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In fuga dalla bocciofila

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Psyco | Non asciugarsi i capelli

26 Aprile 2021 di ferruccio mazzanti

Era un giorno come gli altri, ordinario e di routine, senza il minimo segno che lasciasse presagire cosa sarebbe successo. Janet si alzò insieme a suo marito, Norman, gli preparò la colazione e lo salutò quando uscì per un appuntamento di prima mattina. Rimase sulla porta, salutandolo con la mano mentre lui se ne andava in macchina dalla loro nuova casa, adagiata su una collina. Quella casa era soprannominata “di vetro” per le sue enormi finestre cielo-terra inondate di sole da ogni lato. Tornata in cucina bevve il suo caffè della mattina, scorse i titoli del giornale e aspettò che i due figli adolescenti scendessero. Preparò per loro alcune frittelle, poi corse di sopra a vestirsi per andare a lavoro.

Quando uscì dalla doccia sentì che John, il figlio, era intento ai suoi soliti scherzi turbolenti a Vera, la figlia, prima che l’autobus arrivasse a prenderli. Si stavano azzuffando. I loro colpi e le loro grida le davano sui nervi.
“Ehi, voi! Smettetela!”
Erano dei bravi bambini, ma non li sopportava quando facevano la lotta, anche quando le loro baruffe erano giocose. Tutto quel rumore e quel trambusto la facevano diventare furiosa, la riempivano di apprensione legata a qualche ricordo incancellabile di pericolo di un lontano passato. Erano solo le otto di mattina e già la sua testa stava roteando come la lama di un frullatore. Prendila con leggerezza – diceva tra sé e sé – sono ragazzi normali, lasciali fare.
In ogni caso non aveva il tempo di litigare coi figli quella mattina, altrimenti sarebbe arrivata tardi a lavoro e avrebbe rovinato il suo record di fisioterapista più affidabile del servizio di riabilitazione: sempre puntuale, mai mancata un giorno in quindici anni. I suoi pazienti – anziani fragili o vittime di traumi neurologici – dipendevano da lei. Il pensiero di loro in fila in palestra che aspettavano di fare gli esercizi trasformavano le lame del frullatore dentro la sua testa in un treno ad alta velocità. Sentiva che quella vecchia familiare locomotiva con il vento alle spalle la incalzava a sbrigarsi. Si precipitò in bagno per prendere il phon. Non c’era, non stava sullo scaffale dove lo teneva di solito. Poteva averlo lasciato in camera da letto, ma non c’era neanche lì. Diede un’occhiata all’orologio: non sarebbe mai arrivata in tempo. Il rumore del treno nella sua testa diventava sempre più forte, dove sbrigarsi, dai Janet sbrigati. Poteva averlo messo nell’armadio? Immerse la sua mano lì dentro e fece scivolare il palmo sullo scaffale in cima. L’asciugacapelli cadde giù con la sua agenda che non riusciva a trovare da giorni. Che cosa c’era di sbagliato in lei? Non aveva mai messo le cose al posto giusto e così non trovava mai nulla. Ultimamente non ricordava neppure le sue ricette preferite: era un’ottima cuoca apprezzata da tutto il vicinato, ma nell’ultimo mese doveva cercare su internet le ricette perché aveva degli strani vuoti di memoria. La scorsa settimana stava andando a casa di sua madre e si era persa. A un certo punto, non riconoscendo più gli edifici, si era domandata dove fosse. Non ne aveva idea. Si era persa.
La sua agenda caduta per terra era piena zeppa di appuntamenti scribacchiati – il suo programma di lavoro, gli impegni sociali, roba di sport per il figlio, una lista della spesa per il compleanno di Norman, l’elettricista per risolvere un problema di corrente. Guardare quella agenda la faceva sentire confusa e nauseata.
Afferrò il phon e corse nuovamente in bagno. Stava davanti allo specchio ad asciugarsi i capelli, sentiva il calore sul cuoio capelluto, il ronzio dell’asciugacapelli mescolato al rumore battente nella sua testa, quando improvvisamente si sentì investita da una densa ondata di fatica: una pesante, onnicomprensiva stanchezza del mondo. Ogni centimetro di lei lamentava un esaurimento fisico ed emotivo. Si sentiva troppo stanca per alzare un dito, troppo stanca per respirare, troppo stanca per andare avanti.
In quel momento sentì i figli che la salutavano e chiudevano la porta. Il rumore della porta che si chiudeva sbattendo violentemente. Le cadde di mano l’asciugacapelli, mentre la sua vista si restringeva e la pressione sanguigna diminuiva vertiginosamente. Si sentì fluttuare fuori dal corpo verso il cielo e si guardò mentre si accasciava sul pavimento del bagno e rimaneva lì distesa e immobile. Alzati stupida, oziosa, buona a nulla, si ripeteva con una voce piena di cattiveria e giudicante, insolente, una voce che non era la sua, ma che conosceva molto bene. All’improvviso iniziò a piangere, completamemente regredita, singhiozzando continuamente con un lamento piagnucoloso e rotto dal pianto, una lallazione simile a una litania che ripeteva: “So-so-no una braaaaaavaaaaaa bambibibina, non sono cattiva, so-no-no una braaaaaaaaaavaaaaaaaaaaaa bambibinana, nonono sono cattiiiiiiiiva”.

Quando Norman tornò a casa la trovò rannicchiata sul pavimento del suo armadio, nascosta sotto una pila di vestiti. seduta con le braccia contratte intorno al petto, che si abbracciava e si dondolava. “Ehi amore, che succede?” Ma lei non dava segni di riconoscerlo e ripeteva la sua frase idiota e infantile con una cadenza da disco rotto sulla cui superficie la puntina salta in un loop terrificante: “So-so-so-so-so-no-no-no-no-no uuuuuuuun-n-n-n-n-n-n-n-n-n-n-n-aaaaaaaaaaa braaaaaavavavavavavavavavavavavavavaavavavavavavaaaaaa babababababababababababababambibibibibibibibibibibibibibibibinanananananananananananana, nonononononononononononononono sososososososososososososososososonononononononononononononono cacacacacacacacacacacacattivavavavavavavavavavavavavavavavava, so-no-no-no-no-no-no unanananananananana braaaaaaaaaavavavavavavavavavavavavavavavavaaaaaaaaaaa babababababababababababababababambibibibibibibibibibibiibinana”
La sua voce era così infantile e dolce che abbinata alla ripetizione ossessiva e balbuziente gli raggelava a Norman il sangue e non riusciva a credere che quella persona lì, quella donna un tempo così forte, fosse sua moglie.

Oggi Marion vive dentro a un armadio, ingoia quindici sostanze differenti al giorno, piange e continua a ripetere la sua frase. Norman spende tutti i soldi della famiglia con una prostituta eroinomane, per lo più è sempre ubriaco e ha perso le chiavi dell’auto, che sta lì nel vialetto inutilizzata. John mette i gatti che trova per strada dentro a dei sacchetti e poi li sbatte con tutta la sua forza contro il marciapiede più e più volte. Quando torna a casa ride per qualsiasi cosa. Vera, sua figlia, vende met nel bagno della scuola, anche se rassicura sua madre, o quel che rimane di lei, che non fa i pompini per 10 dollari durante l’ora di ginnastica. E nessuno di loro si asciuga più i capelli.

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Postato in: La sindrome del personaggio secondario Tag: Alfred Hitchcock, Janet Leigh, Norman Bates, Psyco Fai un commento

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