga dalla bocciofila

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The Substance | Memo interno, prima riunione del lunedì

19 Giugno 2026 di Redazione

di Gabriele Micozzi (essi vivono)

 

 

Alle sette e quaranta di lunedì mattina ero in piedi accanto alla macchina del caffè del quinto piano degli studi di Cologno Monzese;  stavo limando l’ultimo paragrafo di un documento che Vittorio avrebbe letto ai direttori di rete alle nove in punto.

Fuori, oltre le vetrate sporche di pioggia vecchia, Viale Europa aveva già il rumore televisivo dei furgoni tecnici, dei motorini dei runner televisivi, dei camioncini del catering che scaricavano vaschette di plastica e brioche molli davanti all’ingresso secondario. Cologno, a quell’ora sembrava il retrobottega di Milano: asfalto bagnato, capannoni, svincoli, cartelloni pubblicitari scoloriti, un odore misto di gasolio, caffè bruciato e trucco televisivo scaldato dai fari.

Lo chiamavamo memo interno perché dire comunicazione di rescissione faceva brutto effetto anche per uso interno. Vittorio era un uomo pratico, spesso diceva: “il lessico è il primo contratto”. Io ero il capo del marketing. Scrivevo il lessico.

 

Mi chiamo Lorenzo Serra. Quarantadue anni, giacca blu anche quando nessuno la chiede, nodo alla cravatta imparato in una business school che non nomino più perché ormai è diventata troppo popolare. Vengo da Ancona, ma da dodici anni abito a Milano e dico Milano come si dice una promozione, non come si dice una casa. Ho imparato a parlare in tre lingue senza dire quasi mai qualcosa che mi riguarda davvero. In azienda sono considerato affidabile. Affidabile significa che sai fare cose sgradevoli con una voce pulita.

 

Il memo riguardava la cessazione di una collaborazione storica. Non faccio nomi qui perché il nome non ha importanza. O forse perché il nome, se lo scrivessi, farebbe ancora troppo rumore. Era una donna che aveva condotto programmi sportivi e fitness televisivi dal 1988 in poi, e per vent’anni aveva avuto una targa di marmo rosa nel Viale delle Stelle davanti ai nostri studi di Cologno Monzese. Una targa che ancora noi della direzione aggiravamo ogni mattina senza guardarla, per pudore o per abitudine, non saprei dire, di solito mentre controllavamo Dagospia sullo smartphone. Era il modo più elegante che avevamo per ignorare i morti ancora vivi.

Il documento diceva così.

MEMO INTERNO. PROCESSO DI REFRESH TALENT RISORSA TIER-1. DISTRIBUZIONE RISERVATA

Oggetto: Attivazione protocollo di transizione naturale per la risorsa senior del palinsesto fitness daytime.

A seguito della analisi ascolti Q3-Q4 e dei focus group condotti sul target 18-34, attualmente core demografico per gli inserzionisti premium, si rende opportuno procedere alla pianificazione di un refresh graduale del format storico del lunedì-venerdì mattina. La risorsa attualmente in palinsesto ha accompagnato il programma con eccellenza per oltre tre decadi; il suo contributo resta un patrimonio riconosciuto dall’azienda e sarà debitamente valorizzato nelle comunicazioni pubbliche di transizione.

Raccomandiamo:

Cessazione graduale del contratto entro il 31 del corrente, con uscita scaglionata sui tre venerdì successivi per preservare la narrazione esterna di scelta congiunta.

Produzione di un episodio speciale di commiato, costo stimato 180 mila euro, a copertura budget marketing Q1 imputabile alla BU Intrattenimento.

Attivazione contestuale del bando interno per nuova risorsa conduttrice, fascia anagrafica suggerita 22-32, in linea con le linee guida di ringiovanimento del brand e con gli standard visual del mercato pubblicitario attuale.

La risorsa uscente sarà contattata personalmente dal sottoscritto mercoledì ore 11:00, a fine registrazione, in sede riservata. Il dossier tecnico è in allegato. Discrezione assoluta fino al completamento della comunicazione interna prevista per venerdì.

Cordialmente,

Vittorio — Direzione Talenti & Programmi Intrattenimento

Lo rilessi tre volte. La terza mi fermai su “contributo patrimonio valorizzato”. Suonava bene perché tutte e tre le parole erano al loro posto e nessuna si lamentava. Vittorio avrebbe approvato. Io ero bravo in questo. Per questo ero stato promosso. Per mettere le parole al loro posto perché nessuna si lamentasse. Rendere una coltellata abbastanza satinata da poterla allegare in PDF.

Alle otto e dieci Laura della grafica uscì dall’ascensore con gli occhi stanchi del lunedì. Portava due borse, una sciarpa di lana anche se era maggio e quell’odore di sigaretta fredda che hanno le persone che non hanno più tempo di fumare bene. Mi disse buongiorno, si versò un caffè doppio, guardò lo schermo del mio portatile. Dal corridoio arrivava il rumore delle ruote dei trolley dei costumisti, il bip dei badge, una voce in cuffia che ripeteva “prova microfono”, “prova microfono”, come una preghiera laica.

«La stai silurando davvero».

«La stiamo facendo uscire con classe».

«Lorenzo».

«Laura».

«Lorenzo, io a lei facevo la grafica dei titoli di testa nel duemiladue. Avevo ventidue anni. Mi trattava bene. Mi chiamava amore quando andavo in sala trucco a portarle i palinsesti».

«Laura. Non è la stessa azienda. Non è lo stesso mercato.».

«No.» Bevve un sorso. «Non lo siamo.»

Se ne andò senza aggiungere altro. Ma non sbatté la porta. Laura era della vecchia scuola: anche il disprezzo lo lasciava uscire senza fare rumore.

Alle otto e trentacinque rilessi il memo una quarta volta. Mi accorsi che avevo scritto “transizione naturale” in due punti diversi. Una parola di troppo. Cancellai la seconda occorrenza. La grafica del documento doveva essere impeccabile. Vittorio apprezzava l’impeccabilità. Io ero bravo anche in questo. La televisione, da noi, non era fatta di immagini. Era fatta “de vuoti ben infiocchettati”, come diceva mia madre ad Ancona.

Alle otto e quarantasei salì dall’ascensore la donna del memo. La conoscevo di vista. L’avevo incrociata in corridoio decine di volte. Portava una tuta da allenamento rosa fosforescente, impeccabile come sempre, capelli tirati indietro, una borsa di tela con dentro il copione di puntata e un asciugamano bianco piegato con precisione antica. Aveva il passo di chi ha attraversato studi televisivi, camerini, corridoi e sabati pomeriggio per più tempo di quanto molti di noi avessero attraversato la propria carriera.

Non mi vide. O fece finta. Si avvicinò alla macchina del caffè dove stavo io. Infilò la moneta. Il caffè non uscì. Dentro, qualcosa tossì, ronzò, si arrese. Lei diede un piccolo colpo al distributore. La macchina non reagì.

«Ha inghiottito una moneta poco fa».

«Pazienza» disse. Sorrise. «Buona giornata».

«Buona giornata a lei».

Si incamminò verso il corridoio degli studi. Lasciò dietro di sé un odore leggero di crema corpo, lacca e stoffa pulita. Io rimasi fermo davanti al portatile che conteneva il memo sulla sua vita. Sullo schermo, il cursore lampeggiava dopo la parola “riservata”. Sembrava aspettare una confessione.

Alle nove meno cinque chiusi il file, lo salvai con la password, lo inviai a Vittorio con la dicitura “finale per riunione”.

Alle nove entrai in sala riunioni. Il tavolo era troppo lucido e rifletteva le facce dei quindici direttori di rete con una crudeltà dermatologica. Qualcuno aveva portato cornetti mignon che sapevano di frigorifero. Vittorio lesse il memo ad alta voce. Tutti annuirono nei punti giusti. Uno dei direttori segnò qualcosa sul tablet quando sentì fascia anagrafica suggerita 22-32. Un altro chiese se il pubblico over 55 avrebbe reagito male. Vittorio rispose: «L’over 55 protesta, poi resta. Il 18-34 se ne va senza salutare». La sala approvò in silenzio.

Vittorio finì la lettura e mi disse buon lavoro Lorenzo. Io dissi grazie.

 

Ho un mutuo per un appartamento a Milano, zona CityLife, con vista parziale sui grattacieli. Ho due figli in una scuola privata di Brera. Ho una moglie che dice che non mi arrabbio mai, come se fosse un complimento. Ho imparato a non sentire il rumore delle cose che faccio. È così che si avanza: non smettendo di fare male, ma smettendo di riconoscere il suono.

 

Mercoledì alle undici Vittorio la ricevette in sede riservata. Io non c’ero. La sede riservata era una stanza al terzo piano, senza finestre, con un divano grigio e una stampa astratta scelta apposta per non dire nulla. La donna uscì alle undici e diciotto. Non pianse. Salutò la segretaria con un cenno. Attraversò il parcheggio sotto una pioggia sottile che non giustificava un ombrello. Salì sulla sua BMW seria 4 rossa. Prima di chiudere la portiera guardò l’edificio, come si guarda una casa in cui si è vissuti e che nel frattempo è stata venduta a qualcuno che userà le tue stanze per tenere scatoloni.

Il venerdì andò in onda l’ultima puntata del programma. La dedica fu breve, elegante, commovente quanto serviva. Il pubblico in studio si alzò in piedi per novanta secondi. Dalle casse arrivò una musica morbida, quella musica che in televisione serve a evitare che il dolore abbia un proprio carattere. Lei ringraziò tutti. Ringraziò anche l’azienda. Disse che era stata una casa. Io lo guardai dal monitor dell’ufficio, con un panino al tacchino ancora incartato sulla scrivania. Pensai che avevamo fatto un buon lavoro. Poi corressi mentalmente: avevamo fatto un buon prodotto.

Due settimane dopo, mentre uscivo dallo studio, passai davanti alla sua targa nel Viale delle Stelle, per la prima volta guardandola. Il nome era inciso nel marmo rosa. Attorno, le altre targhe sembravano lapidi che avevano imparato a sorridere. Dalla strada arrivava il ronzio della tangenziale, continuo, indifferente. Un addetto alle pulizie spingeva un carrello e lasciava dietro di sé un odore di detergente chimico al limone,. Mi fermai davanti al suo nome. Pensai che il marmo rosa dura più delle persone. Pensai che questo è il motivo per cui lo mettono.

Poi notai un segno sottile sul bordo della targa: un numero scritto a mano, piccolo, quasi invisibile. 17. Chiesi all’addetto cosa significasse.

«Inventario» disse. «Le stanno ricollocando».

«Le targhe?»

«I volti».

Rise, ma non era una battuta. Era stanchezza con una bocca.

In quel momento il telefono vibrò nella tasca interna della giacca. Mail di Vittorio. Oggetto: Nuovo framework posizionamento seniority interna. Priorità alta. Aprii. C’erano tre righe.

“Lorenzo, prepari per domani una proposta lessicale su valorizzazione profili maturi e inserimento nuove leadership under-30. Serve tono umano, non difensivo. Grazie”.

Rimasi a guardare lo schermo. Avevo compiuto quarantatré anni due giorni prima. Sotto il vetro nero del telefono, per un secondo, vidi la mia faccia riflessa sopra il nome inciso della donna. Non sembravamo due persone. Sembravamo due versioni della stessa procedura, solo in fasi diverse del protocollo.

Poi alzai lo sguardo e proseguii verso la macchina. Nel parcheggio un ragazzo con il badge provvisorio correva sotto la pioggia, tenendo una cartellina sopra la testa. Avrà avuto meno di trent’anni. Mi superò senza vedermi. Aveva fretta. Anche io, alla sua età, avevo fretta. È questo il cinismo del sistema, non ti sostituisce con un nemico, ti sostituisce con qualcuno che ti somiglia abbastanza da farti provare, per un istante, persino simpatia.

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Postato in: essi vivono Tag: essi vivono, Gabriele Micozzi, The Substance 4 commenti

Commenti

  1. Pornip dice

    27 Giugno 2026 alle 20:19

    Wish you happiness

    Rispondi
  2. Porn IP dice

    5 Luglio 2026 alle 21:05

    Every day is a new beginning

    Rispondi
  3. Porn Pics dice

    10 Luglio 2026 alle 7:18

    Hahahaha You are so good

    Rispondi
  4. Paola dice

    16 Luglio 2026 alle 10:47

    molto bello

    Rispondi

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