di Pino Lucà Trombetta (essi vivono)
-È Rocco, il mio coinquilino – dice Rosy presentandomi a Paola
-Piacere – fa lei, mettendomi la punta dell’indice davanti alle labbra – ascoltiamo cosa dicono a Radio Alice.
Siedo anch’io sul divano blu, nella stanza di Rosy.
-L’hanno assaltato – dice una voce affannata al telefono
-Si – conferma un’altra – è il Cantunzein di piazza Verdi.
-Perché, un ristorante di lusso? – chiedono dallo studio
-È vicino alla mensa. È una provocazione.
Rosy lascia la poltrona e alza la voce:
-Vi piacciono queste cose? – chiede disgustata
-Si! – dice Paola
-Ci sono cause migliori.
-Quali? – chiede lei sorniona
-Gli scioperi, i sindacati, il Partito …
-Per favore. Apriti … – ribatte Paola.
Il suo modo di fare sembra avere poco a che vedere con le lotte degli studenti e molto, invece, con le sopracciglia ombrettate che lanciano lampi azzurri, col corpo che gatteggia alternando candidi accavallamenti sotto il tubino nero. Si alza e ancheggia fra divano e scrivania.
-Raggiungiamoli – dice dopo una breve esitazione.
-No! – Urla Rosy – non vado in galera per degli idioti.
-Tu verresti? – mi chiede
Capisco che mi sta sfidando, per vedere se ho le palle di rischiare la prigione ma, soprattutto, di uscire con una sventola come lei.
*
In piazza Verdi uno sciame ronza intorno al ristorante. Ragazzi si aggiungono, altri escono esibendo trofei: bottiglie, salumi e parmigiani.
-È un esproprio proletario! – gracchia un megafono.
-Lo stato borghese si abbatte … – ritma un gruppetto, nel suono delle sirene.
-Via, via, la polizia! – urlano tutti.
Paola si attacca al mio giubbotto:
-Oddio, meglio andare.
-Aspetta – Mi infilo e riemergo con un triangolo di formaggio.
-Non ti facevo così audace! – dice lei – ma, andiamo, ti prego.
Ci incamminiamo nei vicoli già bui del Ghetto fino a casa sua.
La libreria dell’ingresso è piena di opere di Freud e psicologia.
Nel tinello, molto shatzu, oltre a yoga, ayurveda e traduzioni della Bhagavad Gita.
Mentre navigo fra i titoli, Paola allestisce un tavolino: spezzetta il formaggio, porta gallette, bicchierini e una brocca di ceramica azzurra. È più alta di me. Le palpebre nero intenso come l’abito, esaltano lo sguardo turchino e il bianco della pelle.
Mentre infilziamo bocconcini di refurtiva, lei spiega il perché di tanti libri sull’Oriente. Il padre, studioso di medicina kampo, le ha trasmesso l’amore per il Giappone. Vuole andarci, diventare maestra di shatzu.
Parla poi del collettivo femminista – di fronte al Cantunzein – dice. Leggono Simone de Beauvoir, esplorano il corpo per superare tabù e valorizzare il sesso femminile fuori dalle logiche patriarcali.
Messi in frigo gli avanzi, si assenta.
Io raggiungo la libreria e sfoglio manuali annotati da lei. Le copertine mostrano schiene femminili come violoncelli, con sopra disegni di meridiani, chakra e punti da premere. Una potrebbe essere Paola, per il candore e il nero dei capelli.
*
Quando torna, indossa un kimono a fiori in sfumature di rosso, bordi verdi e cintura dello stesso colore.
Sorseggiando saké, parliamo della situazione sentimentale. Io dico che sono stato piantato da Amanda, dopo tre anni di convivenza: è entrata in un gruppo di “indiani metropolitani”. Fanno “spese proletarie” nei supermercati; mangiano nei ristoranti e pagano, poi, un “prezzo politico”. Hanno anche occupato una palazzina, vicino l’Università, dove lei ha traslocato.
Paola parla del marito psichiatra (l’avevo immaginato). Lavora in Città ma, da venerdì a domenica, si sposta a Cesena dove riceve pazienti a casa dei genitori. “Quei giorni liberi – dice – sono preziosi per riappropriarmi del mio ritmo vitale”.
Ci alziamo e, continuando a parlare delle difficoltà della coppia nel clima del ‘77 a Bologna, ci dirigiamo verso una porta. Non la apre. Mi dà, prendendolo dalla cassettiera accanto, un kimono uguale al suo ma a colori invertiti: fiori verdi e cintura rossa. Vado in bagno, faccio la doccia e l’indosso.
Quando torno la porta è aperta. Paola ha acceso due lumi ad olio e un bacchetto su un tavolino davanti a un grande pannello in ottone coi simboli del Tao, bianchi e neri come lei, che nella luce tremolante e nel profumo d’incenso si abbracciano e inseminano a vicenda. Osservo gli arredi: il tatami trapuntato, basso e paffuto, sormontato da un telo bianco con ideogrammi; le sfere di vetro ai lati del letto; i pannelli di carta di riso dell’armadio.
Paola si siede a gambe incrociate sul tatami e allenta il kimono lasciando intravedere il contenuto sinuoso. La imito e per un po’ rimaniamo a guardarci, “sintonizzandoci – come dice – con le vibrazioni che filtrano dalle aperture dei tessuti”. Poi si protende, scioglie il laccio rosso e commenta con allegro disappunto la mediocre erezione. Penso allora che sia giunto il momento. Slaccio la cintura verde e faccio scivolare il telo di seta dietro le spalle. Ne emerge un corpo glorioso, abbagliante, determinato ad approfittare appieno di ciò che rimane del fine settimana.
Nei weekend seguenti Paola parla di altre storie. L’inverno passato ha ospitato nel weekend il cuoco di un ristorante giapponese di Firenze che la raggiungeva con l’ultimo treno. La paura che tornasse il marito all’improvviso contribuiva all’intensità degli incontri. Mi parla anche dell’attrazione per un anarchico barbuto che ha aperto una libreria per studenti. Un sabato di giugno, mentre andiamo all’assemblea contro la repressione, me lo indica dietro la vetrina. È in pantaloncini e maglietta e consegna un libro, col grosso corpo peloso in equilibrio sullo sgabello della cassa.
Mi stupisco di non essere geloso, com’ero con Amanda. Anzi. La moltiplicazione dei partner reali o immaginati, accresce il desiderio. Finalmente capisco una battuta di Germano, mio collega in Facoltà, che, quando l’avevo sentita, ed ero innamorato di lei, mi era parsa bizzarra:
“Le donne migliori sono quelle degli altri”.

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