di Bianca Sestini
La corsia d’emergenza di un’autostrada sembra molto più larga finché rimane fuori dal finestrino. Con la Fiesta Miranda ha conquistato gli ultimi metri di strada per inerzia. Nella notte l’asfalto al di qua e quello al di là della linea tratteggiata sono ridotti a pura intuizione.
Fra le poche certezze, dentro al buio che la circonda, ci sono le sneaker ai suoi piedi. La gomma della suola gratta il manto stradale mentre lei indugia sul posto. Anche le sue mani esistono. Sia le mani sia gli oggetti che le dita stringono, in un esercizio di equilibrismo prolungato.
Fa freddo con i vestiti della palestra addosso. Una tipa nello spogliatoio si lamentava che non venisse l’acqua calda stasera, ma Miranda non avrebbe comunque avuto l’occorrente per una doccia fuori sede. Le piace che sia la coccola finale della giornata dentro la casa che quasi non abita. Post ufficio, post allenamento, post la tratta da pendolare che conosce a menadito. Un brivido la scuote dalle spalle e un sapore dolciastro le esplode con delicatezza in bocca, tappezzando lingua e palato. Un secondo più tardi una scia di luce le sfreccia davanti. Il frastuono della bisarca carica svanisce parecchio dopo la sua presenza visiva, un frame velocissimo di bagliori dalle carrozzerie nuove sul rimorchio.
Quando ha girato la chiave nel quadro per spegnere la macchina, il motore ha continuato a muggire cupo. Per questo si è trattenuta alcuni secondi dentro l’abitacolo, imbambolata a fissare il logo della Ford che occhieggiava dal pugno chiuso: “eppure l’ho spenta, com’è possibile”. Lo sguardo è scivolato al di là del vetro frontale, nel punto sopra il cofano dove il fumo si stagliava in controluce. L’oscurità lo inghiottiva e sputava fuori al ritmo intermittente delle quattro frecce, una nuvoletta chiara e scomposta.
È stato saggio scommettere sui tempi senza tir in corsa appena oltre lo sportello e uscire da lì. Ora la sagoma bianca dell’auto dista qualche metro. Lei non riesce a staccarsene, come se un cavo la ancorasse per la pancia alla targa. Sa che il pc, gli abiti indossati al lavoro, la borsa, il portafoglio, le mentine sono disseminati alla rinfusa sui sedili. Le dita premono più forte su ciò che ha portato via d’istinto dall’interno. “Chiama il carroattrezzi”, ha detto suo padre al telefono, “il numero è scritto sul foglio dell’assicurazione”.
Prima si è accostata al portabagagli, poi al muso della Fiesta. Solo che l’autostrada è enorme quando non ti ci sposti attraverso. Direzione nord più direzione sud. Uno spazio sconfinato e assordante in cui si sta esposti.
Il guard rail più vicino la supera in altezza di diverse spanne. Miranda sonda la superficie della barriera con le nocche delle dita, alla ricerca di possibili prese. C’è soltanto una fessura stretta fra un pezzo e l’altro. Sarebbe protetta al di là? Infila due falangi nella fenditura. I bordi, metallici e squadrati, le graffiano la pelle. Non riuscirebbe a scavalcare neanche a mani libere. Il nulla che i suoi sensi registrano oltre il separatore è il silenzio della notte o il vuoto sotto un viadotto?
Anni fa, durante un trekking, Miranda aveva assistito all’inizio di una frana. Il suono delle pietre che rotolavano a valle si era sollevato d’improvviso dal versante destro della montagna, aumentando di volume in un lasso di tempo irrisorio.
«E se eravamo sotto?», aveva chiesto alla guida.
«Ma siamo sopra».
«Ma se eravamo lì?»
«Meglio spostarsi».
Pensa a questo nel momento in cui la tromba di un camion rovina dall’alto su di lei. Tremano l’aria e la terra mentre l’autoarticolato la sorpassa e Miranda ruota di scatto di 180 gradi. L’autostrada addosso, lei un frammento invisibile di buio. L’A1 si allunga e sobbalza a entrambe le estremità. Il cielo le si squaglia addosso in una colata color catrame.
Chiavi, sigarette, accendino. Lo smartphone, il portadocumenti. Le dita seguono i contorni delle cose che ha con sé. Tutto così indispensabile da non poterlo appoggiare sull’asfalto; tutto talmente ingombrante da impedirle di usare il resto. Servono il foglio per il carroattrezzi e il telefono, ma maneggiarli insieme è impossibile. Forse imparare il numero a memoria: 800, 57… Gli pneumatici dell’ennesimo camion percuotono la corsia di fronte. Miranda ne percepisce la rotazione poderosa, l’aderenza alla strada, il loro peso. Sono ombre che girano e schiacciano, 3-4 passi al massimo davanti a sé. Che alternative ci sono?
Fasci di luce frenetici lampeggiano alla sua sinistra, poi una sventagliata di clacson le si scarica sui timpani. Ora è la presenza dei veicoli a determinarla. Il ritmo del traffico la connette e sgancia dal suo corpo. Esiste solo se la vedono quelli al volante.
«Nananananananana, buio», canta Blanco. È come lo schema di un videogame da giocare a volume sparato. Qui non si riesce a pensare. Non te lo spiegano a scuola guida che in una corsia d’emergenza dell’Autostrada del Sole, di notte, può accadere di esaurire le mosse. Non ti avvisa nessuno che al buio, col motore fuso e le mani occupate, si può anche affogare.
«Che cazzo fai».
«Sali in macchina subito».
Un cilindro stretto e luminoso le si avvicina. I suoi aghi di luce rossa sobbalzano rapidi e cadenzati. Su, giù, su, giù.
«Sei pazza».
«Qui non ti vede nessuno».
Lo sguardo di Miranda è inchiodato in diagonale. Dal punto più lontano che mette a fuoco, la curva sgancia auto, furgoni e tir. Quanto costa girare la testa? Vuole solo vederlo, quando succederà. Quello stordimento inedito le è così caro. La lucidità ha lasciato un vuoto cavo dove ha voglia di accomodarsi in eterno. Non decidere più nulla, tranne la direzione in cui guardare.
«Spostati da lì, è pericolosissimo».
Un berretto fluorescente fluttua poco distante, al suo fianco. Lei non si muove.
Prega che basta, almeno stavolta. Si gode il contatto con gli ultimi lembi del cono, prima di scivolare in fondo all’imbuto. Basta, una volta tanto. Questo sollievo è ciò che ha sempre chiesto. In esilio dalla volontà.

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