di Raffaele Calvanese (essi vivono)
Solo se lo fai per qualcuno è cucinare davvero, io cucino e tu mangi, è così che andiamo d’accordo io e te, così che ho cura di te. Tutto liscio, nessun problema. Ma quella volta tu sei tornata con un’espressione strana. Ti sei chiusa in bagno e non era normale. Una coppia che va d’accordo di solito conosce bene le abitudini l’uno dell’altra. E tu in bagno non ti chiudevi mai. Noi parliamo tanto, ma spesso di cose futili, commentiamo le notizie al telegiornale e quando torniamo dal lavoro ci chiediamo com’è andata la giornata. Tutto bene, come al solito. Siamo una coppia che va d’accordo, che non litiga. Ma quel giorno il fatto che tu ti fossi chiusa in bagno non mi tornava. Qualcosa era, come dire, strano, anomalo, non lineare. Una coppia che va d’accordo, pensavo, vive una vita lineare, giornate senza increspature, storie a lieto fine.
Così ho aspettato che uscissi pensando che fosse solo una mia impressione, e tu però non uscivi, restavi chiusa lì dentro come se quella fosse casa tua, il tuo monolocale e io un intruso in casa d’altri. Ma quella era casa nostra e lì avevamo le nostre cose, i nostri dischi, i nostri libri, un po’ miei un po’ tuoi. Tu leggi storie criminali, io narrativa di fantascienza. E i dischi stranieri, quelli sono i tuoi, la musica italiana invece è la mia. Per questo ero in mezzo a un sacco di cose nostre che dopo un po’ diventa difficile dire cosa è più mio e cosa è più tuo ma tutto sta a metà strada tra me e te. Così pensavo dovesse essere descritta una casa di due che vanno d’accordo. Ma tu ancora non uscivi e intanto era quasi ora di cena per questo io pensavo che anche se andavamo d’accordo, che cioè, seppur eravamo due persone che non litigavano forse quella volta eravamo molto vicini a dirsi due che hanno qualcosa di cui discutere, per questo mi sono alzato e sono venuto a bussare alla porta e tu non mi rispondevi e quindi io ho bussato di nuovo e tu ancora non rispondevi, per questo ho bussato una terza volta e tu mi hai detto che volevi altri cinque minuti, così io ho detto che andava bene, ti aspettavo di là sul divano così poi potevamo decidere cosa cenare, che la mia testa era già oltre quella cosa che tu avevi passato tutto il pomeriggio senza una ragione apparente chiusa in bagno e io mi chiedevo invece se era meglio mangiare i sofficini o un hamburger, ma forse meglio i sofficini perché la carne l’avevamo cenata anche il giorno prima e in quel momento tu sei apparsa in soggiorno e avevi la faccia di una di quelle che fa parte di una storia che va male.
E io in quel momento ho pensato che forse eri stata male, che magari ti aveva disturbato qualcosa che avevo cucinato, ma subito dopo ho capito dalla tua espressione che quello che ti aveva fatto male ero io. E infatti tu avevi un ritardo, e non era normale perché tu un ritardo non lo avevi mai avuto e io allora ho subito pensato che eri incinta e che aspettavamo un bambino e sulla mia faccia si è formata quell’espressione che si forma nella pubblicità dei sofficini quando appoggi sopra la forchetta e si espande un sorriso al formaggio. Ma quel sorriso al formaggio era solo mio perché quella di avere un bambino era una cosa a cui pensavo da un sacco di tempo dal momento che le persone che vanno d’accordo spesso, anzi quasi sempre, poi fanno un bambino senza nemmeno bisogno di parlarne. E invece probabilmente di parlare c’era bisogno perché tu quella storia del ritardo l’avevi presa molto male e infatti hai cominciato a dirmi che me lo avevi chiesto più volte di stare attento e che le cose le dovevamo decidere insieme.
Che poi che c’era di male, due che vanno d’accordo che problema hanno ad avere un bambino e ad andare fino in fondo anche senza parlarne. E invece forse noi che andavamo d’accordo non ci andavamo così tanto. Che tu quando tornavi dal lavoro mi dicevi che era andato tutto bene e invece c’erano un sacco di casini, che a te non fregava nulla se la sera prima avevamo già mangiato la carne, tu la potevi mangiare anche due sere di fila. Ma dovevamo parlarne, questo era importante, non la cena. E poi mi hai detto che anche se non lo avevo capito quella era una violenza e che i miei tanto amati sofficini non lo facevano davvero quel maledetto sorriso al formaggio, e mi hai chiesto di provarci a usare la forchetta per far uscire quell’espressione da un fottuto sofficino. E io non credevo che tu davvero volessi che ci provassi fino a quando non sei andata in cucina, hai aperto il surgelatore e mi hai tirato in faccia una confezione di sofficini surgelati e mi hai fatto anche male.
Così mi hai fatto sedere a tavola, mi hai dato una forchetta, hai messo i sofficini nel microonde, li hai scaldati e mi hai messo davanti un piatto. Prova mi hai detto, prova a far uscire un sorriso da questi sofficini di merda. E io ho provato, prima con delicatezza poi sempre più con decisione fino a che di quei sofficini non era rimasto granché, li avevo maciullati tutti. E tu mi hai detto, ecco come mi sento dopo che tu sei andato dritto per la tua strada. E io ho pensato che da quel momento non avrei più voluto mangiare quella roba, anche dopo anni ci ripenso e non li ho più voluti vedere quei sofficini. E pure tu hai pensato che non volevi più andare d’accordo senza dirsi le cose e sei andata via. Perché dalle storie lineari si deve sempre andare via, così mi hai scritto sulla copertina di uno dei miei libri di fantascienza.

Una vita lineare senza intoppi che poi di colpo diventa tortuosa e perde la sua linearità