Se vuoi sapere una cosa, William, tutti credono di aver perduto parte della loro giovinezza.
Le vite di Dubin, B.M.
Mi passarono a prendere da casa Guido e Valeria come spesso era accaduto in quel periodo, ma stavolta non mi avrebbero portato a una festa in una scuola o in una casa occupata, o in un bosco o su una spiaggia, ma a Milano. Andavamo a vedere il concerto dei Durutti Column, che però loro chiamavano semplicemente Dc. Lo pronunciavano all’inglese, Di Si, perché Guido era di madre americana e Valeria si era adattata, come si adattava a quasi tutto quello che lui diceva e faceva. Li avevo conosciuti da pochi mesi, ma nella percezione che ne avevo sembravano anni. Loro mi avevano per così dire scelto, o meglio ancora: eletto. Eravamo tutti nella stessa scuola, ma in sezioni diverse, e loro erano così: completamente diversi da tutti gli altri e anche tra loro. Lui perennemente fatto, sempre su di giri, un entusiasta euforico e mistico, lei di una famiglia ricchissima, si muoveva e cantava al rallentatore, ed era bella. Forse Guido e Valeria stavano insieme, o forse lo erano stati, e non sapevo bene cosa cercassero in me, né cosa avrebbero potuto trovare. Io non conoscevo granché di nessuno dei loro argomenti di conversazione, musica, droga, viaggi, e per lo più li ascoltavo parlare e prendevo le canne e i cilum che Valeria continuamente caricava e mi passava, dal sedile accanto a Guido che guidava nella notte. In viaggio verso Milano ascoltammo la musica dei DC per prepararci al concerto: io ascoltavo le loro lunghe lunghissime disamine sul ruolo di Vini Reilly, l’ultimo grande chitarrista vivente.
«Vini è un genio».
«Su questo non ci sono dubbi.
«Vini mi fa sempre sentire come se stessi intraprendendo un viaggio. Sublime».
«Stiamo intraprendendo un viaggio sublime, in effetti».
«Vini è uno di quei chitarristi che riconosci da una sola nota».
«Adoro DC dal ’96, lui era amico di Ian Curtis».
«Vini è il musicista più sottovalutato nel Regno Unito dai tempi di Ian».
«Un genio mercuriale».
«Senza dubbio…»
«Non sta solo scrivendo la musica del prossimo ventennio, ma sta riscrivendo il passato».
Io per lo più li ascoltavo e intervenivo rarissimamente. In che senso stava riscrivendo il passato? avrei voluto chiedere. Si poteva riscrivere il passato?
«Elizabeth Fraser dovrebbe cantare con Vini».
Sapevo chi fosse Fraser, e finalmente riuscivo a inserirmi nella conversazione. Avevo ascoltato una canzone dei Cocteau Twins perché era in una compilation fricchettona che avevo a casa. Ma era veramente poca cosa. Che ci facevo lì? Perché mi avevano scelto?
Valeria cantava .
Ever reaching amnesty back at you
As our worlds collide
My weak wrists are tied
Can’t get away
I maximize to feel alive
To feel alive
I’m alive, ooooh, hey…
I’m alive.
Solo quando partiva Love no more, di colpo si facevano silenziosi, come se quella canzone alludesse a loro, a qualcosa che io potevo solo immaginare. Eppure su quel sedile di dietro non mi sentivo particolarmente scomodo e ripensavo che se mi avevano scelto una ragione ci doveva pur essere. Forse dipendeva dalla mia prima volta a Milano, tre anni prima. A quel tempo ascoltavo ancora Ligabue, ma a Guido e Valeria non l’avrei confessato mai, neanche sotto tortura. Della prima volta a Milano ricordavo la struttura quasi egizia della stazione centrale che mi aveva colpito così tanto e avevo collocato in quel momento, il 31 dicembre 1999, un momento di svolta della mia vita.
Ma lo era stato davvero?
Viaggiavamo nella notte completamente fatti e a pensarci bene era già parecchio tardi, non saremmo mai arrivati in tempo per il concerto, ma a loro non sembrava importare. Avevamo un appuntamento con una delegazione che al concerto invece era entrata, partiti dal pomeriggio, tra cui quello che era a tutti gli effetti il loro ideologo, un tizio, Q si chiamava, di cui mi parlavano sempre, come se fosse un genio assoluto, che parlava solo per aforismi nietzscheani, monologhi di Carmelo Bene, citazioni incomprensibili. E così li trovammo, dentro la Galleria Vittorio Emanuele, completamente vuota. Avanzarono verso di noi Q e Martin Hofer, che poi negli anni successivi avrei rivisto per motivi di lavoro e sempre ci sarebbe stato tra noi un misto di complicità e imbarazzo, forse per aver condiviso quel momento, tantissimi anni prima, quella notte sotto la cupola di vetro e acciaio. Ci incontrammo e io scoprii che Q sarà anche stato un genio come dicevano, ma era senza dubbio un nano.
Anche loro erano strafatti e ci parlarono del concerto, della scaletta, i brani fatti e quelli no, di come era vestito il batterista, del bassista che era rimasto a suonare tutto il concerto accucciato per terra, e soprattutto di Vini. Del suo magnetismo, la sua faccia da cristo eroinomane.
Doveva arrivare ancora qualcuno dei nostri, o per meglio dire di quelli di Guido, e lo vedemmo spuntare con una Panda, fin dentro la Galleria, con la musica dei Dc e a tutto volume e parcheggiare esattamente nel centro vuoto. Non era ancora tempo di telecamere, e ci mettemmo a ballare là sotto, o meglio Valeria, mentre gli altri le stavano intorno e la musica, e la chitarra di Vini che risuonava nell’enorme cupola. Forse, pensai per un attimo, non era vagamente retorico che lei ballasse sul tetto dell’auto? E poi, con la stessa facilità con cui tutto era cominciato, arrivarono due auto della polizia a sirene accese e tutti semplicemente scappammo nella notte milanese, io con Guido e Valeria, tra le strade di cui non serbo nessun ricordo o memoria, Q e gli altri chissà dove, forse arrestati, sicuramente liberi.
Recuperammo la macchina e Guido mise in moto e guidò senza una meta apparente fino a che la città non divenne campagna e trovò una qualche strada laterale e parcheggiò. Dormimmo là finché non fu l’alba e ci svegliammo per la luce e per il freddo che faceva. Valeria, dal sedile davanti, era passata dietro, distesa accanto a me. Guido non commentò l’accaduto e dopo poco ripartimmo verso Firenze.
Entrammo in classe, ognuno nella sua, alla seconda ora con delle giustificazioni false, scritte da Valeria.

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