Di Luca Giommoni
In genere appariva il numero della Asl.
«Pronto, signor Hazrat?» chiedeva la voce. «Chiamo per la colonscopia».
«Mi dispiace, non sono il signor Hazrat…».
«Chiedo scusa ma, da database, risulta questo numero. Sa quando il signor Hazrat sarà disponibile per effettuare la colonscopia?».
«Guardi, c’è un malinteso» dicevo allora e spiegavo, per l’ennesima volta, che il mio numero era finito nel loro database da quando avevo lavorato in accoglienza e, per praticità, avevo lasciato il mio recapito a tutta una serie di uffici. Spiegavo che non lavoravo più con i richiedenti asilo, che non vedevo né sentivo Hazrat da troppo tempo e chiedevo, per l’ennesima volta, se fosse possibile cancellare il mio numero dal database. La voce di turno rispondeva: «Certamente» e il mio cellulare tornava a squillare e: «Pronto, signor Hazrat? Chiamo per la colonscopia, si è liberato un posto giovedì prossimo. Le andrebbe bene? Le ricordo inoltre che il ticket non risulta ancora pagato. Sono 182,80 euro…».
L’equivoco andava avanti da un bel po’ ormai.
Se nella mia vita, fino a allora, non si era mai affacciata la parola Colonscopia, ci doveva essere per forza un motivo. Adesso si era affacciata e la cosa non mi piaceva per niente. Avevo già i miei problemi cui badare: convincere la redattrice della rivista per cui scrivevo a pubblicarmi almeno tre racconti al mese così da riuscire a pagare l’affitto, convincere mio padre che non ero un disoccupato e convincere la mia compagna a fare sesso o l’amore o tutti e due e, di certo, un sondino nel culo non era la soluzione a nessuno di questi problemi.
Accadde una sera in cui scrivevo e guardavo le parole, le virgole, la gaglioffa storia che stavo costruendo e non riuscivo a vedere nient’altro che numeri. L’abbraccio sulla pagina valeva 0,05 centesimi che si andavano a sommare alle altre 20.000 parole scritte, spazi inclusi, e il risultato era un numero ancora lontano dalla quota dell’affitto e, mentre continuavo a aggiungere spiccioli al foglio, accadde.
Il geometra Paoletti entrò nella mia vita. Ci entrò con una e-mail.
Mi inoltrava la ricevuta della SCIA per la ristrutturazione di una casa a Castiglione della Pescaia, informandomi che dalla visura catastale erano emerse delle incongruenze sulla terrazza vista mare, probabili vizi di forma, scriveva, di cui parlare quanto prima. In ultimo, mi allegava parcella di 800 euro.
Il nome dell’intestatario della pratica era Luca Giommoni.
Controllai l’indirizzo della casa in questione.
Via Roma, 37 – 58043 Castiglione della Pescaia.
L’ultima volta che ero stato a Castiglione delle Pescaia avevo diciotto anni.
Senza dubbio era un caso di omonimia ma, prima di rispondere alla e-mail, preferì confrontarmi con mio padre.
«Non abbiamo nessuna casa al mare» giurò mio padre.
“Gentile dott. Paoletti” risposi “mi dispiace informarla che non ho nessuna abitazione di mia proprietà a Castiglione della Pescaia, in via Roma 37, né in nessun altro indirizzo, purtroppo”.
Non ricevetti risposta. Ma i giorni seguenti ricevetti via e-mail: una bolletta della luce, una dell’acqua, la TARI e un preventivo di 2000 euro per delle pareti di cartongesso.
Tutte riguardanti la casa in via Roma 37 a Castiglione della Pescaia. Tutte intestate a Luca Giommoni.
Cercai sui social il mio omonimo. Ne trovai tre: un professore dell’università di Cardiff, un’ala destra dell’Alcione Milano e un tipo a pancia all’aria che si divertiva bevendo Piña Colada sul lungomare di Miami. Nessuno sembrava però essere collegato alla casa a Castiglione della Pescaia.
Capii quello che dovevo fare quando la mia compagna mi disse che, a volte, la cosa migliore che può succedere a una bellissima storia d’amore è trasformarsi in una bellissima storia d’amicizia.
Se avessi pagato tutto quello che c’era da pagare, avrei potuto essere un altro Luca Giommoni, un Luca Giommoni diverso, migliore, un Luca Giommoni con una casa al mare. Non avrei più dovuto convincere la redattrice della rivista a pubblicarmi almeno tre racconti al mese: avrei avuto una casa al mare da affittare per pagare l’affitto. Mio padre avrebbe potuto pensare quello che gli pareva: sarei stato un disoccupato ma un disoccupato con una casa al mare. E poi una casa a Castiglione della Pescaia con terrazza vista mare, l’estate del 2025, il governo Meloni, disordini a Milano, 5 o 6 cittadini uccisi dalla polizia, il sole, l’amore, lo iodio, il corpo: se ce l’avevano fatta Gino e Stefania, con alcune differenze, ce l’avremmo potuta fare anche io e la mia compagna.
Pagai tutto. La bolletta della luce, la bolletta dell’acqua, la Tari, la parcella del geometra Paoletti, contrattai cinquanta euro di sconto sul preventivo per le pareti di cartongesso e fissai un appuntamento per discutere della terrazza vista mare.
Il geometra Paoletti non fu sorpreso di vedermi. Io invece fui sorpreso nel non trovare nessuna terrazza vista mare a aspettarmi in Via Roma 37, Castiglione della Pescaia. Durante l’incontro con il geometra mi limitai a ascoltare. Feci solo due domande. La prima: «Ma la terrazza vista mare?» e il geometra Paoletti mi spiegò che da una prima visura catastale non risultava nessuna terrazza che risultava però da una seconda visura catastale, più recente. Ma non dovevo preoccuparmi: era già in dialogo con la sovrintendenza, presto avrebbero trovato una soluzione. La seconda domanda fu: «Lei mi ha sempre visto così?» e il geometra si grattò il mento, mi squadrò un attimo poi rispose che no, non mi aveva visto sempre così: ero più sciupato dall’ultima volta ma, aggiunse, era normale se da tutte le parti spuntavano solai danneggiati, infiltrazioni dal tetto e impianti da rifare: erano tutti costi non a capitolato che avrebbero messo a dura prova anche il Luca Giommoni più sicuro che conosceva.
Non ero sicuro che mi conoscesse né ormai di conoscermi io stesso. Non ero più sicuro di niente, solo di una cosa: Luca Giommoni doveva avere altri contatti oltre al geometra Paoletti.
Così com’erano spuntati dal nulla dei costi non a capitolato, sarebbero spuntati nuovi amici, amici con cui trasformare solai danneggiati, infiltrazioni dal tetto e impianti da rifare in peroncini ghiacciati, sigarette fumate sul bagnasciuga e sorrisi di cui potersi fidare.
Avevo ragione.
Luca Giommoni aveva degli amici.
Un amico.
Nella mia vita c’è stato un prima Lucio Corsi secondo al Festival di Sanremo e un dopo Lucio Corsi secondo al Festival di Sanremo. Se prima della Luciomania mi dovevo solo preoccupare di una casa a Castiglione della Pescaia con una terrazza che non c’era dopo mi ritrovai perseguitato dalla stampa locale e nazionale.
Tutti volevano intervistarmi.
Ero diventato il compagno di liceo di Lucio Corsi. Io avevo fatto l’istituto tecnico.
Provai a dire ai giornalisti che avevo pubblicato due libri a sfondo sociale ma loro erano più interessati a sapere com’era Lucio Corsi a scuola, dei suoi esordi alla sagra della spigola a Albinia e se preferiva le telline o i cannolicchi.
Se nella mia vita, fino a allora, non si era mai affacciato un Lucio Corsi, ci doveva essere per forza un motivo. Adesso si era affacciato e la cosa non mi piaceva per niente.
Il mio cellulare squillava e: «Ciao, sono Lucio, ho visto una giacchina con le spalline su Vinted. Potresti mandarmi qualcosa su paypal, al momento non ho neanche un duino in tasca». «Ciao, ancora Lucio, senti una cosa, che ne pensi della frase: “L’amicizia è sputare un po’ più in là”? Che dici, ci sta? Un’altra cosa: sono in panne a Reggio Emilia. Potresti venirmi a prendere?». «Ehi, sempre Lucio, stasera potresti passare a darmi una mano a mettere il silicone alle piastrelle del bagno? Passa tu a prendere quello che serve, appena mi rientrano due duini in tasca ci rifacciamo».
Intanto chiamava anche il geometra Paoletti per comunicarmi che c’erano dei problemi con la reperibilità dei materiali, che i materiali erano arrivati ma il prezzo era cambiato, che un vicino aveva presentato un esposto sulla ristrutturazione, che il problema della terrazza era risolto: da ulteriori esami era emerso che nel progetto di ristrutturazione depositato in Comune non risultava nessuna terrazza quindi, per conformarsi all’ultima visura catastale, andava costruita una terrazza e poi, per conformarsi alla pratica depositata, andava demolita.
Il geometra mi rassicurò facendomi notare che, in Italia, costruire e disfare qualcosa costa quanto non costruirla affatto.
Capii quello che dovevo fare quando la mia amica mi disse che, a volte, la cosa migliore che può succedere a due grandi amici è trasformarsi in due grandi sconosciuti.
Aspettai che il cellulare tornasse a squillare.
Aspettai.
Squillò.
«Pronto, signor Hazrat?» chiese la voce. «Chiamo per la colonscopia».
«Sono Hazrat, dica pure».

¿Vuelva usted mañana, que dijo don mariano jose de larra?