di Pietro Emiliani (essi vivono)
È colpa sua se ora mi comporto male, se faccio quello che faccio. L’ho sempre saputo che non bisogna innamorarsi. Non ho la stoffa per questo genere di cose, né la forza di tollerarlo, sono troppo sensibile e ingenuo, lei invece troppo figa e irreale per restare con me. Finisce che quando la penso per più di due ore, divento ancora più cattivo. Questi qua lo sanno bene. E non è la prima volta che succede. Lui è avvinghiato al mio braccio destro e scalcia, farfuglia frasi in arabo mentre lo prendo a calci nelle palle, e il suo compagno a terra rantola le ultime parole con la mia sbarra da trazioni ficcata in un occhio. Era nuova di zecca cazzo, comprata in saldo alla Decathlon di Piazza Cairoli.
Allenarmi ormai è la mia unica valvola di sfogo, alterno casa alla Virgin in zona Bocconi. Da quando Gaia se n’è andata, mi alleno due volte al giorno, faccio otto pasti e sniffo Whey Protein ogni tre ore. E i risultati sembrano arrivare, qualcosa è cambiato nel mio organismo, mi sento molto più forte e non provo dolore fisico, la pelle si rigenera e se bevo dieci cocktail rimango sobrio. Il medico vorrebbe portarmi a fare delle analisi specifiche in laboratorio, quasi non crede al mio cambio di forma, ma io non ho tempo per queste cazzate, devo allenarmi, diventare enorme, non pensare. Sembra quasi uno di quei poteri che trovi in quei film di merda della Marvel. Non mi dispiace in realtà. Sono 100 kg di pura onnipotenza.
Mentre vi parlo però ne arrivano altri. Sui Navigli è così, giri l’angolo sbagliato e hai dieci maranza pronti a farti fuori. Preda sbagliata. Uno zarro mi sgomma davanti sulla bici, così sfilo la sbarra dalla testa del tipo e gliela lancio. La sua estremità trafigge in pochi secondi la testa come uno spiedino. Il corpo salta dalla sella e si schianta in modo poco carino sulle serrande di un negozio. Dio come odio amare. Mi fa essere più pignolo.
Intanto volano proiettili sulla mia testa, mi colpiscono ovunque ma sti geni non sanno che non posso morire. Strana formula quella dell’amore. Se sono un mostro è solamente colpa sua. Dovevo sapere come sarebbe andata a finire. Avevo l’uccello bello in tiro solo per lei, per la mia Gaia, non ci stancavamo mai di farlo, ogni pretesto era buono per scartavetrarci su qualche superficie liscia della città. Ora che se n’è andata, non mi resta che un bel petto da esibire, cosce nervose e avambracci di ferro. Altre donne non mi servono. Pensarla mi confonde. Nel frattempo un altro scemo vestito in tuta Nike mi salta addosso mentre sto castrando il suo collega, mi spara in faccia con la sua mitraglietta, ma l’unica cosa che si buca è il suo stomaco, traforato dalle mie mani. Forse devo contattare l’azienda che produce le mie proteine, o prendermela con Gaia, non lo so. Estraggo le sue interiora e ci strozzo il senzapalle che sbatte i piedi in aria come una foca, per poi lanciarlo addosso ad un altro sfigato che sfreccia su una mountain bike. Com’è possibile che i criminali di oggi vadano in giro in bicicletta? È roba da anni 80’. Anche lui vola dritto contro un manifesto della pubblicità Armani, esploso come un budino nel microonde. Una sua mano arriva ai miei piedi. Cazzo i suoi piedi. Ogni volta che usciva dalla doccia, si metteva a letto per cospargersi una di quelle sue creme biologiche che tanto detestavo, ma cazzo se era bella, così fottutamente bella da farmi restare fermo sulla porta ad ammirarla, mentre lei spalmava e spalmava, con il suo asciugamano in testa, le mani lunghe ed eleganti che disegnavano la forma di tutti i miei desideri. Una visione indescrivibile.
Un cazzotto sulla nuca mi butta a terra. Una spranga di metallo mi azzittisce e una sequenza di colpi non identificati mi piove addosso. Vedi che succede se mi distraggo, se ti penso ancora. L’amore crea solo problemi, è un bisturi che apre i tessuti ma si dimentica la suturazione. Continuano a picchiarmi e a infilzarmi con oggetti appuntiti manco fossi un armadio da riempire. E poi gridano in milanese, arabo, rumeno. Ma fra loro si capiranno?
Così li lascio fare. Sto zitto e subisco. Come ho subito la sua distanza prima, e la scomparsa dopo. Volata via, svanita nelle mani di qualche altro grafico con il cappellino, felpa e sneakers nere. Mica come il sottoscritto che non ha più capelli e labbra, ma solo ormoni inferociti. Non mi merito più niente, se non queste ferite da cicatrizzare. La sua mancanza invece non è ricucibile. Se avessi il corpo come i sentimenti, ora non sarei qui a fare il fantoccio per questi delinquenti. Per fortuna finiscono, si fermano e parlano fra di loro, esultano, si abbracciano.
«Minchia fra, l’hai devastato».
«Figa bro, se l’è cercata».
È il momento. Mi alzo di scatto e tiro un bel cartone sul naso al più grosso, sento crack da qualche parte, placco l’altro e lo lancio contro il palo di un lampione, per vederlo piegarsi in due come una sdraio. Afferro la faccia di quello a terra e comincio a colpirla. Colpisco in modo così violento da sentire le sue ossa frantumarsi, come il mio cuore quando con lo sguardo mi ha fatto capire che mi avrebbe lasciato. Non mi fermo. Lei non l’ha fatto. Faccio una carneficina, e penso alle sue gambe, ai suoi baci e al suo modo di guardarmi, così permissivo e inesauribile. Voragine di amore. La mia rabbia si spande come una metastasi. Lei non c’è. Non può vedermi né sentirmi. Perché vivere se non mi guarda più? Non ho più bisogno di nulla. I miei muscoli mi bastano. Così ora disintegro questi selvaggi senza genitori, squarto e smembro i due sopravvissuti nel modo più cattivo che conosco. E più ci penso più mi incazzo, perché in fondo sono uno di loro, un bambino senza casa e senza nutrimento. L’odio rastrella, ma la memoria resta. Sono tutti morti stavolta. Via Gola è una discarica di cadaveri multietnici. Non vola più una mosca. In lontananza le sirene della polizia. Devo scappare. La quantità di sangue riempirebbe un altro Naviglio. Riprendo fiato e ripenso a lei, alla sua tenerezza. Stringo i pugni. Sorrido. Anche per oggi ho finito di amare.

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