di Maria Sole Cusumano (essi vivono)
S’è levata una luna indolente, che pare non abbia voglia d’attraversare le tende per illuminare quella stanza piccola e infiorata. Tutti i fiori, i mazzi e i petali caduti si abbeverano nel lavandino, nelle bottiglie di vetro e nelle pentole da cucina, quelle alte per gli spaghetti. Fra queste, Didi s’aggira come avesse un serpente a sonagli nel petto, e rosicchiando le unghie fa tintinnare i bracciali martellati che ha al polso. Cena con una ciotola d’orzo in cui è cascato un crisantemo, e con le mani si scava la pancia asciutta: lenti e continui movimenti circolari attorno all’ombelico.
Laila la osserva come fosse un’estranea, non sua madre. La osserva come farebbe uno scienziato davanti a un nuovo, sorprendente, sconosciuto fenomeno, e si domanda se quel dolore non sia più profondo del suo; se la carne di un figlio non sia un po’ anche della madre, e se Didi non abbia perso un pezzo di sé adesso. Laila pensa queste cose con mostruosa serietà, e con torbida gelosia, perché non crede che il proprio dolore sia da meno. La carne, in fondo, è solo carne, pensa ancora, mentre un rigurgito cerebrale le propone immagini di putrefazione, di un corpo, uno qualunque, che da umano e familiare diventa, anche questo, estraneo. Quanto ci vorrà, pensa, prima che rimanga solo il teschio. Il teschio, certo, e i capelli. Pare che i capelli sopravvivano alla decomposizione.
Laila stringe fra le dita un paio di forbici da cucina, di quelle grosse per sezionare il petto di pollo o aprire le pance dei pesci. Le ha pulite bene prima, le ha strofinate con un panno che sapeva di bucato fresco e le ha controllate alla luce gialla della cucina, perché se c’era una macchia di sugo o una lisca di pesce e fosse rimasta appiccicata ad Aron non se lo sarebbe perdonato. Ci pensava già il passare delle ore a farlo puzzare, e tutti quei fiori che appassivano nei vasi, piegati su se stessi, dispiaciuti. L’odore di fiori le ha impastato tutta la bocca, per questo continua a muovere la lingua a quel modo, a ruminare petali e acqua sporca. I fiori servono a non fare sentire l’odore del morto, ma i fiori si disfano pure loro, pensa Laila allargando le narici. Guarda la faccia di luna del fratello, i crateri lasciati da un’acne infestante che gli aveva rosicchiato la guancia sinistra. Guarda i petali di glicine sulle labbra, l’ombra di Quaresima attorno agli occhi, la mandibola marmorea, tenuta su dalla mentoniera.
L’aria gelida che penetra attraverso le persiane socchiuse muove le grandi tende bianche, paiono fantasmi pronti ad allungare le mani su di lei. Laila si piega un poco, con tre dita sfiora la pelle candida di Aron. Il freddo dei morti ha una sua profondità e consistenza, come se quel corpo lì steso e immobile avesse compiuto un viaggio e fosse appena tornato, in ogni istante in cui lei infrange lo spazio fra loro, Aron va e torna. Verrebbe da chiedere dov’è stato, dov’è che fa così freddo, è un freddo che lei non conosce, che non ha conosciuto neppure d’inverno, quando il vento marino le gelava le guance.
Zac-zac, meglio pensarci il meno possibile, gli adorati capelli, cresciuti selvatici per volere di Didi, cascano sotto il loro peso di foglia e di petalo. Li sfila piano, tira più di quanto vorrebbe quando capisce che sono incastrati sotto due spalle marmoree, e quando ha le ciocche in mano ci affonda il naso. L’odore, seppur un po’ appestato da quell’infiorata pestifera, è quello a cui vuole bene.
“Mi scuserai”, pensa, “mi capirai, anzi. Io non ti so sopravvivere”.
Accucciata davanti allo specchio a parete nella camera da letto di Didi intreccia i suoi capelli a quelli di Aron: una ciocca è il sangue, un’altra la carne, la terza l’anima. Vuole tutto e sta tutto lì, nei suoi capelli. La sua salute, la sua ferocia, il suo coraggio. La sostanza di Laila è diversa, pur essendo, fuori, uguale a lui. Hanno lo stesso naso ingombrante e la fronte spianata, gli stessi colori terrosi, che con l’estate s’arroventano, fanno diventare la pelle bruna e i capelli fili di rame. Sono cresciuti insieme, Didi diceva con i piedi a mollo, ed erano lunghi uguali, riuscivano a guardarsi negli occhi perfettamente. Dichiaravano d’essere gemelli, e tutti quelli che non li conoscevano ci credevano. Alla fine, aveva incominciato a crederci pure lei.
Nella penombra che soffoca la stanza la sua immagine è opaca, i lineamenti familiari s’intrecciano e si sovrappongono, e Laila ci si perde. Con la testa un poco piegata osserva le trecce che le cascano sul petto, lunghe e spesse come solidi rami e un nuovo soffio di tramontana agita le tende. La mano invisibile di un fantasma le sfiora la testa e una risata le scoppietta in bocca. Al mattino ci sarà lei nella bara chiodata, sentirà quel freddo dei morti sulla pelle e saprà che c’è attraverso lo spazio che, ora, li tiene irrimediabilmente lontani.

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