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Macaulay Culkin | A pizza day

28 Aprile 2015 di giovanni ceccanti

La vita, direi, è strana. Quantomeno.

Nella tribù degli Huli, in Papua Nuova Guinea, il prestigio di un uomo è misurabile dalla sua capigliatura. I cosiddetti “uomini parrucca” si fanno crescere i capelli a dismisura e li acconciano con fiori e con piume d’uccello, uccelli del paradiso. Ogni atto della loro quotidianità è volto all’accrescimento della parrucca, grazie alla quale deterranno più o meno potere e scaleranno più o meno gradini della loro rigida gerarchia sociale. Il potere è esercitato principalmente sulle donne – ça va sans dire – infatti un solo uomo parrucca può impartire ordini a un numero piuttosto cospicuo di donne. Le donne non possono discutere con gli uomini, tanto più se questi hanno una grande parrucca. Esse devono cucinare, procreare e sorvegliare i maiali, mentre gli uomini parrucca cercano le piume più belle e infarciscono i loro rasta di unguenti e fanghiglie varie.

Non troppo dissimile qua a Hollywood. In quanto a stranezza, intendo.

Ricordo che Dakota barcollava ubriaca a lato della strada, quando l’hanno investita. Io stavo con Mila, ai tempi, Mila Kunis – avete presente? – e ancora recitavo. Recitavo qua e là, niente di serio, solo per ricordare agli altri di essere ancora vivo e famoso.

Su internet mi avranno dato per morto almeno una dozzina di volte.

Da un po’ di tempo invece mi sono dato alla musica. Frequento un certo numero di cantanti e a Parigi ho preso una casa con Pete Doherty. Avete presente? Pete pensa che abbia una voce fantastica.

Ci sono serate in cui l’unico rumore che si sente per tutto il salotto è il crack crack delle nostre tirate a pieni polmoni.

Al processo ho giurato di non aver mai avuto rapporti sessuali con Michael, sebbene dormissimo spesso nella stessa camera da letto. Michael Jackson, avete presente?

Dicono gli antropologi che ci vuole almeno un anno e mezzo per avere una parrucca base – un parrucchino.

Il crack in origine serviva ai dipendenti cronici da cocaina che volevano continuare a farsi anche dopo il collasso dei loro tessuti nasali.

A 18 anni poi mi sono sposato con Rachel Miner. Rachel Miner, avete pr– ok magari non avete presente. Non è così famosa. Ho divorziato da lei nel 2002 e mi sono messo con Mila.

Adesso vivo con Pete Doherty in rue qualcosa e mi faccio di crack fino a che non sogno di essere un uomo parrucca e di comandare alla mia dodicesima moglie o ad una qualunque di quelle donne di sorvegliare i maiali.

Rachel adesso ha la sclerosi multipla.

Un tramezzo divideva il mio letto da quello di Michael, al diavolo quello che sostenevano i giudici.

Il mio gruppo si chiama The pizza underground. Con il mio gruppo abbiamo fatto una versione di Perfect day di Lou Reed trasformandola in Pizza day. In realtà storpiamo gran parte dei pezzi dei Velvet underground inserendoci nel mezzo la parola “pizza”.

Mia sorella Dakota è morta nell’istante stesso in cui la sua testa ha colpito il parabrezza dell’auto guidata da un uomo probabilmente sbronzo a sua volta.

Un giorno ho rivisto per caso Mamma, ho perso l’aereo. Ero strafatto, avevo bevuto tutto quello che c’era in casa come un dipsomane folle, e mi ero pippato non so più quanta cocaina. Poi ero in salotto e stavo girando compulsivamente i canali della tv quando vedo la faccia tenera e furbetta di questo bambino, i suoi lineamenti acuminati, i capelli chiarissimi e la pelle spaventosamente trasparente. Ricordo che ho pensato: nessun particolare destino scritto in volto. Niente che mi potesse portare qui dove sono adesso. Poi avevo le dita fuse al telecomando, immobili, e tutta la stanza era avvolta nella stessa cancrena, e so di essere rimasto a guardare – una scena dopo l’altra – senza poter voltare la testa, quel film, fino ai titoli di coda, fino a leggere quel nome assurdo, Macaulay Culkin, il nome di un tizio nato un giorno qualunque in questa assurda tribù, in questa parte di mondo, Macaulay Culkin, il rumore di qualcosa che cade – la pipa del mio crack – Macaulay Culkin, avete presente? Quindi tutti i titoli di coda, fino alle comparse, ai tecnici delle luci, gli attrezzisti, i guardarobieri, i truccatori e i parrucchieri – non so più quanti nomi mi sono letto – finché è diventato tutto nero e lo schermo ha iniziato a ronzare flebilmente, e quel ronzio ha fatto sì che mi riprendessi indietro i miei sensi, che i miei muscoli si sciogliessero di nuovo; allora ho lasciato il telecomando, ho voltato la testa.

Ed ecco è partita la pubblicità.

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Postato in: Recensioni Tag: giovanni ceccanti, macaulay culkin, mamma ho perso l'aereo, michael jackson, mila kunis Fai un commento

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