«Brucia!»
«È il disinfettante che usa mamma».
«Soffiaci sopra!»
(Fiuuuuu fiuu fiiu) «Meglio?»
(Annuisce) «Se il babbo ci scopre si arrabbia fortissimo».
«Non diremo niente al babbo».
«Neanche alla mamma?»
«Neanche alla mamma».
«E se vede il sangue?»
«Adesso ci metto un cerotto, non se ne accorgerà».
«Mettimi un cerotto con gli squali».
(Spinge sulle punte dei piedi per aprire l’armadietto, con un salto tira un colpo alla scatola dei cerotti. La scatola vola a terra, i cerotti si sparpagliano sul pavimento, le piastrelle solo blu).
«Non devo andare all’ospedale?»
«Non serve, hai le ginocchia dure tu!»
(Butta la carta igienica nel water, tira lo sciacquone).
La tuta acetata non la porta più nessuno. In palestra qualcuno ride. La maglietta della scuola è sbiadita da anni di corse campestri, equazioni, interrogazioni alla lavagna, lavaggi a quaranta gradi.
«Non le voglio mettere queste scarpe, sono tutte graffiate, guarda!»
«Tuo fratello le ha messe solo un anno, andranno benissimo».
I libri sono già sottolineati. Un intero paragrafo sulla Rivoluzione Industriale è evidenziato di giallo. Le parole riempiono gli spazi vuoti, i puntini sono già uniti (è un galeone, la figura nascosta). Come faccio adecidere cosa è importante? Seguo un ragionamento che qualcuno ha già pensato e ripetuto ad alta voce.
Il ritratto di Elisabetta I d’Inghilterra ha già le corna e il pizzetto.
Insieme: abbiamo aspettato l’alba sotto la stessa coperta, sconfitto draghi, mangiato cioccolata fino a piegarci dal mal di pancia. Ci siamo arrampicati sull’albero più alto del giardino, ci siamo nascosti in mansarda per fumare una sigaretta. Abbiamo aperto una porta chiusa a chiave, abbiamo sussurrato un segreto.
Succede di dirsi ogni cosa, perché è mio fratello.
C’era questo libro, Piccole donne, me lo aveva regalato zia Giovanna per Natale, zia Giovanna era la zia che regalava solo libri. Di solito noiosi, con le parole strette. Questo invece aveva le illustrazioni. A tutta pagina. E altre più piccole, con minuscoli dettagli dorati. La prima lettera di ogni capitolo era un ricamo.
«Adesso sei grande, puoi darlo a tua sorella».
Mia sorella fa le orecchie alle pagine, si lecca l’indice per sfogliarle. Aspetto che si addormenti e gattono fino al suo letto, sfilo il libro sotto al cuscino, la copertina schiacciata dalla sua testa enorme. Lei mugola, si tocca l’orecchio. Sotto al lenzuolo, con la torcia accesa, faccio respirare Meg, Jo, Beth, Amy.
Le biglie. Il puzzle degli animali della giungla. La scatola dei Lego.
«Devi condividere».
«Ma sono i miei giochi!»
Le costruzioni magnetiche, la pista delle macchine.
È mio!
No, è mio!
Ha iniziato lui!
Non è vero!
Tua sorella ha già finito.
Perché non fai come tuo fratello?
Lui è quello intelligente.
Hai preso di nuovo la mia gonna?
Stasera la macchina la prendo io.
Tuo fratello, alla tua età.
Lui ha un vero lavoro.
Vi presento i miei figli, lui è l’architetto, lui è l’avvocato, e poi c’è l’ultimo.
Quale delle due sorelle? Quella bella o l’altra?
La casa spetterebbe a lui.
Tu non ti sei mai occupato di niente.
Tu hai già avuto abbastanza.
Non è una questione di soldi, è una questione di principio.
Ci incontriamo nei corridoi degli ospedali e nella sala d’attesa dell’Agenzia delle Entrate. Ci passiamo le cartelline di plastica, i fogli stropicciati, le chiavi che non sappiamo cosa aprano. Guardiamo il cellulare. Beviamo caffè dalle macchinette, in piedi, senza zucchero. Come stai, come stanno i bambini, lavori ancora con quello stronzo? La macchina regge ancora? Venite da noi a Pasqua? Guardiamo di nuovo il cellulare. Poi uno dice “devo andare” e l’altro resta con le mani in tasca. Ti chiamo.
Succede di non dirsele le cose, per non farsi male, perché è mio fratello. O di dirsele male le cose, di urlarsele nelle orecchie, perché tanto è mia sorella. Succede di dirsele troppo tardi, quando non servono più. Di fare finta che non contino. Succede di non dirsi più niente. Succede di aspettare una chiamata, senza mai alzare la cornetta.
Nella scatola avevamo messo: la figurina di Batistuta, due sassi della spiaggia di Praia a mare, una chiave rossa di ruggine; una bottiglietta di liquore alle erbe dalla dispensa della nonna (l’avevamo anche assaggiato, il liquore, per poi dire che era terribile, ma poi, a forza di dire che era terribile, l’avevamo bevuto tutto); una ciocca dei nostri capelli. Una moneta da cento lire, un biglietto dell’autobus della gita agli Uffizi. E altre cose. Scavammo dietro al cespuglio di alloro, dove non guardava mai nessuno. L’alloro profumava di domenica. Usammo le palette della spiaggia, per scavare, le unghie, due rametti.
«Fermo, ho sentito un rumore!»
Ci fermavamo, senza respirare.
«Non c’è nessuno».
E riprendevamo a scavare, più veloci. Mettemmo la scatola nella buca, dritta, la coprimmo battendo la terra con i pugni, con le suole delle scarpe. Cercammo una pietra – la più grande, la più liscia, la più bianca – e ci scrivemmo le nostre iniziali, con un pennarello nero. La mettemmo sulla buca, la pietra, come una lapide. Poi, aggiungemmo foglie, pezzi di legno, sassolini, fili d’erba.
«Qui».
«No, un po’ più in là».
Disegnammo la mappa su un foglio a quadretti. L’albero più alto dove ci eravamo arrampicati, il muretto, tre passi grandi a destra e due piccoli a sinistra. Una X troppo grossa. La ripiegammo più volte, la mappa, fino a farla diventare un quadrato minuscolo.
«Non perderla».
«La so a memoria».
Tornammo a casa che c’era ancora luce, col ciuffo alto e la terra sulla fronte, senza dirci niente.

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