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In fuga dalla bocciofila

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Vermiglio | L’Evàl

14 Gennaio 2025 di Redazione

di Beatrice Tomasi

Non era certo la prima volta che si trovava a doversela cavare da solo in una situazione di convivialità. Eppure, mentre guadagnava la salita a grandi falcate, sentiva le mani sudate e una specie di rimescolio al centro del costato. Gli aveva detto che dalla curva dopo il crocifisso avrebbe dovuto prendere la piccola strada che si apriva fra i noselari. Avevano riso, c’era questo gioco tra loro, lei che parlava un perfetto italiano si divertiva a confonderlo con qualche parola in dialetto, che lui avrebbe dovuto indovinare, non c’erano scappatoie. Lo guardava arrovellarsi per capire cosa potessero essere, i noselari, lui che era arrivato dalla bassa Italia, e prima ancora da un piccolo Stato diventato indipendente da una manciata d’anni. Dopo qualche tentativo era riuscito a indovinare: crocifisso, stradina fra i noccioli. E adesso stava salendo, un sentiero di pietre grosse ed erba, un boschetto di pini bassi, sulla sinistra, a un certo punto, un fiumiciattolo a fargli compagnia. Si tenne stretto il mazzo di fiori che portava in mano, e percependolo pensò che poteva farsi venire in mente un’idea migliore: fiori, le stava portando, in mezzo a quei prati e a quei cigli che ne erano pieni.

Continuando a seguire la roggia il sentiero iniziò ad aprirsi, ed ecco che comparve il grande prato che le faceva brillare gli occhi quando gli aveva detto che lì avrebbero festeggiato il suo compleanno. Non si aspettava che lo avrebbe invitato, gli sembrava un fatto intimo, una tradizione di famiglia, e loro si conoscevano solo da qualche settimana. Eppure lei aveva insistito, con quella luce che emanava quando parlava delle sue montagne, dei suoi boschi, della casa in cui era cresciuta. Starai bene, gli aveva detto, provare per credere. Una staccionata in legno circondava il prato, tutto intorno c’era il bosco che profumava e proteggeva: capì all’istante che si trattava di un luogo speciale, e si sentì ancora più legato a lei, colmo di aspettativa, quella sensazione di trepidante attesa ancora più forte nel petto.

Si riscosse dai suoi pensieri non appena percepì il brusio allegro che intralciava la serenità del prato. Era in corso una festa campestre vera e propria, lunghi tavoli con le panche, bandierine colorate appese fra gli alberi, bambini che correvano e uomini con bicchieri di vino intorno a una grande griglia di lastre di porfido. Rimase lì incantato, con i suoi fiori in mano, il sudore che gli colava lungo la schiena dopo la camminata. Vèi, vèi Miro!, si sentì chiamare. Giovanna. Giovanna che indossava un vestito giallo e sembrava essere il punto di luce che illuminava l’intero luogo, coi capelli sciolti che si muovevano con lei mentre andava incontro a Miro, lo abbracciava piano e iniziava a presentargli chiunque avesse intorno, mani forti e ruvide che stringevano la sua, che accennava sorrisi imbarazzati e avrebbe voluto soltanto essere da solo con lei, Giovanna che all’improvviso era arrivata e non capiva perché si stesse interessando veramente a lui, con le sue domande caute, le loro passeggiate intorno al lago, i loro baci lunghissimi nella stanza di Miro.

Ecco, questi sono per te, buon compleanno. Finalmente si liberò dei fiori, un po’ stropicciati, e mentre lei corse a metterli in una brocca lui approfittò per tornare ad avere le mani impegnate con un bicchiere. Capì che avere qualcosa da stringere lo tranquillizzava. Arrivò il momento di mettersi a tavola, Giovanna lo fece sedere davanti a lei, in un miscuglio di zie, zii, cugini di gradi infiniti e amici di una vita. Miro non capiva una parola. Parlavano ovviamente tutti in dialetto, e fu come ritrovarsi ai primi mesi in Italia, quando vagava senza intendere niente di quello che gli veniva detto, quando acquistava le cose a gesti e stava da solo la maggior parte del tempo, fino a quando il capo cantiere lo indirizzò a un corso di italiano e con molta vergogna e tanta fatica riuscì a destreggiarsi in quella lingua piena di vocali. Ora però non c’era tempo, e Giovanna era troppo felice per la sua festa. Non voleva essere un peso per lei, così si impegnò coscienziosamente sul suo piatto: polenta, quelle salsicce che si chiamavano luganeghe, questo lo sapeva, braciole di maiale, e poi crauti, fagioli, peperonata. Concentrato come quando doveva posare le piastrelle. 

Èl vera che te vègni dal Montenegro? Era un uomo di una certa età che si stava rivolgendo a lui, Miro forse non lo aveva nemmeno sentito, e Giovanna, che intercettò il suo smarrimento, rifece la domanda di suo zio: lo zio Gildo ti sta chiedendo se vieni dal Montenegro, Miro. Oh, sì certo. Lo zio Gildo ebbe l’accortezza di passare all’italiano. E allora qui ti sentirai a casa, con tutte queste montagne, le camminate nei boschi! Beh, a dir la verità sono nato a Podgorica, la capitale sai. Lì le uniche cose alte che vedi sono i palazzi, palazzoni di cemento brutti eh. Poi le montagne le ho viste un paio di volte, da piccolo. Ma che diset su!, esclama zio Gildo, incredulo. Miro guarda Giovanna, adesso si è fatto silenzio intorno, e tutti guardano Miro. Dai Miro, racconta anche a loro quella storia che mi ha fatto tanto ridere. A Podgorica in agosto si soffoca. E allora chi può va in montagna, come qui, sì. Solo che a noi non piace fare le camminate, qui ci sono tutti i sentieri, i rifugi, ma nei monti da noi ci sta chi deve lavorare: chi fa il formaggio, chi raccoglie i mirtilli – tutto il giorno, tutti i giorni. Se tu sei in vacanza non sali in montagna, quello lo fanno i turisti. La mia famiglia mi ha portato in un posto che si chiama Kolašin, e lì noi stiamo. Stiamo nei caffè, ci rilassiamo e guardiamo la gente passare. A quel punto zio Gildo inizia a borbottare qualcosa sui terroni scansafatiche, che Miro capisce anche se sta parlando in dialetto. È ancora così. È sempre così. Ma è a quel punto che sente il piede di Giovanna arpionargli il suo, sotto il tavolo. Alza lo sguardo e la vede aprirsi in un sorriso che ripara tutto, ripara gli anni di solitudine e desolazione, di incomprensioni e tormento, stringe il suo bicchiere e decide, per la prima volta, di abbandonarsi. 

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Postato in: La sindrome del personaggio secondario Tag: beatrice tomasi, giovanna, kolasin, miro, montenegro, vermiglio, zio gildo 1 commento

Commenti

  1. Maria Teresa dice

    14 Gennaio 2025 alle 15:16

    La fotografia di sentieri, torrentelli, radure, feste sui prati circondati da boschi conosciuti, circostanze impresse da sempre nella pellicola interna al tuo io l’hai sviluppata in un racconto in cui si legge chiaramente l’arte, arte che sa dipingere con la parola un quadro dove si sentono vibrare le emozioni dei personaggi.

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