«Risponda sì se conferma di voler cambiare età.»
«Sì.»
«Risponda sì se acconsente al riciclo del suo vecchio corpo.»
«Sì.»
«Risponda sì per il ritiro gratuito della carcassa.»
«Sì.»
«La ringraziamo, le risposte sono state registrate. Attenda in linea.»
La voce artificiale viene momentaneamente interrotta dai toni allegri di una nota canzone.
«Le confermiamo che la sostanza è stata consegnata. Grazie per averci scelto. Arrivederci.»
Giacomo resta per un attimo con il cellulare attaccato all’orecchio – gli squilli che sbiadiscono nel frastuono del traffico –, poi lo infila in tasca e attraversa la strada, torna al bar. Inspira profondamente, l’aria fredda della sera gli pizzica il naso, gli sciacqua stomaco e polmoni. Le pozzanghere sull’asfalto riflettono le insegne accese dei negozi, i fari delle automobili di passaggio, le lampadine affumicate dei lampioni ai lati dei marciapiedi. Questa è l’ora in cui l’ufficio chiude e i colleghi riempiono i bicchieri fino all’orlo. Escono insieme, in gruppi consolidati da simpatie di convenienza, alleanze utili a lamentare ritardi, peccati, assurdità, errori impuniti sul lavoro di incapaci senza speranze, ammaliatori, responsabili insolenti e perdigiorno ipocriti. Ognuno, nei bar delle città, interpreta uno di questi personaggi. I colleghi ne parlano seduti vicini, attenti a scegliere i soliti posti. Dall’alto, tra i loro corpi, i cellulari disposti a raggiera fanno dei tavoli rotondi grandi orologi senza lancette. Le teste sono pesanti, a coppie o solitarie ondeggiano asincrone, spinte da un suono costante che si propaga per nomi inventati, esclamazioni allusive e altre espressioni criptate. I colleghi si capiscono solo tra loro, hanno una lingua segreta. La usano senza sbagliare, senza fermarsi, a un ritmo frenetico che nasconde l’inquietudine inconfessabile di scoprirsi estranei se smettono di parlarla.
«Giaco non ti siedi?» dice uno di loro.
«Io…no…sapete oggi c’era la consegna e sono stanco. Vado» dice Giacomo. I colleghi lo guardano sospesi e l’atmosfera si carica per un attimo di un’aria inquieta ed esitante. Giacomo sente la cintura ai fianchi stringergli e una felicità calma e indifferente lo invade sapendo di non poter aggiungere altro.
«Va bene Jack, a domani!»
Sapendo di lasciare per sempre i colleghi. Il bar. Il caos.
«Ciao Giacomino, fai il bravo!»
Il lugubre fracasso di previsioni domenicali, link d’acquisto, nuovi arredi, flirt segreti.
«Non ti preoccupare che la bevo io un’altra per te!»
L’interminabile cicaleccio di scadenze impellenti, competenze acquisite, scatti alla carriera, bonus di fine anno, straordinari mai pagati.
«Dai che domani è venerdì. Forza, forza!»
Le vacanze progettate, i permessi concordati, i weekend che restano dopo settimane passate a sedersi e stendersi, stendersi e sedersi per lavorare o dormire dal lunedì al venerdì e dal lunedì al venerdì ancora.
«Ciao bello, non dimenticarti le chiavi: tieni!»
La vita ridotta ad un soffio, schiacciata come una sigaretta nel posacenere. Stanotte, il tempo rimasto gli sarebbe stato risarcito immediatamente. Le giornate le avrebbe riavute per intero. Giacomo prende le chiavi ed esce fuori.
In un attimo si è fatta notte. La città è nervosa e sussultante. È buia. È piena di tremori, di voci, vermi, di vetri rotti e occhi spazientiti. Nelle case la gente sta al riparo. Ha serrato le imposte, tirato le tende. Guarda film con un finale che conosce. Dorme male, nel mezzo del sonno crede sia già mattino. Giacomo cammina, ha slacciato la cintura, i pantaloni gli cascano sui fianchi. Li tiene su da un lato, stretti alla mano infreddolita. Le mutande penzoloni sbatacchiano da una coscia all’altra come la lingua di un animale morto. I passi dinoccolati suonano dispari per la via, per il vicolo dove abita che puzza di miseria, delle cose che non escono mai allo scoperto. Giacomo sale le scale del palazzo infestato da pubblicità e bollette, dai sospiri dei condomini incrostati nelle pareti. Usa il corrimano per saltare più gradini insieme, forse per ridurre le probabilità di incontrare qualcuno oppure per avvicinarsi in fretta al suo destino. Non pensa a niente, il corpo smunto è concentrato nello slancio. Trova la sostanza sullo zerbino, è incartata in un pacco nero, lucido. Le chiavi tremano mentre le infila nella serratura. Dentro l’appartamento filtra dalla finestra la purea bianca della luna, le correnti d’aria si rincorrono nel salotto spoglio. Giacomo toglie il giubbotto, sfila i vestiti, getta le mutande a terra noncurante. Attraversa il corridoio che porta al bagno, al pavimento freddo a contatto con le cosce nude. Ha la schiena dritta, appoggiata alla vasca. Si lecca le labbra screpolate e scarta velocemente il pacco. All’interno, trova una piccola confezione rosa seghettata ai bordi. È l’involucro di un lecca lecca alla fragola con polverina scoppiettante. Sulla carta una scritta in rilievo dice: “Time to sparkle”. Giacomo apre la confezione, raccoglie il granulato scoppiettante sul fondo della busta. Fissa con intensità il lecca lecca, la polvere argentea appiccicata alla sfera, prima di leccarlo. A contatto con la lingua le bolle scoppiettano frenetiche, brulicano sulle papille gustative come formiche in marcia e si allargano in colori pieni, nuovi e potenti, in luci brillanti e lampi improvvisi; immagini straordinarie invadono la mente di Giacomo, prima di pura luce, caotiche, poi sempre più nitide, accurate, intime. I ricordi si riversano nel presente e insieme si amalgamano in una materia unica. È bambino e corre con il suo cane, Bingo! Bingo!, il prato gli macchia i piedi, il sudore gli casca negli occhi e la pelle si squarcia da dietro, dal collo, si schiude lungo la schiena come un fiore che sboccia, è la sua bocca, la zip che tira giù dal vestito, Mi ami? Dimmi che mi ami ancora; ha il cuore che scoppia e la faccia ansante, rossa, O dai gli esami, o vai a lavorare!; gli organi si stringono, si dibattono, si dividono, Perché non sei più tornato?; ogni legame è reciso, il sangue è versato, Mi scusi lei, quale ha detto che è il suo nome?: il nuovo corpo che ha tanto desiderato, finalmente è nato.
Giacomo apre gli occhi, la pelle nuda è coperta da una pellicola trasparente. I muscoli crocchiano, stridono. Sposta un braccio sopra la testa, la membrana lucida che lo avvolge si sfalda sul pavimento. Striscia in avanti. Per sollevarsi fa presa sul bordo del lavandino, cerca lo specchio appeso al muro. La carcassa è un guscio vuoto con la schiena aperta a metà che guarda appena. Ha le mani che stringono come artigli la ceramica. I gomiti crepitano, le ossa squittiscono sotto il peso delle spalle. Nel riflesso i capelli radi emergono per primi, le rughe sono tagli secchi incisi sulle guance, sul collo. Ha le palpebre vizze, le ciglia incollate. Giacomo è in piedi, sorride. La sua bocca si allarga in una caverna nera.

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