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Il film più bello della storia del cinema | Il famoso pene di Fight Club

18 Luglio 2017 di Redazione

di Pierluca D’Antuono

Nell’estate del 2011 mi ero già congedato dall’idea di pubblico e mi sentivo talmente libero da permettermi di fare un pessimo Facebook. Ero intabarrato nel più pesante dei caps lock d’incontinenza mai indossato prima e ridefinivo la mia dipendenza condividendo tutto quello che leggevo con un senso di esaltazione maniacale che manifestavo agli orari più improbabili della giornata. Internet era un oceano bellissimo e infinito, Facebook una mangrovia da cospargere di longform commentati senza misura sul decennale dei fatti di Genova e la strage di Utoya, l’incoronazione di Giggino ‘a manetta e la liberazione di Milano, la consueta cornice romana di Casa Bellonci e la morte di Osama Bin Laden, le conseguenze del caso Parolisi e il revival dei gruppi Electric Eye. Verde non aveva ancora un nome e rischiò di non averlo se avessi fatto seguito a quella idea di sostituirlo con il logo di un limone verde, durissimo e acerbo eppure pieno di vita. Le cose presero un’altra piega quando incontrai per la prima volta Arrebato. Non me ne parlarono al Dams, che pure avevo frequentato, ma nei dintorni del Sert di Torpignattara, dove il film godeva di un autentico e a ripensarci oggi inverosimile, è possibile che io stia enfatizzando alcuni particolari, stato di culto religioso; i muri del quartiere erano ricoperti di battute e citazioni di intere sequenze del film e nelle salette di Via Serbelloni oscuri gruppi senza tastiere suonavano pezzi velocissimi intitolati La maledizione di Rosa Crespo, L’ultimo fotogramma rosso, Due volte, due sogni, due dosi, due deliri o Il famoso pene di Fight Club. Nessuno però aveva mai visto il film in italiano: da anni i miei amici del 397 di Via Casilina si scambiavano una vecchia copia non sottotitolata, inverando parafrasato, così loro, il-criterio-di-Kusturica-per-la-definizione-del-capolavoro, cioè la visione senza audio (lo avevano letto su un vecchio numero di Alias del 2004). Erano ossessionati dal finale, dagli ultimi trenta minuti di cui non parlavano mai in mia presenza perché non avevo visto il film. Ma io non volevo vederlo in spagnolo, pretendevo i sottotitoli, volevo sapere con precisione cosa dicevano i personaggi, soppesare ogni parola, mandare a memoria le battute. Avevo paura di non capire nulla e rovinarmi la visione.


«È qui che ti sbagli», mi dicevano allora, «i film non sono libretti d’istruzione», una frase, lo concedo ancora, venuta bene ma che non significa niente: che cosa vuole dire altrimenti leggere un film? Come si fa a capirlo? «Hai un solo mezzo», ribattevano loro, «ed è la visione. Tutto quello che hai letto su Arrebato, un horror con i vampiri, l’eroina, il blu saturo, la new wave spagnola, una donna doppiata da Pedro Almodovar, un pene in erezione omaggiato da David Fincher, fotogrammi rossi, fotogrammi nascosti, fotogrammi liberi, fotogrammi avanzati, non è; hai invece l’estasi della visione e la mistica dell’eroina, lo stato di grazia del tossico e quello dello spettatore, la dipendenza per le immagini e il cinema che vampirizza, la finitezza della vita e l’eternità dell’immagine impressa. Ti chiederai allora se hai di fronte un film o il cinema, il linguaggio o la materia, la realtà o le immagini, la vita o la morte. Te lo chiederai e insieme ci domanderemo se un film incentrato sull’ossessione del filmare sia un atto d’odio o un atto di amore».


Le pubblicità dei corsi di lingua che trovavo su Internet mi assicuravano che avrei imparato lo spagnolo in due settimane, ma erano troppe, non avevo più tempo. 
Il mio Facebook diventò monotematico, ossessionato dai fotogrammi di Arrebato pescati su Google, dai video delle interviste di Zulueta sempre più stanco, sempre più vecchio, oramai morto, e dalle richieste di aiuto che rimanevano inascoltate; l’unica a rispondermi fu Vittoria, che parlava spagnolo; le dissi che per il lancio di Verde avevo pensato di aprire un canale Youtube e caricare Arrebato sottotitolato, ma non aveva senso perché la rivista non esisteva e i miei toni erano sempre più disperati; lei si fece sospettosa; accettò infine di vederlo e mi comunicò che non lo avrebbe tradotto perché secondo lei era un film franchista. 
Come è possibile, dissi, non con Eusebio Poncela. C’è un personaggio, disse, per cui il cinema è una secolare sega senza orgasmo. Avrai capito male, dissi, e Cecilia Roth? Qui l’atto del filmare, disse, appare come una ossessione che viene rimossa. E poi cosa rimane, dissi. Una mania che ti relegherà in un horror su vampiri tossici, disse, a indugiare violentemente sul modo in cui si fa il cinema.
 Violentemente, dissi, e che male c’è, erano gli anni Settanta. Sarà, disse, ma filmare incessantemente ciò che ti circonda per non mostrarlo a nessuno non ti sembra fascista? Non ci ho mai pensato, dissi, fascista come? E poi il blu saturo, disse. Il blu saturo cosa? dissi. E sai il famoso pene di Fight Club? disse. Certo, dissi, è proprio quello? 
No, rispose lei. Sarà soltanto una citazione – o forse un omaggio?



Ci volle un mese per convincere Vittoria, e a lei un anno per completare la traduzione. Il canale Youtube non l’ho più aperto, il film mai caricato.



Rosa Crespo, Ivan Zulueta, Jose Sirgado, Will More e Pedro sono scomparsi nella pellicola e non hanno mai più girato nulla. Verde ha trovato un nome, io ho disattivato il caps lock, il mio Facebook è ancora alla deriva, Etnik, Verlato, Heraklut e chissà quanti altri hanno cancellato le tracce di Arrebato dai muri di Torpignattara. Mi sono trasferito, ho cambiato quartiere e non ho mai più parlato con nessuno degli ultimi trenta minuti del film più bello della storia del cinema da vedere a Roma, in estate, all’aperto, senza scomodare Nicolini, l’effimero, Massenzio, il Colosseo, il Napoléon di Gance, i rigatoni delle tipiche famiglie romane oramai estinte e le sostanze più o meno stupefacenti dei giovani autonomi di borgata oramai estinti pure loro, il film che contiene il famoso pene di Fight Club, alcune battute memorabili (“scopo con mia cugina e anche con suo marito”) e l’ossessione di essere rapiti, estasiati, incantati e incatenati per mezzo della visione, con le pupille a spillo o gli occhiali scuri al mattino – sono solo dettagli.

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Postato in: La scena tagliata, La sindrome del personaggio secondario Tag: arrebato, fight club, il-criterio-di-Kusturica-per-la-definizione-del-capolavoro, pene, pierluca d'antuono, rigatoni 2 commenti

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  1. IL FILM PIÙ BELLO DELLA STORIA DEL CINEMA (ARREBATO) | VERDE RIVISTA ha detto:
    20 Luglio 2017 alle 10:02

    […] tutti! Pierluca D’Antuono è tornato (calma: In fuga dalla bocciofila, non su Verde) con un pezzone sul super cult Arrebato (qui se parlate spagnolo, qui se non temete […]

    Rispondi
  2. Il film più bello della storia del cinema #1: Arrebato | VERDE RIVISTA ha detto:
    21 Settembre 2017 alle 13:51

    […] tutti! Pierluca D’Antuono è tornato (calma: In fuga dalla bocciofila, non su Verde) con un pezzone sul super cult Arrebato (qui se parlate spagnolo, qui se non temete […]

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