di Francesca Mazzotta
Chiedo a Nasha di rispondermi velocemente. Il suo ovale è diventato un cubo di pixel. Sul monitor indugia un 17. Scorre in Rolling Times su sfondo arancio. Si blocca. Poi smette di scorrere, dopo essersi cancellato e ripresentato, cancellato ripresentato innumerevoli volte. Mi sta dando alla testa.
Il carattere è identico. È il numero che è sbagliato. Non è il 17 le grido nella mandibola immobile. Credo ce l’abbia con me per non averle creduto.
Il numero in Rolling Times lampeggia. Spunta un 1 dopo il 7, e poi scompare. Ritorna l’1, e poi un 1,5.
17 171 1 1,5
Si ostina ad approssimare la puttana. Separa e unisce le risposte, come faceva quando era viva. C’è poco tempo le grido. È l’unico imperativo.
Lo schermo si oscura come all’inizio. Le ringhio di smetterla. Non è un gioco. Non è il numero che ci salverà. Non è il numero che ci salverà.
Nella cabina rintocca la goccia dell’ultimo quarto di tempo.
Sono sette giorni, oggi compreso, che mi perfora il cranio. Sette cristo di giorni interi. Manca il quarto che segnerà la fine vera. Quella che ci farà fallire tutti. Se non mi accontenterà, preleveranno la nuova fortezza di ghisa di Afrodite. La nostra città è stata ridotta a un esoscheletro. Bruceremo nello spazio. Non è di me che mi importa. Mi importa di tutto quello che abbiamo perso. Del nostro cuore che brucerà.
Il guscio grigio contiene cento cabine. Prima c’erano file massicce di case, compatte nel silenzio. Prima del piano di riedificazione, la nostra comunità era felice senza chiederselo. La regione fuori dal nuovo guscio, dove siamo reclusi in 100, è adesso monitorata da cimici di rame. Dentro le altre 99 cabine oltre la mia, i concittadini sono in congedo. Non possono comunque uscirne. Ce ne sono 33 per 2 piani, e 34 sull’ultimo livello, cioè il mio, il più alto. Le altre 66 sono su altri due piani sotto di me, di fatto inferiori. Dicono che debba essere conscio e orgoglioso di questo. La mia porta è l’unica targata d’oro. È la cabina alfa e io sono l’eletto per gridare il simbolo che ci salverà. La targa è stata incisa dalla figlia di Asian. Gli altri sei giorni, l’oro della targa e la fantasia delle mani della figlia di Asian mi hanno ipnotizzato due volte, per 46 secondi. Distinguo riflessi il mio naso e la mia bocca sul volto quadrato di Nasha. Se grido il numero giusto, il sensore farà scattare gli allarmi che apriranno le porte. Dev’essere tondo, nessuna virgola, dev’essere maggiore di 17.
All’improvviso mi torna in mente il contatore del condominio di quando vivevamo nella cascina lungo il confine. È un ricordo a cui non mi associo da tempo. Nasha era bellissima appena sveglia, quando iniziava a fingere di dormire per farsi guardare. Fino alla fine, ha cercato di convincermi a rimanere umano, a rimanere noi. Spesso mi chiudevo nel silenzio e la odiavo dentro. Mi lanciava in testa il primo calzino che trovava in mezzo ai nostri due materassi. Nessuno di noi aveva mai avuto voglia di sostituirli con un unico materasso. Erano pieni dei peli del gatto a cui non abbiamo mai dato un nome, e di calzini. In mezzo si apriva una fossa delle Marianne, diceva lei. Il singhiozzo che mi esce mi spaventa. Non sono più abituato a sonorità vocali. La prego di non richiamare mai più in me quell’associazione.
Da quando è cambiato tutto, il senso unico della nostra vita è finito a strapiombo nel bianco. Le nuove regole sono state subito effettive. Ha vinto a maggioranza il piano di riprogrammazione delle cose con sistema obsoleto. Non avevamo capito che per quelle cose Asian intendesse le donne libere che stavamo amando. Le «meno chiare per intenzione e religione». Il programma di distruzione pensato per loro era speciale. Era o prendere o lasciare. Abbiamo avuto contezza solo giorni dopo di quel che stava già accadendo nel deposito. Nessuno di noi aveva capito cosa significasse la parola “riduzione algoritmica”. Nessuno di noi sapeva l’inglese. Il mio vicino Jona aveva scoperto che un sinonimo di quel fenomeno si diceva crypto-fleshing. Ci ha inorgoglito tutti. Ho avuto una gran voglia di ballare con Nasha per tutto il viale. Poi ho un vuoto. Mi sono svegliato accanto al suo calzino grigio bucato una mattina che lei non c’era. L’ho chiamata due o tre volte. Ho sentito il cane di Jona abbaiare. Pensavo fosse tornata. Il vecchio mi ha bussato più forte del solito. Mi ha detto di seguirlo e non ha detto altro, scortandomi con passi pesanti verso il cancello di quella che credevamo essere la nuova fabbrica idroelettrica.
Distese in serie nel deposito bianco, qualcuno le ha implorate. Non so che ora fosse con esattezza. Non siamo riusciti a evitarlo. Non siamo riusciti a evitarlo. Non ne eravamo coscienti. I nostri angeli della morte, ha detto qualcuno. Solo a me Nasha continuava a sembrare morta per finta. Solo a me continuava a sembrare che la mia donna si fingesse morta. Sono stato sicuro che stesse provando a smetterla, di prendersi gioco di me. Dalla porta di vetro, il suo corpo ha continuato a cristallizzarsi per un tempo infinito nel mio terzo occhio. Sono rimasto un fiuto premuto contro il vetro. Ho cercato di capire perché si ostinasse a sottrarmi gli organi migliori, uno ad uno, anche ora e, senza alcun senso, a sembrarmi letale.

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