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The Tribe | Vita da cani

3 Giugno 2015 di Francesca Corpaci

Sto aspettando la mia amica quando entra una coppia trafelata con cane al guinzaglio. Lei guarda la bigliettaia, poi indica l’animale e domanda “lui?”. La cassiera si produce in una serie di espressioni di sorpresa, disappunto e sconcerto una dietro l’altra. Sulle porte del cinema sono affissi cartelli piuttosto eloquenti, ma l’aria perentoria della proprietaria del cane l’ha gettata in un irreversibile stato ansioso. Mi guarda, “che si fa?”, come se la cosa dipendesse da me. Faccio cenno di si con la testa e vengono lasciati passare. La ragazza non sorride, non ringrazia, forse segretamente sperava che il suo accompagnatore non socialmente accettabile l’avrebbe salvata da due ore di film ucraino interamente in linguaggio dei segni. Non sembra soddisfatta, forse per una volta il cane non è stato il migliore amico dell’uomo. “Come si chiama?” chiedo. “Rocco” mi risponde.

La proiezionista mi informa che in quindici anni di onorata carriera non ha mai visto tante persone andarsene a metà del film, o anche prima. Il problema è una scena in particolare “la gente si sente male” e su cinque spettatori in media a proiezione il fenomeno risulta piuttosto notevole. Non mi lascio impressionare, la mia amica arriva, ci accomodiamo di fronte alla coppia col cane.

Due ore dopo siamo sedute al tavolino di un bar, fortunatamente nessuno è dovuto correre a vomitare e ordiniamo amaro e cioccolatini. C’è chi dice che The Tribe sia un esperimento passabile soltanto per il suo essere – per l’appunto – un esperimento. Se i personaggi non fossero tutti muti, sostiene la mia amica, qualcuno potrebbe avere da ridire sulla verosimiglianza dell’intera faccenda. Un collegio che non si capisce chi è che lo manda avanti, ragazzine che vanno a battere senza alcun problema, come se fosse l’attività che preferiscono al mondo, violenza casuale, personaggi piatti, abbondanti dosi di maschilismo a condire il tutto.

La ragazza coi capelli rossi al tavolo con noi commenta la marginalità delle figure femminili, spostando la conversazione su come certo cinema italiano, pur d’autore, assecondi questa tendenza. Basta guardare locandina dell’ultima, molto discussa, opera di un importante regista locale. Ha studiato in Nord Europa e queste cose la impressionano come un quadro appeso al contrario.

Io riesco solo a pensare che il suono di un pugno nello stomaco senza urla o insulti al seguito sembra un colpo di battipanni su un tappeto umido.

Contro ogni previsione, Rocco rimane immobile e silenzioso per tutta la durata della proiezione. Alla fine, esprime il suo apprezzamento lasciando un inequivocabile segno del proprio passaggio all’entrata del cinema. Annusa l’aria, è quasi estate. Si gratta, aspetta i suoi padroni, ringhia a un altro cane al guinzaglio che corre sulla pista ciclabile, e per un attimo mi balena l’idea che lui, questo film, lo abbia capito molto meglio di chiunque altro.

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Postato in: Lo sfogone Tag: cani, francesca corpaci, myroslav slaboshpytskkiy, the tribe Fai un commento

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