Un paio d’interventi infelici li ho fatti, durante il film, piccole cose che mi ritrovo a dire per rompere quella tensione che rimane sempre attorno, quando esco e sono con gli altri – sparo parole a salve, le sparo nell’aria per tenere tutti alla debita distanza – ma Francesca accanto a me riesce a distinguere le parole di piombo da quelle a salve e ignora platealmente le seconde. Perciò quando mi giro verso di lei e le farfuglio qualcosa, come se mi sentissi in dovere di alleggerire una scena troppo patetica, a lei basta far brillare gli umori che a stento trattiene negl’occhi per rigettarmi dentro il film con la coda fra le gambe – non le è scesa una sola lacrima, a quanto ne so.
Mommy | Almeno lo hai fatto per te
Lui inizia a correre, l’inquadratura si allarga e parte Lana Del Rey. Titoli di coda. Per cinque minuti buoni rimango in una specie di comunione molecolare con la poltrona, come se di colpo la gravità all’interno della sala fosse aumentata e il mio corpo, schiacciato da un peso che non è abituato a sostenere, non potesse fare altro che rimanere immobile dove si trova. Non so bene se fare qualche commento pertinente, piangere o mettermi a urlare. Nell’indecisione leggo con attenzione tutti i credits che posso, fino ai cuochi di set (tre, forse quattro cinesi, il resto francesi/canadesi). Quando arrivano le specifiche della colonna sonora la gravità inizia a normalizzarsi.

