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In fuga dalla bocciofila

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Suspiria o delle pretese

10 Giugno 2019 di Redazione

di Francesco Quatraro

“A salutare chi per un poco

Senza pretese senza pretese

portò l’amore nel paese”

 

“Senza pretesa di voler strafare

Io dormo al giorno quattordici ore”

 

“Qualche assassinio senza pretese

Lo abbiamo anche noi qui in paese”

 

Curioso che in inglese ‘to pretend’ sia ‘fingere’, come a dire: quando esigo qualcosa, non lo sto facendo per davvero. In questo percorso di traduzione ci sarebbe da rintracciare senz’altro una certa ironia, tuttavia non è così che funziona; o almeno: non è così che procede un ragionamento. Torniamo alle pretese.

Esigere qualcosa, ambire a confrontarsi con istanze immense, grandi menti grandi volti grandi bellezze e su su fino a, volendo, Dio, è qualcosa che fin dai tempi più remoti non può lasciare illeso chi tenta. Penso evidentemente alle svariate hybris anticogreche, ma penso anche ai tentativi gloriosi di artisti che di tanto in tanto, come a voler marchiare di sé la propria epoca, hanno voluto pretendere. Come dire: hanno voluto fingere. Di poter essere qualcosa di più.

È senz’altro il caso di Luca Guadagnino, che ha la virtù di farmi talmente innervosire, ovvero pensare, che poi mi metto a scrivere, celebrandolo in qualche vago modo e quindi tradendo me stesso e tornando all’ironia di cui all’inizio di questo brano – che parla di pretese. Luca Guadagnino, dicevo, è un regista ambizioso. Ha delle pretese. Chi ha delle pretese cade sovente precipitevolissimevolmente, ma non sempre. Dopo aver visto Suspiria, remake che non è un remake, abbiamo discusso con Silvia; eravamo d’accordo sul fatto che: boh; che voleva dire sto film? Siamo così insensibili, così brevi? Mah; tanta bellezza, però non mi sento un granché colpito, eccetera. Abbiamo cercato delle recensioni sul web: nemmeno una che sostenesse “forse si è un po’ impiastricciato” o simili. La gran parte parlava in toni piuttosto celebrativi di un film che per me aveva, di nuovo (vedi i miei precedenti con Guadagnino), tanta bellezza, ma che di questa bellezza faceva briciole, o al limite faceva onanismo, nemmeno dei più soddisfacenti. La gran parte delle recensioni operava parallelismi col film (originario? Originale?) di Argento, premurandosi tuttavia di sottolineare che non aveva senso fare paragoni col film di Argento, talvolta spingendosi a dire che non ha senso fare tutte le volte paragoni coi film originari o originali sennò non si possono fare remake e che poi a ben vedere questo di Guadagnino non era manco un remake, perché diceva altro, faceva altro, agiva altro, metteva in mostra altro. Io – Silvia il film di Argento lo aveva visto – non potevo dirlo, perché il Suspiria di Dario Argento non lo avevo mai conosciuto, né mi interessava realmente di conoscerlo a tutti i costi. Ero in realtà convinto di averlo già visto, una notte di queste che in adolescenza ero tornato a casa di notte e mi ero messo a guardare la tv cercando di fornire una tregua alle pupille indurite dalle cose; poi però ho cercato di rintracciare quel che mi sovveniva del film a cui alludevo, e ho capito che era intitolato Phenomena, non Suspiria; quindi avevo dedotto che non avevo visto Suspiria, ma Phenomena, un film comunque di Dario Argento, però un altro film. Phenomena mi era parso brutto assai, ma è un’altra storia. Suspiria, invece, l’ho visto ieri. Dopo averlo visto ho pensato, a occhio, a cinque cose: che mi faceva un po’ ridere ma andava storicizzato; che negli anni noi pubblico anche basso abbiamo acquisito un sacco di consapevolezza in tema di streghe; che quel periodo tra gli anni Settanta e Ottanta miodddio; che in quel periodo tra gli anni Settanta e Ottanta (mioddio) a meno che non fossi un serio intellettuale avevi da essere manicheo a bestia e chissenefrega dei palati fini dovevi dire che le streghe fanno il male in barba a tutta la folcloristica dei fricchettoni studiati; che alla fine era un film bello perché senza pretese.

E mi è venuto in mente che De André ripeteva sempre (il primo De André, puntualizzeranno antipatici gli editor della rivista che sono dei fricchettoni consaputi e studiati) la frase “senza pretese”. Era proprio un mantra, per De André. Ero portato, allora come ora, a pensare che De André fosse proprio fissato con le pretese, che tutto sommato le considerasse un male sociale insanabile. Quello cantava e si scagliava contro le pretese. E come dargli torto, del resto. “Ho avuto sempre poche idee, in compenso fisse”, aveva detto De André in un’intervista che mai dimenticherò: che invidia. Io ho avuto sempre un sacco di idee vaghe e nebulose, costellazioni di idee mai perseguite bene. Lui no; lui poche, e fisse. Una di queste erano senz’altro le pretese: era una cosa che equivaleva, penso adesso, al privilegio, all’eccesso, alla mancata misura che portava così in fondo un mondo già di per sé messo male. La pretesa era, continuo a dirmi, la peculiarità borghese contro cui si scagliava De André in quei suoi primi brani. Aveva ragione. Per dio se aveva ragione: col tempo la pretesa si è fatta strada dappertutto, se ci penso, e uno nemmeno ci fa più caso: io stesso se mi guardo mi trovo pieno di minipretese, e mi faccio venire un fegato così se non soddisfo quelle esigenze – spesso sovrastrutturali. Tutti, dunque, pretendono – o anche: tutti fingono, ma è un altro discorso, mi dico. Un re della pretesa è Luca Guadagnino. E allora io la voglio fare la comparazione fra i due Suspiria, la voglio proprio fare: perché ho visto PRIMA quello di Guadagnino e POI quello di Argento. E quello di Guadagnino era un film pieno di pretese, con un budget della madonna e gli attori di Hollywood; quello di Argento era un film senza pretese (con un budget boh), che voleva metter paura (la paura va sempre storicizzata), fornire un sacco di suggestioni visive (in questo sì, si assomigliano, e anche Guadagnino che fa i film in cui ci sono le cose belle ha fatto un film dove ci sono le suggestioni visive belle), e raccontare una storia. Guadagnino ha cercato una trascendenza simbolica probabilmente imprescindibile nel lavoro che deve fare il cinema contemporaneo, ne è uscito un guazzabuglio di possibilità, con un finale stracciato e didascalico che non faceva che peggiorare le cose, e tutta una serie di evidenti autocompiacimenti su cui non mi dilungo e di cui mi auguro parleranno altri; Argento ha raccontato una storia che ho trovato lenta, macchiettistica e attempata, eppure con un finale solidissimo, che risolveva il film con un sorriso, rapidissimo, della protagonista: senza pretese. E siccome era senza pretese a me ha detto molto di più di quello che forse voleva dire. L’altro ha detto molto di meno perché di pretese abbondava, tipo film come The Tree of Life che sono l’apoteosi delle pretese e magari sono pure belli ma siccome vogliono dire tutto si ingolfano come i booster degli adolescenti che se giri la manopola del gas mentre il motorino è spento addio.

Mi sono ritrovato a pensare che le pretese sono una cosa pericolosa, borghesissima per me come per De André, magari una roba da rintracciare e decostruire radicalmente per riportare il mondo percepito a un livello affrontabile, e che comunque certi autori come certi registi magari sembrano avere pretese e vengono intesi male perché si pongono male, ma io lo vedo che non pretendono, giuro, lo vedo. Come Lynch, per dire.

«Prendi Lynch» ho detto a Silvia dopo aver visto Suspiria di Argento. «Quello parecchi lo detestano perché pensano che abbia grandi pretese, invece vuole solo sognare!»

Silvia ha sorriso e per risposta mi ha dato un bacio, come si bacia un cretino che vaneggia, delegittimando ogni autorevolezza di quell’afflato parossistico e poi andandosene a dormire. La mia espressione, dopo quella pretenziosa esternazione, era ridicola. Pareva che fingessi, pareva che non lo avessi detto per davvero.

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Postato in: Festival Tag: dario argento, de andré, francesco quatraro, Guadagnino, prendi Lynch, pretese, silvia, suspiria Fai un commento

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