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La vita invisibile di Eurídice Gusmão | Dove vanno a finire i sogni

7 Novembre 2019 di Elisabetta Meccariello

Quando ripenso al mio passato posso distinguere tre o quattro istanti in cui la mia vita ha preso una direzione. Non parlo di momenti cruciali o di eventi catastrofici, sono cose banali, quotidiane, irrilevanti: una chiamata rifiutata, un viaggio rimandato, una strada diversa per tornare a casa. Eppure c’è qualcosa che luccica in questi ricordi. Un lampo. Sono attimi inutili e cristallini che tornano alla mente come una profezia. Proprio in quel momento qualcosa è cambiato. 

Da bambina volevo fare la ballerina o l’astronauta. Per la danza non avevo il fisico e lo spirito di sacrificio, per lo spazio non potevo sopportare il concetto di infinito. Se il mio nome fosse stato Soledad Pereira avrei avuto una casa stipata di centrini all’uncinetto oppure avrei indossato la maglia numero nove della Nazionale. Non sono mai stata legata ai sogni. Li ho accarezzati sì, ci ho messo dentro prima un dito, poi un piede, li ho annusati, strattonati, poi ci ho immerso la testa, fino al collo, fino alle spalle, fino a non respirare più. A volte i sogni sono scuri e gocciolano melma, strisciano, sono intrisi di rancido e mangiano vermi. I sogni fanno paura. I sogni finiscono nella vita liquida. Sudore, saliva, lacrime, sangue, sperma.

Un giorno ho trovato una tavola da surf nel bidone della spazzatura. Era arancione. Sbucava dal cassonetto azzurro del multimateriale, potevo vederne solo una parte e una delle estremità. Non so esattamente quanto fosse grande questo oggetto, se fosse integro e se in effetti fosse davvero una tavola da surf, ma quando l’ho visto ho pensato «maddai una tavola da surf nel cassonetto». Allora ho scattato una foto e l’ho intitolata Dove vanno a finire i sogni (The place where dreams die). 

I sogni finiscono nel cassonetto sbagliato, dove dovrebbero andare solo imballaggi di vetro, plastica, tetrapak, plastica usa e getta, di certo non una tavola da surf. I sogni finiscono lontano dal mare, in mezzo alla piana fiorentina, tra i capannoni industriali e i palazzi di cemento, dove negli anni Cinquanta c’erano solo campi.

Avevo un amico, una di quelle persone con cui hai un legame strettissimo e che poi un giorno perdi, senza un motivo preciso. Pensi che domani potresti fargli una telefonata o scrivergli una lettera. Non lo fai mai. Una distanza minuscola che diventa gigantesca. Immagino com’è diventata la sua vita, cosa fa, chi incontra per strada, quali libri legge, cosa guarda in televisione, come cresce i suoi figli. I ricordi reali si mischiano a quelli invisibili, annullano la distanza, fluiscono nella vita liquida. Acqua, latte, morfina, bile, respiro.

Quando ripenso al mio passato posso distinguere tre o quattro istanti cui la mia vita ha preso una direzione. Non parlo di momenti cruciali o di eventi catastrofici, sono cose banali, quotidiane, quasi irrilevanti. Io non lo so dove vanno a finire i sogni. Forse non vanno a finire da nessuna parte. Non si esauriscono in un’occasione mancata. Non si consumano in un proposito fallito. Prendono altre forme e colori e odori, mutano i rimpianti in speranze, ci schiacciano e ci sollevano, crescono e maturano, si nascondono quando vogliamo soffocarli. I sogni sono la vita liquida.

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Postato in: Oceani di autoreferenzialità Tag: A Vida Invisível, Brasile, Carol Duarte, Eurídice Gusmão, Eurídice Gusmão che sognava la rivoluzione, Júlia Stockler, Karim Aïnouz, la vita liquida, Martha Batalha, sogni, sorelle, tavola da surf Fai un commento

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