di Mattia Azzini (essi vivono)
A inizio anno è scaduto l’ennesimo contratto, da addetta al confezionamento. «Abbiamo dovuto prendere questa decisione, a malincuore, a fronte di un calo del lavoro. Lei è stata una risorsa preziosa». Annuisci in silenzio, chiedi se conoscono qualcuno che possa aiutarti e indipendentemente dalla risposta vai all’Exotic Bar, per digerire meglio la notizia.
Avevo quasi esaurito la Naspi, quasi esaurito i soldi sul conto, esaurito ogni speranza. A 54 anni cosa dovrei sperare? Un qualsiasi lavoraccio full-time a tempo determinato, anche solo per un anno. Ci si ripresenta all’interinale: aggiorna il profilo, di’ che sei disperata, disposta a tutto – possibilmente con quell’insopportabile tono piagnucoloso che porterà a pensare alla giovane impiegata che deve trovarti un lavoro: “Dio, non farmi diventare come questa fallita” –, poi incrocia le dita.
L’unica fortuna dell’ultimo periodo è stata conoscere Giacomo. Il giro dell’Exotic Bar non è fatto di amici, ma di fratelli di fallimento: gente che non ha combinato un cazzo nella vita – come me –, che fa lavori di merda e per non pensarci si avvelena con i Campari, con le slot o con la coca; le porte sono aperte a chiunque abbia voglia di grattare un po’ il fondo. Giacomo però non era un compagno di fallimento, avrebbe potuto essere compagno di redenzione.
Ho iniziato a vederlo a inizio anno, all’interinale. «Se non troviamo lavoro entro fine mese ci diamo ai furti», disse la prima volta che mi vide. Non dimostrava affatto un anno più di me: nonostante fosse ancora un bell’uomo, il suo viso portava i segni di uno stile di vita tutt’altro che sano. Fumava due pacchetti di Phillip Morris al giorno e i suoi denti erano sempre scuri per il troppo vino rosso. Era il tipo di persona che con una domanda, anche generica, dava dettagli privati sulla sua vita, nonostante non ti conoscesse. Sua moglie l’aveva piantato dieci anni prima – quando l’impresa edile era fallita –, sua figlia lo cercava solo per i soldi e quando beveva un goccio di troppo diceva che l’unica soddisfazione la trovava nel sesso a pagamento.
Un mercoledì di aprile ci incontrammo ancora lì: a me dovevano proporre un part-time come addetta alle pulizie, a lui un full-time, scarico merci. Giacomo mi invitò a pranzo in un’osteria lì vicino che faceva pranzi di lavoro a 11 euro.
«Due disoccupati a un pranzo di lavoro», ripeteva divertito.
Mangiammo casoncelli alle erbette, lonza ai funghi e bevemmo almeno un paio di litri a testa di rosso della casa. Non ricordavo l’ultima volta in cui ero uscita a mangiare con qualcuno. Quel posto era davvero sporco: i bordi sbeccati dei piatti erano unti, i bicchieri avevano qualche macchietta e ogni tanto girava un pastore tedesco per la sala. Eppure, per me quello era sguazzare nel lusso sfrenato.
Dopo il caffè si era ammutolito per qualche istante, palesemente rattristito.
«Non stai bene?» chiesi.
«Volevo invitarti a casa mia…»
«Ma?»
«Ma non vivo da solo. Divido l’affitto con un tipo, fa la guardia giurata di notte e di giorno dorme sul divano».
Pagò lui nonostante mi fossi opposta. Salimmo in auto, senza un’idea precisa di dove andare. I freni della sua Punto facevano un rumore preoccupante e sulle curve c’era il rischio che la portiera anteriore del conducente si aprisse.
Cantava Amarsi un po’ di Battisti; la cenere svolazzava nell’auto, finiva sui sedili posteriori, stracolmi di utensili e vestiti sporchi. Ad un tratto, batté le mani. «Me lo sento, guadagnamoci la pensione anticipata.»
Mi portò alla Snai; lasciò la macchina accesa con la portiera aperta, le casse gracchianti diffondevano la voce di Battisti in tutta la via.
«Sabri, 100 euro sulla vittoria del Leicester della Premier League», lo sentii urlare, ancora prima che entrasse. Uscì dopo pochi minuti, sventolando uno scontrino. «Con questo ti porto in un ristorante serio la prossima volta» disse dopo avermi dato un bacio sulla fronte.
Mi portò a casa, aveva dei lavori da sbrigare. «Ci si deve arrangiare in qualche modo: un po’ giardiniere, un po’ imbianchino.» Non lo vidi più per qualche settimana, lui aveva il mio numero ma io non il suo. Mi presentai all’agenzia per sapere se avessero notizie di Giacomo.
«Non l’abbiamo più visto», disse amareggiata un’impiegata.
Spuntò un martedì sera con una bottiglia di Chianti; era più smorto del solito e fumava di meno. Io ero alle prese con una perdita d’acqua sotto il lavandino, lo feci entrare e tornai all’esondazione in cucina. Sparì per qualche istante e tornò con una chiave a stella, del nastro isolante e una fascetta metallica. Mentre canticchiava «sì, viaggiare» fermò la perdita. Passammo la notte insieme, quando mi svegliai si era già volatilizzato. Non lo vidi più: né all’agenzia per il lavoro né a casa mia.
Il 18 maggio trovai un biglietto sotto la porta.
“Non devo più cercare il lavoro. Tu con questi per un po’ sarai a posto. Il Leicester ha vinto il campionato”.
Ho preso in gestione l’Exotic Bar. Ora si chiama: Da Giacomo.
Per un po’ non invierò altri curriculum.

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