di Mauro Colarieti (essi vivono)
Per scopare con Guido devo pensare che ha ucciso un uomo. Se ne sta sopra le lenzuola, vulnerabile nella sua noia. Le sue dita gelide scorrono sui miei fianchi, tirano il tessuto degli slip. Sosto sopra le sue cosce pelose, lo prendo dentro mentre lui assume l’espressione di un bambino che si è cagato addosso. Allora chiudo gli occhi e torno sulla solita strada.
Noi nella Mustang, l’asfalto pieno di buche, i campi di grano ci circondavano così come i dubbi nella mia testa. Non ero innamorata di lui, non lo sarei mai stata. Ogni rapporto è una prostituzione e lui mi stava promettendo qualcosa che tentennavo a rifiutare: la normalità. I miei desideri, da lui esaudibili, sono stati solo un acceleratore che ha usato per avermi, per rendermi una schiava acquistata dal padrone.
Mi guardava dallo specchietto retrovisore. Ero bella, l’unica cosa che contava.
E poi l’altro uomo, davanti a entrambi. Un clochard. Incontrò il nero della sua vita in quella notte di settembre.
Comincio a godere. Le mie mani tengono fermi i capelli mentre il bacino comincia a muoversi come gli pare, perdo il controllo del mio corpo come ogni volta che penso a quell’impatto. Nel multisala del mio cervello arrivo alla sequenza in cui scendiamo dall’auto. La parte due, quella più lenta, riflessiva, subito dopo il colpo di scena, il jumpscare con il sonoro che perfora i timpani.
«Cazzo,» sussurrò Guido, «è morto.»
Io me ne stavo dietro, assaporavo la sua disperazione come una fetta di torta al limone. Qualcosa pulsava, bolliva nella mia pelle, i miei vasi sanguigni erano diventati un barbeque. C’era una creatura che spingeva, che voleva uscire dal mio corpo, che reprimevo da troppo tempo. Per soddisfarla non erano bastati i documentari sulla caduta delle Torri Gemelle, nemmeno le fantasie sul Titanic.
Eppure, senza fare nulla, l’avevo saziata in quel preciso istante.
Divenni ingorda. Sbirciai il volto insanguinato del senzatetto. Gli occhi spenti eppure aperti, la staticità del viso: un manichino iper-realistico scaricato in piena campagna.
Spingo indietro la testa, Guido inarca la schiena. Sono nell’Eden.
Davanti a quell’ammasso di carne morta, mi avvicinai al neo-omicida, mi dava le spalle. Era intento a controllargli di nuovo il polso, sperava in un risultato diverso. La disperazione, il senso di colpa, l’incredulità dipinta su quell’uomo troppo giovane per il carcere. Troppo speciale.
A ogni suo respiro interrotto io mi bagnavo sempre di più.
Gli baciai il collo senza distogliere gli occhi dal cadavere. Il mostro delle mie interiora era stato partorito del tutto. Aveva preso il sopravvento.
Un po’ come ora.
Sgancio un orgasmo diabolico che crepa le finestre, distrugge il letto, spezza il cazzo di Guido come un cracker. Un orgasmo così malvagio che stringe i fili che mi legano a lui e che, per pochi secondi, rendono i miei piani di fuga, i dubbi sul nostro rapporto, soltanto un capriccio insensato.
Viene anche lui. Mi disgusta. Tutto torna come prima.
Esco dal cinema, scendo dalla sua carne in eccesso e mi lascio cadere sul materasso. Guido si distende per afferrare il cellulare, inizia a guardare dei reels sulle cryptovalute. Io rimango nuda a braccia incrociate, riprendo fiato con quel senso di sporco che mi investe ogni volta. Investire non è il verbo adatto alla situazione, me ne rendo conto.
Provo a guardarlo. Una volta mi dissero che gli esseri umani hanno questa sorta di sesto senso, sanno quando vengono osservati. Guido, divorato dai sensi di colpa, da quella notte non lo è più.
Mi alzo in punta di piedi e raggiungo il bagno. Sento il trucco che cola come fossi fatta di cera, le palpebre che premono per incontrarsi di nuovo.
Afferro i capelli. Mi tolgo la parrucca e la appoggio sul lavandino. Guido mi ha detto di non farlo, ché gli rovino la fantasia. Non m’importa, è il mio piccolo atto di ribellione. Tolgo le ciglia finte, mi passo il polso sulle labbra. Vorrei solo buttarmi a letto, assaporare l’immagine sbiadita che è il volto di quel clochard. Mi scappa un grugnito di frustrazione: l’incidente è troppo sbiadito, mi si sta consumando in testa. Senza di quelli, io con Guido non ci voglio dormire, non ci voglio stare. Io con Guido non ci voglio più stare. Lo ripeto una terza volta, come un mantra, una cantilena per una divinità inesistente, e rimango lì, a guardare la mia carne in eccesso, il mio cazzo moscio. Un fungo che prova a nascondersi, vergognoso e inerme.

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