di Elosia Morra (essi vivono)
La solita festa, a Saint-Tropez.
“All’ Umana caduta!”
Serate così Jean-Paul ne aveva viste tante, e lo lasciavano indifferente: ragazze che sembravano aver dimenticato la gonna, champagne e gamberi come non ci fosse un domani, il tutto spruzzato d’un bianco di dubbia provenienza, cadeau di qualche amico di Harry sbucato da chissà dove. E i jingle di Harry di sottofondo, naturalmente.
Quella sera non faceva eccezione, se non che l’occasione del brindisi era la pubblicazione del suo esordio. Libro in cui brucia l’esperienza d’una generazione perduta, così Sartre in quarta di copertina. Aveva fatto tutto Carmen, la sua agente: quando un mese prima l’aveva chiamato entusiasta per dirle che il suo omonimo aveva accettato di scrivere lo strillo l’unica sensazione che riuscì a provare fu pena: possibile si fossero ridotti tutti a quel punto? Non l’avrebbe nemmeno letto, garantito, al massimo sfogliato qualche pagina; “Meglio così”, si era detto dopo aver riattaccato senza batter ciglio.
Non che gli importasse molto dell’approvazione di chicchessia: ogni libro è un modo come un altro per accerchiare un dolore privato, e a lui andava tutto meno che parlarne con sconosciuti, tra un tuffo e l’altro. Né aveva voglia di avvicinarsi o farsi avvicinare da nessuno, seppure sarebbe stato facile. Non sapeva se fosse colpa dello sguardo, ma ad ogni festa attirava più di qualche interesse femminile: amori d’una notte, da lasciarsi alle spalle senza drammi ma neppure l’ombra di quell’entusiasmo seriale – lui lo chiamava joie de vivre – per cui invidiava e a un tempo compativa Harry… Non c’era nemmeno bisogno di cercarlo con lo sguardo: già se lo vedeva davanti al grammofono a parlare di armonie compositive e modulazioni delle sue musichette, manco fosse Stravinskij, mentre accarezzava con gli occhi qualche armonia di partiti figurativi rispondente al nome di Penelope o Sylvie.
“Le persone si dividono in due categorie, quelle passabili e quelle con cui vorresti stare, le uniche per cui vale la pena sforzarsi d’essere meglio dello schifo che si è”, così gli aveva confessato una volta l’amico; bastò uno sguardo per intuire che la ragazza dal vestito nero apparteneva alla seconda. L’abito in crêpe de Chine e era aperto sulla schiena; dal riflesso sembrava non portasse gioielli, se non due piccoli orecchini a goccia. Fumava in un angolo, accanto alla porta a vetri che si apriva sugli ulivi e le luci che solo per quella notte illuminavano la piscina, perduta in chissà quale fantasia, voltando le spalle al teatrino del grammofono. Eppure tutti sembravano accorgersi di lei, come falene al fuoco di tanto in tanto le si avvicinavano, champagne alla mano, per cercare di ottenere la sua approvazione.
“Ho letto il tuo articolo su Le Monde ieri: sai essere divina, mia cara”, aveva sentito dire a Gabin, un loro amico dallo sguardo annacquato, brillo o in procinto di esserlo.
“Aspettiamo anche il tuo, di romanzo!”.
“Per carità” rispose la ragazza di schiena “la realtà basta e avanza”.
Tutti erano scoppiati a ridere; l’unico non del tutto inerme davanti al suo fascino sembrava essere proprio Harry: ogni tanto le si avvicinava lanciandole frecciate cui lei rispondeva con battute eleganti, come giocassero a tennis. Erano stati amanti? Probabile, ma non gliene importava più di tanto, nonostante poco tempo prima avesse letto un libro che spiegava come il desiderio non fosse lineare, piuttosto avesse la forma d’un triangolo: no, non era il fatto che interessasse Harry a colpirlo.
Non era nemmeno questione di sensualità, di bellezza o intelligenza, nonostante fosse evidente la ragazza ne possedesse a spanne. Forse era questo: sembrava niente potesse turbarla più di tanto né ferirla in modo irrimediabile, e non per assenza di cuore o empatia. ‘È come nascere con un cappotto oppure no’, pensò, e lei ce l’aveva, ne era sicuro quanto sapeva di esserne sprovvisto: se la immaginò bambina, vestita a festa tra genitori belli e sorridenti, quasi immaginassero già la donna che sarebbe diventata. Di lì a breve Harry sarebbe venuto a cercarlo per presentarli (di solito era quello il suo modo di vantarsi, fargli conoscere donne non alla sua altezza), proprio per questo Jean-Paul sgusciò via dalla festa senza destare troppo nell’occhio, o così almeno sperava. Con una scusa lasciò una ragazza lustri e bistri che lo aveva costretto a un fox-trot e salì al secondo piano, senza curarsi troppo dell’art nègre che Harry aveva disposto alla bell’e meglio tra le gorgiere dei ritratti dei suoi antenati.
Passò senza scomporsi dalla camera da letto stranamente vuota, attraversò il corridoio del bagno fino a una porta-armadio bianca che si apriva in modo del tutto inaspettato sulla veranda, verso una scaletta a chiocciola che (gli altri ospiti non lo sapevano, lui habitué invece sì) portava dritta all’ultimo piano della villa, il terzo. Jean-Paul la percorse adagio, lo sguardo fisso sulla pelle stinta dei mocassini. Gradino per gradino procedette sforzandosi di non guardare giù, come quando, ragazzino, trascinava i suoi in cima ai monumenti più alti d’Europa per il semplice piacere di dar battaglia alle vertigini. Stavolta però in gioco c’era molto più e molto meno: come si fa a morire? Si è davvero sicuri una volta per tutte, o all’ultimo si vorrebbe tornare indietro? Se lo era chiesto tante volte, e sperava che quel cielo fitto di stelle avrebbe saputo dargli la giusta motivazione per mettersi alla prova.
Salendo i tre gradini che lo separavano dall’ultimo piano si sporse oltre la ringhiera, i mocassini finalmente saldi sul bianco della terrazza: la ragazza dal vestito nero era lì, di spalle. Guardava dritta davanti a sé, sembrava non essersi accorta della sua presenza eppure sapere tutto di lui. Jean-Paul le si avvicinò piano, indeciso. “La realtà basta e avanza, no?”, si limitò a dire fissando il cielo. Lei distolse lo sguardo dall’orizzonte, sorpresa e divertita, tirò fuori una sigaretta e aspettò che gliela accendesse; Jean-Paul fece fatica a controllare il tremito delle mani, ma la ragazza finse di non farci caso. Vedendolo armeggiare con l’accendino lo guardò come per la prima volta. Era buio, ma pensò gli occhi di Jean-Paul brillassero da dentro: riflettevano la combinazione tra il verde delle palme e il blu del cielo di Saint-Tropez, un colore per cui nessuno aveva ancora inventato un nome.
“Dipende da quale. Marianne”, porgendogli la mano senza anelli. “Mi riaccompagni giù, o resti qui?”. Jean-Paul esitò, ma fu meno d’un attimo: insieme si avviarono verso la scala a chiocciola, le dita intrecciate come le note d’un Cole Porter che nel frattempo qualcuno aveva messo su.

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