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In fuga dalla bocciofila

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Lupin III – Il Castello di Cagliostro | Una monetina

24 Aprile 2026 di Redazione

di Ivan Pelizzari (essi vivono)

 

Il concerto tardo pomeridiano di corso Italia si apre sul metronomo dei tacchi a spillo, lo scrocchio del cuoio e le leccate gommose delle sneakers, intervengono i cimbali delle porte in acciaio, vetro e legno, gli arpeggi fruscianti di centinaia di mani e sacchetti in crepitio e il coro di buonasera, salve, arrivederci, grazie e alla prossima. Vanni danza nel cuore metropolitano con gli angoli della bocca rivolti al cielo, libero da orpelli. Il portafoglio gonfia i pantaloni e, con la scusa di dover controllare di continuo se è ancora al suo posto, gli azzoppa una camminata altrimenti fluida e sgusciante. Di cellulari, invece, non ne possiede proprio, nella romantica convinzione che nulla può sostituire il piacere dell’incontro casuale, come trovare una monetina per terra e convincersi di essere incappati in una giornata fortunata.

Fuori dal negozio di giocattoli, una signora si accomoda il cappello a tesa larga e tiene vicina a sé la figlia, abbarbicata a un peluche di unicorno ancora etichettato; un uomo in giacca, smunto e dinoccolato, cammina come avesse le gambe legate all’altezza delle ginocchia; tre ragazzini attirano male parole mentre sgommano in mountain bike. Vanni osserva questo campione di umanità, lo sguardo lucido e distante di chi è bloccato in una nostalgia di successi irripetibili e Susanna.

– Oh, mi scusi, ero soprappensiero. – Urta l’uomo in giacca che gli restituisce un’occhiataccia sgranata. Vanni si tasta il volto, colpito da una mancanza imperdonabile, non si è rasato. Anni addietro, si era presentato a una festa nuziale in uno stato poco decoroso, barba sfatta, vestiti sdruciti, sguardo vacuo. Il turbamento generato in quell’occasione, giunto al suo acume con il pianto disperato della madre, gli ha insegnato che certi dettagli, all’apparenza superficiali, possono essere forieri di disperazione.

– Le chiedo scusa, non volevo turbarla! – Ma l’uomo è ormai lontano. Distratto da quell’eccesso di gentilezza, Vanni sembra non accorgersi del rischio concreto di finire sotto le impennate dei ragazzini. Schiva la collisione, in uno svolazzo di redingote e foulard, mentre i giovani urlano felici – APRI GLI OCCHI, COGLIONE! – Avranno avuto la loro età quando rubarono il primo numero di Dylan Dog a una fiera del fumetto. Susanna con la sua procace bellezza, lui con il suo tocco magico: sostituirono l’originale con una ristampa anastatica ai danni di un viscido venditore.

– Tutto bene? – Una vocina confettosa lo riporta al presente.
– Ma certo cara, solo qualche eccesso di gioventù.

La bimba e il peluche gli inchiodano davanti, al contrario della madre che prima di accorgersene li supera di qualche passo. Il gentiluomo stende la mano per ringraziarla, lei porge la zampa del peluche che lui bacia con uno schiocco leggero. Ride cotta d’amore, quindi raggiunge la mamma che la chiama tra le volute del cappello. Una nota floreale, frazione minima di un profumo più complesso, scocca per radicarsi in Vanni come un dejavù a cui non si riesce a dare forma.

Inebriato da tanta vita ha bisogno di un po’ di pace. Allarga le falcate e in una manciata di minuti è sulla gradinata dell’enorme edificio fascista delle poste. Siede accanto a una delle poche buche delle lettere ancora esistenti ed estrae il portafogli. – Gastone Silvestri – legge dal documento d’identità e dà un nome all’uomo cui l’ha sottratto. Oltre a pochi centesimi e una banconota di piccolo taglio, all’interno si trovano solo una carta di credito, qualche scontrino e una manciata di tessere, insomma, una vita normale. Unico guizzo: la fotografia piegata in quattro di una giunonica donna ammiccante e quasi del tutto nuda. Nulla che sia in grado di scalfire il podio dei migliori fatti altrui rinvenuti nei portafogli: una lametta insanguinata, un preservativo fuor d’ogni dubbio usato e una bustina in plastica piena di unghie tagliate.

Mette in bocca un Chupa Chups al crème caramel e si appresta ad aprire una bustina di Pokémon, entrambi arraffati dalla tasca del delinquentello in bicicletta. La sbuccia con voracità fanciullesca ma nulla, anche per oggi Pikachu Illustrator lo troverà un’altra volta. Passa, quindi, all’ultimo bottino, il portafogli della signora. Infila la mano nella tasca sinistra della redingote, sicuro di trovarlo, ma nulla. Quando la bambina si è avvicinata, e la madre lo ha superato di un paio di passi, è sicuro di essere riuscito a sfilarglielo dalla borsetta. L’ha sentito tra le mani, un modello classico ma raffinato, di pelle forse, con rifiniture in metallo. Niente. Ispeziona ogni anfratto, dai pantaloni alla giacca interna, ma nulla ne viene fuori. Stranito e accalorato si libera dal foulard da cui cade un foglietto di carta, ripiegato come la foto osé di Gastone. Lo osserva, lo porta al naso e i suoi sensi sono sconvolti da quello stesso profumo che aveva avvertito sulla donna e che ora si è unito al suo. La polimerizzazione di due odori distinti, cacofonici e riconoscibilissimi, quello di Vanni e Susanna quando stavano insieme, dopo una notte d’amore o una scorribanda. 

Mi hai mollata sull’altare ma non pensavo avresti finito per dimenticarmi. Dal canto mio, ti osservo dalla vetrina del negozio di giocattoli, so cosa farai e ne approfitto per farti questo scherzetto mentre mia figlia sceglie un peluche.
XXX
Susanna

Chiude il biglietto e, insieme al resto della refurtiva, infila tutto nella buca delle lettere. Il concerto sul corso giunge alle sue battute finali e Vanni lo risale leggero, con gli occhi lucidi e il sorriso appena incurvato di chi ha trovato una monetina.

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Postato in: essi vivono Tag: essi vivono, Ivan Pelizzari, Lupin III 1 commento

Commenti

  1. Antonia Carpinelli dice

    5 Luglio 2026 alle 19:11

    Scrittura icastica e coi coinolgente!
    Promette benissimo

    Rispondi

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