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Il professore e il pazzo | L’infame destino delle parole vetuste

16 Aprile 2019 di Elisabetta Meccariello

Tanto tempo fa esisteva una parola che solleticava il naso e colorava le guance di rosa. A volte un rosa antico, tenue, che ravvivava l’incarnato, in altri casi violaceo, che si propagava a macchie sul collo e sul petto fino a infiammare le orecchie. La stessa parola riempiva le bocche dei bambini mentre lanciavano sassi nell’acqua: le sillabe si conficcavano nelle fessure dei denti e tintinnavano tra le molliche di pane. Pungeva i polpastrelli delle fanciulle intente a leggere lettere d’amore; si mescolava al sudore sulla fronte dopo una giornata nei campi.

Come riuscisse a propagarsi non era chiaro, di certo aveva natura contagiosa: inondava gli spazi vuoti fino a straripare dagli orifizi, rimbombava come un concerto di percussioni, ingigantiva le pupille. O forse era una medicina dagli inaspettati effetti collaterali: vampate di calore, secrezioni lacrimali, sonore manifestazioni di riso, propensione al contatto fisico, spasmi muscolari, accelerazione dei battiti; e ancora: sudorazione, sensazione di leggerezza, formicolii, percezione alterata della realtà, irrefrenabile necessità di saltare e battere le mani.

Conosciuta invece era la sua propensione a nascondersi in piccole cose: un pacchetto da scartare, un nastro per capelli, un pasto caldo. E ugualmente si manifestava nel magnifico, negli eccessi, nel monumentale. Per farla breve, questa parola era ovunque.

E quindi – vi chiederete – che fine ha fatto? Qualcuno porta fiori freschi sulla sua tomba? Cosa è successo?

Cosa è successo. È successo che un giorno il cielo era troppo grigio, che il sangue visto da vicino era nero, che la fame spezzava le ossa, che il freddo gelava i pensieri, che la pioggia era chicchi di fuoco, che i mostri dormivano sotto il letto. E quella parola si tramutò in cera: colava nella memoria di chi la conosceva, rimpiccioliva, sempre più inconsistente, da ogni goccia un’altra goccia, più piccola, fino a diventare microscopica. Allora provò a mescolarsi con altre sillabe, a confondersi tra suoni e vibrazioni finché il suo carattere mutò: perse il suo contenuto, il suo valore, la sua semantica. Smise di esistere. Per secoli se ne persero le tracce. Gli intellettuali la dissezionarono, ne estrassero la linfa, analizzarono le sue cellule al microscopio, raccolsero campioni in provette, ma niente, non c’era più niente da fare: quella parola non serviva più, poteva essere cremata e sostituita con una più moderna, rappresentativa, loquace, riconoscibile. E lei, stesa inerme sul tavolo autoptico, chiuse gli occhi.

Non possiamo definirla, descriverla, annotarla in un dizionario. Mi chiedo se anche il sentimento che racchiudeva sia svanito. Mi chiedo se quel tintinnio tra i denti e le molliche di pane sia mai stato ascoltato. Se non possiamo pronunciarla, anche la sua emozione non è mai stata provata? Se non possiamo pronunciarla, se non ne abbiamo tracce o testimonianze, forse non è mai esistita. Non sappiamo collocarla in una frase. Iniziava con una m, o forse con una n? Allora anche un pezzo di chi l’ha incontrata si è dissolto. Voglio essere triste e felice e innamorata con parole dimenticate così da non poterlo dire a nessuno, così da non poter spiegare perché piango, perché rido, perché raccolgo un fiore.

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Postato in: Lo sfogone, Oceani di autoreferenzialità Tag: dizionario, il professore e il pazzo, James Murray, mel gibson, parole desuete, parole vetuste, Sean Penn, William Chester Fai un commento

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