di Barbara Rendina (essi vivono)
Dopo pranzo Sandro si ricordò che doveva portare la biancheria sporca alla lavanderia a gettoni. Non era riuscito ad aggiustare la lavatrice neanche quella mattina, il tecnico non sarebbe arrivato prima di due giorni e sua moglie, uscendo di casa, gli aveva urlato dietro di aver aspettato anche troppo a risolvere una questione di cui aveva giurato di occuparsi. Così, bevve ancora una tazza di caffè, si mise in bocca una manciata di cereali facendo attenzione a non far cadere le briciole sul ripiano, infilò le scarpe e uscì di casa con un enorme sacco sulle spalle.
Era la prima volta che ci entrava. Non c’era nessuno, solo qualche lavatrice in funzione. Il pavimento era appiccicoso, i muri segnati, ma almeno le lavatrici sembravano pulite. Nell’aria c’era un odore di detersivo misto a un altro, forte e dolciastro, che non riusciva a identificare. Ritirò i gettoni per il lavaggio e avviò la lavatrice. Si sedette su uno dei sedili di plastica e rimase a osservare l’oblò della macchina che girava, mischiando le sue mutande e calze con quelle di sua moglie e suo figlio, e accanto alla sua altre lavatrici con mutande e calze di qualcuno che non conosceva, domandandosi come si fosse ridotto a trascorrere l’unico giorno libero della settimana in una lavanderia a gettoni, a guardare i panni sporchi che si scontravano l’uno contro l’altro per tornare puliti.
Poi un rumore catturò la sua attenzione. Proveniva dal retro della lavanderia: una sedia spostata, poi dei passi. Dalla porta che dava sul retro uscì un uomo. Poteva avere la sua età, ma era molto diverso da lui, i capelli lunghi e fini raccolti in una coda di cavallo, occhiali da vista tondeggianti e una giacca militare. Trascinava a fatica la gamba sinistra, che sembrava essere più corta dell’altra. L’odore dolciastro si intensificò, quasi se lo portasse addosso. Sorrise, poi si mise ad armeggiare con la macchina che erogava il detersivo, e finito il lavoro, tornò nel retro del negozio lasciando la porta aperta. Quell’uomo l’aveva messo a disagio e allo stesso tempo l’aveva incuriosito. Sandro si alzò e cominciò a camminare per la lavanderia, poi si mise a leggere il cartello sopra l’erogatore, infine si avvicinò alla porta.
Seduto su una sedia, l’uomo stava tirando fuori un involucro di cellophane dal cassetto di un tavolo. Lo fissò, stupito di trovarlo lì, e disse: «Sei della polizia?».
«No», rispose lui, calmo, e rimase a fissarlo.
Allora l’uomo pescò dell’erba dall’involucro, la sbriciolò tra le mani, poi sfilò una cartina lunga dal pacchetto e rollò la canna con grande rapidità, leccando il bordo della cartina e girando la punta per chiuderla.
Sandro aveva la gola secca. Sentiva il rumore delle lavatrici che continuavano a girare.
L’uomo accese la canna, fece due tiri profondi, poi, porgendogliela, disse: «Vuoi fumare?», e con un cenno del capo lo invitò a sedersi sulla sedia di fianco alla sua.
Sandro entrò nella stanza sul retro, poi allungò istintivamente la mano e portò lo spinello alla bocca. Come se non fossero passati quasi vent’anni dall’ultimo. Come se fosse ancora quel ragazzo sulla panchina del parco sotto casa dei suoi, tra bottiglie vuote e mozziconi. E non si fosse mai sposato e non avesse un figlio a cui badare. L’uomo sorrise mentre lui continuava a fumare, poi disse: «Ora basta, amico, così te la fumi tutta da solo».
«Scusa», gli rispose lui, dando un colpo secco di tosse, e gliela restituì. L’uomo si alzò, chiuse la porta che dava sul locale, poi si risedette. Fecero ancora due giri, appoggiati allo schienale delle sedie.
«È per la gamba, mi aiuta con il dolore», disse l’uomo aspirando a fondo.
Sandro chiuse gli occhi, poi gli venne da ridere e da tossire. «Magari aiuterà anche me», disse allora.
L’uomo della lavanderia chiese: «Stai bene, amico?».
Sandro pensò al suo sogno di sfondare nella musica folk, abbandonato nel ripostiglio di casa insieme alla sua vecchia chitarra.
«Sì», rispose poi, ridendo forte. In fondo, era rimasto lo stesso coglione di un tempo. E avrebbe voluto rimanere lì, nel retro di quella lavanderia, a fumare e basta, per sempre, la bocca asciutta e gli occhi pesanti, la testa vuota, finalmente.
L’uomo lo guardò e si mise a ridere anche lui, poi si alzò e aprì la porta, controllò che nella lavanderia non ci fosse nessuno e sventolò la mano come per far andare via il fumo più in fretta. Tutte le lavatrici avevano smesso di girare e aspettavano di essere svuotate. Poi si avvicinò a Sandro e lo aiutò ad alzarsi: «Coraggio, amico, ora te ne devi andare».
Sandro si alzò controvoglia, le gambe leggere e un gran calore che gli irrorava le braccia. Andò verso l’oblò della lavatrice con i suoi panni. Aveva l’impressione che non fossero mai stati così puliti. Riempì il sacco per riportarselo a casa. Prima di andarsene, si girò verso l’uomo e gli disse: «Ci rivediamo».
L’uomo rise, gli voltò le spalle e se ne tornò nel retro.
Sandro guardò il telefono per la prima volta da quando era uscito di casa. Sua moglie lo aveva cercato tre volte. Lo rimise in tasca e uscì. C’era un sole splendente come quello del mezzogiorno, anche se ormai era pomeriggio inoltrato.

bello perché mostre che la vita si può cogliere dietro e dentro le cose più banali. magari interrompendo una routine
Pino