di Luca Mascia (essi vivono)
Non poteva accadere in un momento migliore. Non poteva che accadere oggi.
Che dire, “signori ateniesi”, è successo tutto così in fretta. Sono trascorsi dieci minuti, ma a me sembra di essere qui da secoli. Le vostre facce sbigottite parlano per voi. Inutile nasconderlo, sono molto felice di vedervi. Grazie a tutti per essere qui. Chi l’avrebbe detto che questa mattina avrei tirato le cuoia in vostra compagnia?
Eh, Elvira? Proprio oggi che mi sono svegliato con la voglia di comprare un libro… da quanto tempo è che non leggo? Da quando ho avuto il primo infarto? Sì, dev’essere stato prima del ricovero.
Ma te l’ho mai detto che sei proprio brutta? È ironico che me ne accorga solo ora. Mi sveglio accanto a te ogni giorno, sei la persona con cui ho interagito di più negli ultimi cinquant’anni, ma mi fulminasse quel Dio infame se in questo momento il tuo viso non è la cosa più orrenda che io abbia mai visto.
Ci sono tante cose che vorrei dirti. Ma se anche riuscissi a strillare, nemmeno coglieresti tutte le mie parole. Fra me e te c’è una porta di vetro chiusa a chiave con sopra un “TORNO SUBITO” tracciato in pennarello nero sul retro di una bolla: un confine fragile, sì, ma al tempo stesso invalicabile. Una bella porta, aggiungerei. Sono quasi geloso. Pequod se la sognava una porta così.
Ora mi rivolgo a voi là fuori, signori ateniesi: piantatela di chiedere a Elvira cos’è successo. Voi tutti siete stati miei clienti, un tempo. Voi tutti vi rifornivate da Pequod perché nessuno, prima di me, ha mai avuto le palle di far funzionare una libreria come Cristo comanda in questo schifo di paese. Le palle di restare in piedi per decenni, di vedere ciò che ho messo su con le mie mani sfaldarsi lentamente, fino a sparire. Ora c’è questa libreria. Questo buco, un tempo ferramenta, nel mezzo di una via composta di negozi d’abbigliamento. Vi piace questo posto? Ritenete davvero che quel muflone che ci lavora sia meglio di me?
Già, il muflone. Lo so, mi è giunta voce di come lo chiamate. Muflone, uomo nero, orso bruno: i soprannomi si sprecano. Non posso che darvi ragione. Con quei vestiti sempre scuri e il viso trasandato sembra proprio un pezzo di carbone su due gambe.
Nel corso degli anni molti di voi mi hanno definito antipatico, scontroso. Vi do ragione. Ma lui? Lui che passa tutto il tempo a fumare sulla soglia, tirando le cicche in strada? E figuriamoci se si sia mai preso la briga di rispondere al mio “Buongiorno”.
Sapete dov’è ora? Vedete il bar poco più giù, verso l’incrocio? Sì, ci metto la mano sul fuoco, è andato proprio lì. Vi rendete conto? Aurelio, il padrone di Pequod, la storica libreria di fronte il vecchio ospedale, oggi sostituita da un kebabbaro, chiuso a chiave in un’altra libreria per colpa di un caffè. Come ha fatto, mi chiedo, a non accorgersi dell’unico cliente? Manco a dire, sai, mi fossi messo in una posizione tale da rendermi invisibile, dietro uno scaffale o un espositore: ero a due metri dalla cassa! Si può essere così rincoglioniti?
Ma in fondo, cos’altro ci si poteva aspettare da uno col culo parato? La baracca non è sua, è dei genitori. Lui in pratica non conta un cazzo. Guardate su che pavimento lercio mi trovo steso ora. Pensate abbia mai preso in mano uno scopettone? Ma per favore!
Signori della giura… riconosco tra voi l’avvocato Cataldo: quanti gialli avrà comprato? Quanti classici? E quante volte mi avrà citato I fratelli Karamazov e la sua parte preferita, quella del Grande Inquisitore? Faceva tanto l’intenditore di film americani, ma confondeva sempre Quarto e Quinto Potere, senza aver visto nessuno dei due. Un vero dito al culo lui, me lo trovavo ogni giorno tra i piedi, anche solo a girare tra gli scaffali. Però alla fine i soldi li cacciava. E c’è la signora Paoloni. Poveraccia lei, divorziata e con un figlio autistico. A guardarla sembra una vecchia di cent’anni, eppure avrà sì e no la mia stessa età. Caruccia, modi pacati, fin troppo loquace se ci si mette. E tu guarda se quell’anziana bassetta non è la spaccacazzi che voleva denunciarmi durante la pandemia solo perché non mi ero messo bene la mascherina! Ho saputo che in passato è stata maestra. Questo spiega molte cose: gli insegnanti che non spaccano il cazzo si contano sulle dita di una mano.
Ormai riesco a distinguervi appena. Per dirla alla maniera di Saramago: sono caduto in un mare di latte. Il fuoco che brucia nel petto non accenna a diminuire. Dev’essere uno spettacolo pietoso, dal vostro punto di vista.
È inutile darsi pena, Elvira. Non fare finta di essere triste per impietosire la giuria. Il mio verdetto è già stato emesso. Di’ pure che non vedevi l’ora.
Dinanzi a voi sta un povero coglione di settant’anni suonati, signori ateniesi. Vi è mai capitato di leggere quel racconto giapponese dove chi li compie deve affrontare un pellegrinaggio su una montagna? Mi è rimasto impresso il vecchio, quello che rifiuta di morire, ma viene comunque gettato di forza in un dirupo dal figlio.
Che a ben pensarci, vista l’età, potrei tranquillamente essere padre al muflone.
Non che ci tenga in particolar modo. Di figli ne ho già due e mi odiano entrambi. Parlano solo con la madre. Di me non ne vogliono sapere.
Vero, Elvira? Tu che hai sempre avuto l’aureola, mentre io le corna?
Buffo. Da giovane non capivo appieno Ivan Il’ič e perché Tolstoj fosse scappato dalla moglie. Se ne avessi la forza, mi starei già pisciando sotto dalle risate.
Ah, Cataldo: lei sa qual è stato l’ultimo libro che lesse Tolstoj prima di fuggire? Proprio I fratelli Karamazov! Ma lei è talmente rincoglionito che nemmeno si ricorda quante volte gliel’avrò ripetuto.
Dite al muflone di fare con calma. Non ho fretta.
Anzi, già che ci siete: andatevene affanculo. Tutti.
Ma prima, consentitemi di citare un’ultima volta: “E i rami degli alberi vivi lentamente, maestosamente cominciarono ad agitarsi sull’albero morente, accasciato”. Che ve ne pare? Ivan Il’ič, come avrebbe detto mio nonno, “se lo sogna col binocolo” un finale così bello. Qual era il titolo del racconto? Cazzarola, ce l’ho sulla punta della lingua…
Ah, sì! Sono davvero rincoglionito: Tre morti.
Ecco il quarto.

Wishing you a happy day, every day!