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Grazie Padre Pio | Come a noi

27 Agosto 2020 di Redazione

di Alfredo Palomba

 

 

«Però non ha la barba».

«Gliel’ho detto. Non ce l’ha. Non è che vuole somigliare… è solo che indossa quel… saio. Gliel’ho anche chiesto, perché lo indossa. Ha allargato le braccia e mi ha risposto “Così è”».

«Così è».

«Non credo lo sappia nemmeno lui, il perché».

«Quindi è sicuro che sia lui, però indossa l’abito dei Cappuccini. E ha il cappellino».

«Esatto. Il cappellino che porta sempre».

«Bene».

«Cosa… perché scrive? Ho detto che ha il cappellino e lei lo scrive…».

«Solo appunti, signor Vestoso, una vecchia abitudine. Mi racconti della prima volta in cui le è apparso».

 

Era apparso un mese prima, seduto sulla sponda del letto. Valerio aveva sentito una successione ovattata di Sol Do Sol Re accompagnata dall’inconfondibile, benché lontano e rallentato, Poropo’ po’ po’, poropo’ po’ po’. Quando aveva aperto gli occhi, Gigione lo guardava sereno, le mani congiunte in grembo.

 

«E non le ha detto niente».

«No, quella notte no. Stava là e basta».

«C’è anche adesso, signor Vestoso? È qui, con noi?».

«…».

«…».

«Sì».

«Me lo descriva».

«Come sempre. È vestito da francescano, ha il cappellino. È in fondo alla stanza. Sembra… ha una faccia, sembra… così… sereno…».

 

La seconda apparizione era avvenuta durante una delle ricorrenti visioni in solitaria di Grazie Padre Pio. Il cantante si era materializzato seduto sul divano accanto a lui, l’espressione da illuminato, un sorriso dolcissimo.

“Perché sei triste?”, chiede dallo schermo Jo Donatello a Cinzia Profita, dopo averle cantato una canzone del suo repertorio per ammaliarla. Lei risponde con la frase sibillina che ogni volta suscitava in Valerio interrogativi destinati a restare irrisolti: “È che penso a tutta quella gente che soffre e combatte quotidianamente per la libertà”, dice, affranta. “Già, questo rattrista anche a me”, risponde il figlio di Gigione senza sapere assolutamente, insieme allo spettatore, di cosa cazzo si stia parlando. “Ma basta, via la tristezza, non stavi forse per baciarmi?”, fa lei; “Sì”, ammette Jo Donatello e i due, in effetti, si baciano.

 

«Le ha parlato, quella volta».

«Sì».

«E non è andato più via».

«No».

 

Gigione gli aveva posato una mano sul braccio e Valerio aveva notato il palmo peloso che spuntava dalla larga manica del saio. Intanto, Cinzia Profita introduce Jo Donatello a don Franco, altro personaggio avvolto nel mistero di un film del quale, fin da quando era un ragazzino, Valerio provava a decifrare con frustrazione i significati occulti.

«Lo sai quello che devi fare, Vale’», gli aveva detto Gigione, sorridendo, la mano che gli premeva il braccio con dolcezza paterna, «tu lo sai che devi fare, ci stai pensando da tanto, non ti devi vergognare».

«Maestro, io…», aveva provato a replicare.

«Anche tu soffri e combatti quotidianamente per la libertà», lo aveva interrotto Gigione, «anche tu, come a tutti noi, come al grande Padre Pio».

«Non lo sa nessuno, che io vorrei… alla scuola di cinema, tutti i miei amici non lo sanno, Maestro, nemmeno che guardo sempre il DVD, però… come fa…».

«Non ti devi vergognare, Valerio. Non è una vergogna, a Gigione. Non c’è niente che ti devi vergognare».

 

Lo psichiatra continuava a scribacchiare.

«La cosa di cui non si dovrebbe vergognare, per cui ritiene che il… cantante, le sia apparso, è il documentario, giusto?».

«…».

«Giusto, signor Vestoso?», insistette il medico, alzando lo sguardo su di lui.

«Sì. Il documentario».

 

Da quel momento, Gigione non lo aveva più lasciato, ricordandogli, quasi sempre con la sola, silenziosa presenza, l’impegno che Valerio aveva preso con sé stesso e non aveva il coraggio di realizzare. Non era mai sembrato offeso per la reticenza del giovane regista: restava lì, il saio profumato di lavanda, l’espressione paziente, buona, proprio come quella del Santo di Pietralcina.

 

«Pensavo sarebbe andato via, dottore, pensavo fosse per la stanchezza ma… non se ne va. Non se ne va mai».

«E quindi è lì per “convincerla”, in un certo senso… a girare questo documentario, come ha detto che si chiamerebbe…».

«Essere Gigione, pensavo… sì».

«Essere Gigione, come Essere John Malkovich, giusto. Brillante».

«Lei pensa che se io…».

«Penso dovresti farlo, Valerio», lo interruppe lo psichiatra, abbandonando il tono di formalità usato fino a quel momento.

Dalla tascona del camice tirò fuori uno sgualcito cappellino e se lo ficcò in testa.

«Penso che lo dovresti fare», gli ripeté con la voce di Gigione, che nel frattempo gli si era affiancato, «non c’è niente che ti devi vergognare, Valerio».

«Devi combattere per la libertà, come a noi», chiosò Gigione.

«Come a noi», ripeté il medico, annuendo.

«Come a voi», disse Valerio.

 

 

 

Alfredo Palomba (1985) è dottore di ricerca in letterature comparate e docente nella scuola secondaria. Ha preso parte, con articoli, saggi accademici e racconti, a diverse antologie e riviste letterarie. Il suo primo romanzo, Teorie della comprensione profonda delle cose (Wojtek, 2019), è stato segnalato dalla giuria del XXX° Premio Italo Calvino, proposto per il Premio Strega 2020 e scelto per rappresentare il romanzo d’esordio italiano all’Europäisches Festival des Debütromans 2020 di Kiel.

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