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In fuga dalla bocciofila

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Blood Diamond | Essere padre

8 Novembre 2024 di Redazione

di Gianandrea Frighetto (essi vivono)

Ho capito cosa volesse dire essere padre il giorno in cui sono morto. Il mattino ho baciato la fronte di Lya che sporgeva dalle coperte, mentre la sera ho visto sparare ad Abraham.

Nel mezzo c’è stata Goma. Un reticolo di strade e baracche erette sui fossili della malaria, della guerra e del Maafa, mai davvero dimenticati negli occhi della gente.

Una paura tanto viva che potresti incrociarla tra le vie di fango. Uko nani? Unaenda wapi? Chi sei? Dove vai? Ti chiederebbe, come tutti quando vedono un bianco girare per la città.

Anche quel giorno, appena sono atterrato, l’odore della terra mi ha riempito i polmoni. Sapeva di fango, pelle e sangue.

Abraham mi aspettava fuori. Lo conoscevo da anni, ma non ricordo di avergli mai rivolto una parola oltre a jambo.

Saliti nel vecchio Defender, l’aria pressurizzata ha lasciato posto al profumo del maboké avvolto nelle foglie di banano.

Abbiamo fatto tappa all’albergo: un edificio dall’architettura coloniale, le finestre strette e pareti rappezzate con assi di legno.

Abraham è rimasto seduto ad aspettare sul cofano, lo sguardo puro come un diamante alle montagne che tagliavano l’orizzonte.

Sono uscito con solo la valigetta dell’azienda e il nome dell’intermediario impresso nella mente. La gente con cui trattavo era solita usare soprannomi e nessuna ufficialità.

Questa volta avevo a che fare con un certo Sukari, Zuccherino.

Le ruote del Defender hanno lasciato il sentiero di baracche e puntato le tracce visibili solo al mio compagno. La miniera si trovava a pochi chilometri a nord di Goma, vicino il confine dei ribelli.

Siamo arrivati con il tramonto che bagnava il Coltan nei carrelli. Una cascata di perline nere che luccicavano di riflessi d’argento.

Attorno a noi i mwana continuavano a lavorare. Bambini con capelli rasati e gambe magre quanto steli di papiro, che passavano le giornate come talpe tra i buchi nella terra.

Cosa potevano interessare a loro le auto elettriche e la green economy?

Loro che ti seguivano con sguardo opaco e distante, reso cieco a qualsiasi futuro.

Camminavo piegato dal rimorso, ma già sapevo come sarebbe andata.

Il giorno dopo sarei tornato da Lya con un sorriso bugiardo e un regalo dall’aeroporto. Le avrei chiesto com’era andata a scuola e sarei rimasto ad ascoltare i suoi desideri e sogni, mentre i mwana svanivano, inghiottiti nei buchi della mia mente.

Abraham mi ha chiamato. L’intermediario era arrivato, probabilmente avvisato della presenza di un mzungu nel campo.

Indossava la divisa medagliata e i calzoni puliti. La testa tonda era un caschetto di rughe sopra il naso a gobba e le labbra spaccate dai pugni.

Sukari ci ha pesato con occhietti da bue, prima di puntare la valigetta.

Enterprise ha mormorato, spezzando la parola con un timbro profondo.

Ho annuito e lui mi ha risposto con un moment, prima di scomparire.

Intanto i bambini-talpa venivano assiepati sui camion diretti ai villaggi.

Non abbiamo aspettato molto. Sono stati gli spari a rompere la monotonia del gregge. La gente ha cominciato a urlare, mentre la pioggia di fuoco proseguiva nel campo senza risparmiare nessuno. Abraham è caduto con le mani alla gola.

Il sangue disegnava strane forme sulla terra.

Chino al suo fianco continuavo a chiamarlo, ma le sue labbra boccheggiavano silenziose.

Mungu è riuscito a dire, lo sguardo al cielo compatto.

Non parlava con me, ma con Dio.

Quando ha smesso di respirare, i suoi assassini sono sbucati dalla foresta. Ragazzini che indossavano divise troppo grandi e ti guardavano con occhi assuefatti. Orfani istruiti a dimenticare i nomi dei loro genitori per abbracciare i fucili, a rinnegare l’amore per pregare il dio denaro.

Accarezzavo la fronte gelida di Abraham e pensavo a Lya.

Si sarebbe dimenticata anche lei di suo papà? Potevo essermi fermato un attimo di più quel mattino. Magari sarebbe spuntata da sotto le coperte con le sopracciglia incurvate ad ali di gabbiano, prima di sorridermi.

Qualcuno ha gridato Mars 23.

I membri della banda mi hanno circondato con perfida curiosità. Sembravano embrioni di squalo, capaci di divorarsi a vicenda senza nemmeno essere usciti dal ventre materno. Tra loro c’era Sukari con le sue labbra spaccate.

Mi ha strappato i soldi e poi ha schioccato le dita. Un bambino, che non doveva avere nemmeno dieci anni, ha alzato la pistola. Aveva il capo rasato, un orecchio macellato e occhi spenti.

Kwa nini? Perché? Avrei voluto chiedergli.

Perché non siete genitori ma affaristi, che hanno messo un prezzo alla nostra felicità.

Perché avete sfruttato la nostra terra, ucciso le nostre madri, cancellato i nostri diritti e la nostra infanzia. Perché avete preferito vivere adagiati nella pace e abbandonare i figli d’Africa.

Perché ci avete dimenticati e noi ci siamo dimenticati di voi.

Il carrello è scivolato sui binari e ha infilato il proiettile.

Ho chiuso gli occhi.

Almeno domani non ti dovrò mentire.

Lya è sbucata da sotto le coperte e mi ha rivolto un sorriso.

 

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Postato in: essi vivono Tag: blood diamond, essi vivono, Gianandrea Frighetto Fai un commento

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