Tanto tempo fa esisteva una parola che solleticava il naso e colorava le guance di rosa. A volte un rosa antico, tenue, che ravvivava l’incarnato, in altri casi violaceo, che si propagava a macchie sul collo e sul petto fino a infiammare le orecchie. La stessa parola riempiva le bocche dei bambini mentre lanciavano sassi nell’acqua: le sillabe si conficcavano nelle fessure dei denti e tintinnavano tra le molliche di pane. Pungeva i polpastrelli delle fanciulle intente a leggere lettere d’amore; si mescolava al sudore sulla fronte dopo una giornata nei campi.
