di Lorenzo K. Console (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Nella mia vita avevo visto molti omicidi.
Guerre. Impiccagioni. Duelli. Incidenti.
Ho visto animali uccidere animali. Uomini amare uomini. Madri raccontare figli. Nipoti ricordare nonni.
Quella sera cambiò tutto. Sentivo passi. Sentivo molti rumori. Da voci diverse.
C’era un odore strano. Poi una luce forte, rossa, e tanto calore. Sempre più vicino.
All’inizio mi pungeva, poi passò per stringermi, infine arrivò a bruciare. Pensai fosse il sole. Però il sole non mi aveva mai fatto così male.
Buio. Poi qualcuno iniziò a raccontare la mia storia.
Nella mia carriera avevo visto molti omicidi.
Ma era la prima volta che la vittima continuava a rimanere in piedi.
La vittima aveva più di seicento anni.
Aprii il dossier.
In seicento anni aveva visto eserciti, re e regine, innamorati, artigiani, bambini, feste.
Non immaginava che la notte più pericolosa sarebbe stata quella di un giugno qualsiasi.
Quando nacque, Colombo non aveva attraversato l’oceano.
Quando nacque, l’uomo sognava di imparare a volare e il cielo apparteneva soltanto agli uccelli.
Quando nacque, le colline non avevano ancora un nome e custodivano il silenzio.
Quando nacque, il fuoco serviva solo a scaldare gli uomini.
Lui era già lì.
Avevo bisogno di vederlo.
Presi la macchina fotografica.
Indossai gli stivali.
Mi diressi sul luogo.
Camminai verso di lui.
Mi dissero di non avvicinarmi troppo.
Che era pericoloso.
Ma avevo bisogno di capire.
Lo toccai.
La corteccia era ancora calda.
Sentivo che dovevo notare qualcosa.
Sentivo che lui aveva chiesto aiuto.
Sentivo che mi parlava.
Sentii il tocco di qualcuno.
Un umano mi toccò.
Cercai di comunicare con lui.
Tanti mi avevano sfiorato.
In pochi mi avevano riconosciuto.
Nessuno mi aveva mai chiesto il nome.
Eppure ero qui da tanto tempo.
Mi avevano dichiarato loro monumento.
Io li avevo dichiarati il mio ambiente.
L’umano cercava tra le mie radici qualcosa.
Parlava di indizi.
Parlava di colpevoli.
Parlava di incendio.
«Doloso?» annotai sul taccuino.
Gli agronomi arrivarono.
Poi i forestali.
Poi i fotografi.
Poi il primo testimone.
Il sindaco disse:
«Era il simbolo del paese.»
Poi il secondo testimone.
Un vecchio disse:
«Mio nonno giocava già sotto quei rami.»
Poi il terzo testimone.
Un bambino disse:
«Respirava.»
Nessun indizio.
Per il momento.
Poi qualcosa spuntò tra la cenere.
Non una foglia.
Non un pezzo di corteccia.
Era carta.
Piccola.
Accartocciata.
Uno scontrino.
Mi misi i guanti.
Lo presi.
Lo lessi.
Sei euro e sessanta centesimi.
Sei wurstel.
Sei secoli.
Sei ore.
Sei minuti.
Sei ragazzi.
Il giorno dopo confessarono.
Avevano acceso un fuoco.
Per cucinare.
All’aperto.
Pensavano di averlo spento.
Erano tornati a casa.
Ma il fuoco continuava a parlare.
Nessuno ascoltava.
Il leccio era da solo.
Per ore.
In silenzio.
Soffriva.
Resisteva.
Poi qualcuno vide il fumo.
Altri tre ragazzi.
Chiamarono aiuto.
In tempo.
Forse.
Arrivarono le sirene.
Acqua. Fuoco. Cenere. Fumo.
La notte finì. L’alba arrivò.
Il fascicolo fu chiuso.
Gli esperti mi dissero che poteva salvarsi.
E il leccio rimase lì.
Ferito.
Nero.
Ma vivo.
Vivo perché qualcuno, quella notte,
invece di abbassare lo sguardo,
lo aveva alzato.
Gli alberi non chiedono molto.
Chiedono soltanto di essere guardati.
E ascoltati.

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