di Fabrizio Savegnago (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
«Ma Ma!»
Apro gli occhi. Riccardo mi guarda.
Devo essermi addormentata sul divano.
«Ma Ma dormivi?»
«Ero stanca, com’è andata a scuola?»
Mi siedo e noto che il divano è rosso. Non era bianco?
«Bene».
«Rispondi sempre bene. Poi la maestra mi dice che hai litigato con Davide».
Scuote la testa.
«È andato tutto bene. Abbiamo fatto pace io e Davide. Per davvero».
«Vai a fare merenda. Papà?»
Mi guarda con quei suoi profondi occhi verdi che, fortunatamente, ha ereditato da Roberto.
«Eccomi amore, dovevo vedere una cosa in cantina».
Roberto si avvicina e mi bacia. Riccardo corre via lasciando lo zaino per terra. Mi alzo per raccoglierlo.
«Ricca, vieni a prendere il tuo zaino».
Torna indietro con la faccia colpevole.
«Scusa papà».
«Non devi chiedere scusa a me».
«Scusa Ma Ma».
Quel nomignolo mi mette sempre pace addosso, fin da quando era piccolissimo.
«Cosa c’è per merenda, Ma Ma?» chiede correndo verso la cucina.
«Pane e Nutella».
Una piccola cesta di capelli castani corre verso la cucina.
«Grande».
Anche quei riccioli li ha ereditati da suo padre.
Mi giro verso mio marito.
Roberto non c’è più.
«Roberto?»
Il salotto è vuoto.
«Roberto che scherzo è questo?»
«Ma Ma?»
Corro di là.
«Riccardo, papà è lì con te?»
«Ma Ma!»
Supero lo stipite della porta.
Qua dovrebbe esserci la cucina.
Adesso c’è un corridoio semibuio, pieno di porte numerate.
«Ma Ma».
In fondo al corridoio c’è Riccardo, impaurito.
«Vieni qua».
Non si muove. Mi giro: dietro di me lo stesso corridoio, in fondo ci sono tre persone sconosciute, un uomo e una donna in divisa bianca e in mezzo a loro l’uomo con lo sguardo più triste che abbia mai visto.
I due in divisa iniziano a venire verso di me, parlano una lingua che non conosco.
«Che cosa volete?»
Corro verso Riccardo, ma le gambe sono pesanti e lente.
«Scappa, Ricca».
Mi raggiungono, mi stringono le braccia. Indossano guanti blu.
«Ma ma». Piange Riccardo.
L’uomo dallo sguardo triste si gira e se ne va.
«Lasciatemi, vi prego!»
Mi dibatto, mordo la mano della donna. Plastica e sangue. Il sapore chimico del guanto in bocca.
Una frase di rabbia in lingua aliena.
«Tranquilla. Adesso ti laviamo».
Adesso sono in un bagno. Riccardo non c’è. Sono nuda.
«Io devo andare da mio figlio, bastardi!»
Un getto d’acqua fredda sulla schiena.
«Basta!»
«Devi stare tranquilla».
Poi, un vestito. Il mio vestito a fiori, quello che piace tanto a Riccardo.
«Ma Ma…»
Mi sveglio. Sono seduta su una panchina dei giardini. Devo essermi appisolata mentre lo guardavo giocare.
«Ma Ma, hai tanto sonno oggi?»
Mi guardo intorno. I giardini sono i soliti. Ho paura.
«Ma Ma, vado a giocare con quegli amici li ho conosciuti oggi».
Indica due bambini.
«Questi sono Davide e Sofia, Ricca».
Mi guarda sorpreso.
«Sì, Ma Ma, li conosci?»
«Ci giochi da tanto con loro».
«No».
Una lacrima mi scende. Cosa mi sta succedendo?
Riccardo mi abbraccia per consolarmi.
«Ma Ma, cos’hai?»
Indosso il vestito a fiori che quell’uomo mi voleva mettere.
Forse ho solo sognato tutto.
«Ma Ma, questo vestito nuovo che hai mi piace tanto».
«Cosa?»
«È proprio un bel vestito, Alessia».
L’uomo in divisa mi spinge da destra, la donna da sinistra, verso una porta di legno.
«Dove mi portate?»
Aprono la porta. È una camera con un armadio scuro e un letto, su una sedia c’è l’uomo dallo sguardo triste.
Mi legano a una poltrona di fronte a lui, poi escono. Siamo soli.
Mi guarda negli occhi. Quegli occhi.
Mi tocca il vestito.
Non deve toccare, è il vestito preferito di mio figlio.
«Chi sei?»
Non risponde.
Bussano.
«Avanti».
Entra un ragazzo in divisa, diversa dagli altri due.
«Sono venuto per queste».
«Fai pure».
Prova a mettermi delle pasticche in bocca. Serro le mascelle, le sputo.
«Ha ancora momenti di lucidità?»
Chiede l’uomo triste.
«Qualcuno».
Guardo l’uomo, da giovane doveva essere bello. Il ragazzo mi fa inghiottire le pasticche.
«Fai parlare in italiano gli operatori davanti a lei, Mattia. Ho paura che la spaventino».
«Ci provo. Lo mando dentro?»
«Sì».
Il ragazzo apre la porta.
«Ehi campione, entra pure».
Entra Riccardo.
Mi scappa da piangere, non riesco a parlare. Sono legata, non posso abbracciare mio figlio.
«Che cos’ha?» Chiede Ricca. Mi guarda preoccupato.
Aspetta, perché ha gli occhi marroni? E questa non è la sua voce.
«Ha una malattia. Una malattia grave». Dice l’uomo.
Quello sguardo. Quegli occhi.
«Per questo l’abbiamo portata qua qualche anno fa, non poteva più stare con noi».
«Come si chiama questa malattia, papà?»
Quegli occhi verdi.
«Si chiama Alzheimer».
«Riccardo?»
L’uomo dallo sguardo triste si gira, sorpreso.
«Ma Ma?»
Mi torna in mente Ricca a quindici anni, Ricca che si laurea, Ricca che si sposa.
«Ma Ma, mi riconosci?»
Si mette a piangere, mi bacia sulla guancia. Mi torna in mente mio nipote, che gli somiglia tranne per quegli occhi marroni. Mi torna in mente Ricca al funerale di suo padre, che mi sostiene davanti alla bara.
«Nonna? Stai bene?»
Mi metto a piangere.
Sì, sì Davide, ora sto bene.
Mio figlio si stacca, mi guarda con gli occhi bagnati.
«Ma Ma».
Un uomo sconosciuto, con gli occhi verdi, mi guarda. Sono legata a una sedia.
Dov’è mio figlio?

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